Day 11 – Buenos Aires: part 2

Oggi tour guidato con una guida che parla italiano, e si parte con calma, davanti a un caffè. Il Café Tortoni, aperto nel 1858, è il locale storico per eccellenza di Buenos Aires: pareti di legno scuro, vetrate colorate, tavolini fitti. Poco distante c’è il Café London City, altro indirizzo storico della città.

Camminiamo lungo Avenida de Mayo e qui la guida comincia a raccontarci la storia di Buenos Aires. La città fu fondata nel 1580 da Juan de Garay – una seconda fondazione, perché il primo tentativo, nel 1536, era stato spazzato via dagli attacchi delle popolazioni indigene. Nel 1810 la Rivoluzione di Maggio segna l’inizio del percorso verso l’indipendenza, dichiarata poi il 9 luglio 1816 dal Congresso riunito a Tucumán.

Nella Plaza de Mayo, che sembra quasi una piazza francese dallo stile dei palazzi che la circondano, incontriamo la statua di Manuel Belgrano, comandante militare e ideatore della bandiera argentina, così come la zecca e la cattedrale.

La Cattedrale di Buenos Aires ha una storia architettonica stratificata: l’interno conserva impostazioni più antiche, ma la facciata attuale, in stile neoclassico con colonne che richiamano un tempio greco, risale ai primi decenni dell’Ottocento. All’interno si trova il Mausoleo di José de San Martín, l’altro grande comandante dell’indipendenza sudamericana.

Da lì raggiungiamo la Casa Rosada, sede del potere esecutivo. Qui i presidenti lavorano, ma non vivono: la residenza presidenziale è la Quinta de Olivos, a circa 20 km dal centro.

Visitiamo la Chiesa di San Francesco, e poco dopo la Chiesa di Santo Domingo, dove riposano i resti di Manuel Belgrano. All’interno sono conservate anche alcune bandiere che ricordano il suo ruolo di ideatore del vessillo nazionale.

Attraversiamo Monserrat e San Telmo, quartieri che un tempo erano tra i più ricchi della città. Con l’epidemia di colera prima e di febbre gialla poi, le famiglie benestanti si spostarono verso nord, nella zona che oggi è il quartiere di Palermo. San Telmo, rimasto vuoto, fu ripopolato dagli immigrati.

Per le strade di San Telmo ci sono le statue di Mafalda e di altri personaggi dei fumetti argentini. Passiamo anche dal rinomato Mercato di San Telmo, e nei negozietti di antiquariato tutto intorno.

La Boca era il quartiere dei lavoratori del porto, storicamente abitato da molti immigrati italiani. Un artista del quartiere decise di ridipingere le case con colori vivaci, dando vita a quello che oggi è uno degli scorci più fotografati della città. È un quartiere vivace, ed è anche il luogo di nascita dello stadio del Boca Juniors.

Lasciamo la guida ed entriamo per la visita allo stadio. Non ho mai avuto una grande passione per il calcio, ma questo è davvero un tempio, per gli argentini e più in generale per il calcio mondiale. Lo stadio è soprannominato “la Bombonera” per la sua forma, che ricorda una scatola di cioccolatini. Visitiamo il campo e il museo, dove sono custoditi i ricordi dei marcatori più importanti della storia del Boca e delle squadre e degli ospiti che sono passati di qui.

Andiamo a mangiare il classico choripán de chorizo (il nostro panino con la salamella) in un posto ruspante e molto tipico. Fa un freddo pungente, e solo ogni tanto esce qualche desiderato raggio di sole. Per riscaldarci prendiamo un taxi verso il Cimitero della Recoleta.

Qui sono sepolti alcuni dei personaggi più illustri della storia argentina. La struttura del cimitero ricorda un po’ quella del Monumentale, con grandi tombe monumentali e decorate.

