Bikaner

Iniziamo la giornata con il trasferimento da Jaipur a Bikaner. Lungo la strada facciamo una deviazione in un villaggio in mezzo alla campagna per visitare un ashram, luogo di meditazione e insegnamento della dottrina da parte di un guru. Veniamo accolte con grandissimo affetto dalla famiglia che gestisce l’ashram, composta da padre, madre, figlio, nuora e nipotino. Sono persone molto semplici, pastori e mungitori che lavorano, si occupano dell’ashram e meditano . Ci offrono quel poco che hanno – una tazza di masala tea e delle palline di zucchero e pasta di arachidi – e ci riempiono di benedizioni.

Ripartiamo con un senso di pace e di gratitudine per l’accoglienza così calorosa e spontanea.

Ci fermiamo a comprare arance e banane (unici frutti che ci permettiamo di mangiare perché riusciamo a spelarli) per un pranzo leggero (e senza spezie e curry!! 🙂 )

Il paesaggio cambia radicalmente e dal verde e giallo dei prati e delle coltivazioni di senapa passiamo all’ocra della sabbia mista all’arenaria: ci stiamo avvicinando al deserto.  Arriviamo a Bikaner dopo 6 ore di macchina. Qui vediamo il forte, ex residenza dei maharaja, ricco di marmi e pitture in colori naturali e oro.

È ora di uno spuntino: entriamo in un retro bottega con tavoloni di legno e un bancone (che assomiglia ad una cattedra da maestri delle elementari) e un po’ titubanti ordiniamo un lassi (bevanda fatta con lo yogurt)…se non fosse per il rischio mal di pancia, probabilmente io e Manu ne avremmo bevuto 1 lt a testa 😀

Lasciamo la macchina e ci avventuriamo a piedi verso il dedalo di viuzze della città vecchia. Ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine ma se mi fermo e guardo la situazione da fuori è veramente impressionante: mucche ovunque che non possono essere toccate, canaline in cui scola qualsiasi liquido (e non solo), rickshaw e moto che sfrecciano in ogni senso poi si imbottigliano come se non ci fosse più via d’uscita e un attimo dopo sgrovigliano la matassa e ripartano tutti suonando il clacson all’impazzata!

Arriviamo al bazar che è (dis)organizzato per “aree”: quella dei gioiellieri, quella dei sarti, quella dei venditori di caramelle, quella dei lucidatori di pentole, quella dei venditori di stoffe, quella dei venditori di dolci locali, quella dei cartolai, ecc…ogni area ha la sua specialità oltre al suo banchetto di verdura e al suo barbiere. Il rumore dei clacson e dei motori che rombano è assordante e lo smog rende l’aria irrespirabile. Vaghiamo senza meta, concentratissime nel non farci stirare e nel non finire nelle canaline di scolo ma lasciandoci travolgere dai colori, dagli odori e dai rumori di questo gigantesco mercato. I commercianti ci scrutano incuriositi dai loro micro negozietti e ogni tanto ci regalano qualche sorriso sdentato.

Tornando verso la macchina assistiamo ad un altro genere di scene quotidiane: un corteo funebre, composto quasi solo da uomini, trasporta una lettiga coperta di fiori, da cui spunta il volto di una donna anziana, verso il luogo della cremazione; un ragazzo magrissimo si accascia sui gradini di accesso di un negozio e rimane immobile, il negoziante gli dà un piccolo calcio e le gambe cadono a penzoloni, crediamo veramente sia morto, ci dicono essere ubriaco ma la scena è davvero disarmante. Infine una mamma e una bimba che strisciano nella polvere per strada; la bimba si avvicina per chiedere l’elemosina, vorremmo aiutarla ma non sappiamo come comportarci, tante le indicazioni ricevute, tanti gli avvertimenti: le regaliamo pochi spiccioli ma soprattutto un sorriso e qualche minuto di giochi con gli occhi e le mani che fanno ciao ciao e poi si nascondono.

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