Chiudiamo la giornata con un’esperienza bellissima in una sala da tango. Prima una lezione, che mi fa capire quanto mi manchi un po’ di sangue latino nelle vene per questo ballo. Poi abbiamo la fortuna di assistere all’esibizione di tre coppie di ballerini, reduci dai mondiali di tango. Incredibile.

Sono molto soddisfatta di questa esperienza sudamericana, e grata che nonostante tutti i disagi che hanno colpito la regione in queste ultime settimane – terremoti, tensioni civili, tanta neve e freddo – a noi sia andata estremamente bene. Mi resta la voglia di scoprire il resto dell’Argentina, in particolare tutta la zona della Patagonia. Chissà quando sarà il suo momento.

Day 10 – Buenos Aires: part 1

Arriviamo a Buenos Aires con un volo da Salta, al solito orario comodo che ci concede quattro ore di sonno. Fa freddino, più di quanto ci aspettassimo. Dopo aver lasciato i bagagli in hotel, iniziamo a scoprire la città, naturalmente partendo da un sostanzioso brunch.
Scegliamo un locale storico, uno dei celebri “bar notables” di Buenos Aires: si chiama Confitería Ideal. L’aspetto è ottimo — scale in marmo, vetrate d’epoca, un salone che sembra fermo nel tempo — anche se la qualità dei piatti è un po’ meno all’altezza. È comunque un cambio sostanziale rispetto ai posti tradizionali ma molto ruspanti che abbiamo trovato lungo il percorso fino ad oggi. Il locale apre nel 1912: qui si viene a bere il copetín del pomeriggio da più di un secolo, e al piano superiore si tengono ancora oggi lezioni e serate di tango, infatti sul marciapiede antistante c’è una rappresentazione dei passi base del tango su cui proviamo subito a metterci alla prova.

Dopo il brunch partiamo per il giro a piedi del centro. Primo punto d’appoggio, quasi obbligato: l’Obelisco. Sessantasette metri e mezzo di cemento bianco piantati all’incrocio tra Avenida Corrientes e Avenida 9 de Julio, una delle strade più larghe del mondo. Venne costruito nel 1936 per celebrare i quattrocento anni dalla prima fondazione della città da parte di Pedro de Mendoza, ed è curioso pensare che un monumento così identitario per Buenos Aires sia in realtà piuttosto giovane. Sorge sul luogo dove un tempo si trovava la chiesa di San Nicolás de Bari, demolita proprio per far spazio all’incrocio: è lì che, secondo la tradizione, fu issata per la prima volta la bandiera argentina in città.

Da lì ci spostiamo verso il Teatro Colón, il teatro d’opera della città, inaugurato il 25 maggio 1908 con un’Aida di Verdi, e che viene considerato tra i teatri con la migliore acustica al mondo — merito della sala a ferro di cavallo e dei materiali usati nella costruzione, pensati apposta per assorbire e restituire il suono in modo perfetto. Ci hanno cantato, nel corso di più di un secolo, alcuni dei nomi più importanti della lirica internazionale.

Proseguiamo fino a Plaza Lavalle, una delle piazze più verdi (ci sono degli alberi secolari incredibili!) e più cariche di storia del centro, con alberi enormi che fanno ombra ai palazzi di giustizia tutt’intorno. Su un lato si affaccia il Templo Libertad, la sinagoga più antica di Buenos Aires. La sua prima pietra fu posata nel 1897, ma l’edificio come lo vediamo oggi, in stile eclettico con richiami all’architettura bizantina, risale al 1932. È stata dichiarata monumento storico nazionale nel 2000 e nel corso degli anni ha ricevuto visite illustri, tra cui quella di Albert Einstein.

Una delle tappe più particolari è El Ateneo Grand Splendid, la libreria ricavata dentro un ex teatro. L’edificio apre nel 1919 come Teatro Gran Splendid: ci si tenevano opera, balletto, e più avanti fu tra i primi cinema argentini a proiettare film sonori. Nel 2000 viene convertito in libreria, mantenendo intatti il palco (oggi un caffè), i palchi laterali (oggi angoli di lettura) e la cupola affrescata da un artista italo-argentino. Camminare tra gli scaffali con lo sguardo che continua a cadere sul soffitto dipinto è un’esperienza che da sola vale la deviazione.

Chiudiamo il pomeriggio a Palermo, nella zona di Plaza Serrano — che i porteños chiamano anche Plaza Cortázar, in omaggio allo scrittore Julio Cortázar. Ci perdiamo un po’ tra le vie intorno, dove ogni muro sembra essere stato conquistato da un murale diverso: ritratti iperrealistici, scene di attivismo sociale, omaggi letterari. È uno dei quartieri dove lo street art di Buenos Aires si concentra di più, cresciuto negli anni grazie a un atteggiamento piuttosto permissivo della città verso gli artisti, che spesso devono chiedere il permesso solo al proprietario del muro e non alle autorità.

Ci fermiamo per un aperitivo proprio in Plaza Serrano, seduti a un tavolino a guardare la piazza che si anima piano piano, tra chi rientra dal lavoro e chi esce per la serata.
A cena ci concediamo una parrillada superlativa al ristorante Revire Brasas Bravas: asado argentino, filetto, chorizo, sanguinaccio e interiora, il tutto annaffiato da una riserva di Cabernet Sauvignon e Malbec.

Day 9 – Canyon de Las Conchas e la Ruta del Vino

Oggi è una giornata lunga: dobbiamo comprimere in un solo giorno un programma che inizialmente ne prevedeva due, per recuperare parte del tempo perso in Cile a causa della neve.
Il piano è percorrere la Ruta Nacional 68, da Salta a Cafayate e ritorno, attraversando la riserva naturale della Quebrada de las Conchas, il canyon delle conchiglie.

Il canyon deve il proprio nome ai numerosi reperti fossili di conchiglie ritrovati nei sedimenti, testimonianza di un’epoca in cui quest’area era sommersa da un antico mare. La formazione è il risultato di rocce sedimentarie, sollevate ed erose nel corso di milioni di anni dai movimenti tettonici legati al sollevamento della Cordigliera delle Ande. L’area è oggetto di studio da parte dell’Università Nazionale di Salta, che vi conduce da anni ricerche di carattere archeologico, antropologico e geologico, in particolare attraverso il Proyecto Arqueológico Cafayate. Secondo quanto ci ha raccontato la nostra guida, nella zona sarebbero stati trovati anche resti di antichi anfibi dalle abitudini carnivore.
I paesaggi ricordano davvero i grandi parchi naturali degli Stati Uniti. Percorriamo gli 80 km del canyon fermandoci nei punti panoramici più belli: la Garganta del Diablo, i Castillos, l’Anfiteatro.

Le ore in pullmino sono tante, ma lungo questo canyon non riesco a staccare gli occhi dal finestrino. Non mi stanco di guardare i colori che cambiano in continuazione, la luce che gioca nelle gole, e penso ai lenti movimenti che nel corso di milioni di anni hanno scolpito con pazienza queste formazioni di roccia così fantasiose.

Entriamo poi nella Ruta del Vino, tra Rioja, Malbec, Cabernet, e raggiungiamo la cantina Bodega Dal Borgo.

Venti ettari di terreno, un progetto di famiglia: Carla, biologa, Facundo, ingegnere agronomo, il padre Sergio, con esperienza nel settore delle costruzioni, e la madre Isabel, geologa e appassionata di montagna. Sono arrivati qui ad Animaná nel 2012, decisi ad acquistare terreno e dedicarsi alla coltivazione della vite, in una zona interessante per il vino ma altrettanto difficile per le condizioni climatiche. Siamo a 1.700 metri sopra il livello del mare, in una terra soleggiata per 310 giorni all’anno, con una forte escursione termica e moltissimo vento. Le piante vengono irrigate con intensità diversa a seconda della stagione, con soli 700 ml di acqua all’anno.
La prima produzione commerciabile è del 2017. I vitigni rossi coltivati sono Tannat, Cabernet e Malbec, mentre tra i bianchi ci sono il Torrontés, un vino molto particolare della zona, e il Sauvignon Blanc. L’etichetta porta il nome Almandino, un minerale presente ai piedi della montagna e molto caro alla famiglia, che ha dato il nome a tutti i loro vini.
La coltivazione è al 100% naturale: intorno alle vigne vengono piantate erbe aromatiche come repellente naturale contro le cocciniglie, senza uso di prodotti chimici, e sul terreno vengono lasciati rami secchi e foglie per mantenere un po’ di umidità e minerali.

Con le stagioni invertite rispetto all’Italia, la vendemmia inizia già a gennaio, mentre quella tardiva si svolge tra aprile e maggio. Tutta la lavorazione delle vigne è fatta a mano, senza l’ausilio di macchine. La produzione è di circa 40mila bottiglie all’anno, per il 40% ottenute dalla loro uva: il resto viene venduto ad altre cantine più grandi della zona.
Ci fermiamo per una breve visita a Cafayate, che ha una piazza centrale molto carina.

Proviamo ancora una volta a prendere un caffè espresso ma, nonostante la scenografia promettente con tutti i chicchi da macinare al momento, falliamo miseramente anche qui.
Rientriamo a Salta facendo ancora qualche sosta nel canyon, questa volta con la luce del tramonto.

Day 8 – Hornocal, la montagna dei 14 colori

Dopo colazione facciamo un breve trekking nel Paseo de los Colorados, tra le montagne intorno a Purmamarca. Sopra di noi volteggia un piccolo condor.

Partiamo verso nord: la meta di oggi è la Serrania de Hornocal, le montagne dai 14 colori.

Lungo la strada mi fermo per qualche sosta fotografica — un cimitero d’altura, vallate di cactus, montagne colorate — e per il simbolico attraversamento del Tropico del Capricorno.

Ci fermiamo a pranzo a Humahuaca, città storica della Quebrada. È qui che durante la guerra d’indipendenza argentina si combatterono 14 battaglie decisive contro le truppe realiste, ed è per questo che ogni 9 luglio — anniversario della dichiarazione d’indipendenza proclamata a Tucumán nel 1816 — Humahuaca ospita le celebrazioni ufficiali della provincia di Jujuy, davanti al Monumento agli Eroi dell’Indipendenza. Faccio una scorpacciata di empanadas.

Continuiamo lungo la Ruta 9, dentro la Quebrada de Humahuaca.

Poi arriviamo a Hornocal, la montagna dei 14 colori, a 4350 metri. Anzi, oggi i colori sono 14+1, perché ci sono anche tracce di neve che aggiungono il bianco alla tavolozza. Cammino piano piano, data l’altitudine, per arrivare al punto panoramico. C’è tantissimo vento che però, spostando velocemente le nuvole, regala qualche raggio di sole capace di illuminare i colori uno a uno.

La sera andiamo a cena al Boliche Balderrama, uno storico locale di Salta diventato simbolo del folklore argentino e ancora oggi molto frequentato. Negli anni ‘50 il locale era simile a una picantería: si mangiavano piatti popolari — locro, empanadas, vari picantes — e si beveva vino. Poi cominciò a essere frequentato da poeti, musicisti, pittori e intellettuali salteños, e da semplice ristorante diventò progressivamente una peña: un luogo dove la gente si fermava fino all’alba a cantare, scrivere poesie, comporre musica e bere insieme. Juan Balderrama era il padrone di casa, oltre che un personaggio della mitologia del folklore argentino.

Fu così che il poeta Manuel J. Castilla scrisse i versi di una zamba su Balderrama, musicata da Gustavo “Cuchi” Leguizamón. Non racconta semplicemente un locale: racconta l’atmosfera notturna di quel mondo, con il canale, la notte che finisce, i musicisti, il vino, gli amici e quella particolare malinconia del folklore del nord argentino. Diventata celebre soprattutto nella versione di Mercedes Sosa, è ancora oggi conosciutissima.

Mangio (maluccio), ma assisto a diversi spettacoli di musica e danza folkloristica molto belli, che mi fanno immergere nello spirito argentino.

Day 7 – La conquista dell’Argentina e Purmamarca

Dopo il volo per Santiago del Cile, ne prendiamo un secondo che ci porta a Buenos Aires, dove passiamo una notte lunga esattamente un’ora e trenta. Alle quattro ripartiamo per l’altro aeroporto della città e prendiamo un volo per il nord dell’Argentina, a Jujuy.

Arriviamo sotto una pioggerella fine, immersi nella nebbia. Conosciamo la nostra guida e ci dirigiamo verso Purmamarca.

Lungo la strada vediamo alcuni cimiteri di altura, di origine pre-inca, costruiti lontano dal fiume per non inquinarlo. Anche qui troviamo segni di un forte sincretismo religioso, tra il culto politeista degli Inca, arrivati in questa regione intorno al 1480, e il cattolicesimo portato dagli spagnoli, giunti in questa zona nella seconda metà del Cinquecento.

Percorriamo un tratto della Ruta Nacional 9, la strada che collega Buenos Aires al confine boliviano attraversando sette province argentine. È considerata un ramo della Panamericana, la rete di strade che collega il continente da un capo all’altro — un filo, per quanto indiretto, che lega questa valle a distanze impensabili.

Arriviamo nella cittadina di Purmamarca, molto vivace, anche se popolata soprattutto da turisti, e simile come struttura e colori a San Pedro. D’altronde, nonostante le dodici ore di viaggio, siamo solo a poche centinaia di chilometri dall’altra parte delle montagne.

Mangiamo in un posto tipico: per la prima volta assaggio il lama, cotto al fuoco su un grande spiedo all’aperto.

Dopo pranzo riprendiamo il pulmino e andiamo alle Salinas Grandes. Sono il secondo deserto salato più grande al mondo, con circa 6.000 km² di superficie, dopo il Salar de Uyuni in Bolivia (10.582 km²) e prima del Salar de Atacama (circa 3.000 km²) che abbiamo visitato nei giorni scorsi. Attraversiamo la cordigliera delle Ande orientali su un passo a 4.200 metri e ridiscendiamo alle Salinas, a 3.450 metri.

Arriviamo finalmente alle Salinas, sicuramente una delle tappe chiave di questo viaggio. Le nuvole non fanno brillare la superficie salata, ma il deserto è comunque impressionante. Ci fermiamo in mezzo al bianco e giochiamo un po’ con luce e prospettiva per delle belle foto. C’è un vento talmente forte che, quando ci mettiamo in equilibrio per gli scatti, rischiamo di essere buttati a terra. Per via dell’altitudine fa anche piuttosto freddo, ma onestamente, date le condizioni, mi sarei aspettata di peggio.

Torniamo a Purmamarca e ceniamo in un ristorante con tre ragazzi che suonano musica locale dal vivo, con strumenti tipici del posto.

Day 6 – Laguna Chaxa

Ci svegliamo con un’ottima notizia: abbiamo una prenotazione aerea per raggiungere Jujuy, nel nord dell’Argentina. Nonostante in linea d’aria disti solo qualche centinaio di chilometri, il giro dei voli ci farà fare un percorso assurdo. Ad ogni modo, domani mattina presto saremo a destinazione.

In rosso il viaggio che avremmo dovuto fare in pulmino, in blu il viaggio che abbiamo fatto in aereo

Nel frattempo investiamo la mattinata in un’altra delle bellezze della zona: la Laguna Chaxa, cuore del Sector Soncor della Reserva Nacional Los Flamencos.

Parto con aspettative basse. Ho già visto i fenicotteri altre volte, penso, non sarò particolarmente colpita. Invece mi ritrovo stregata da un paesaggio che non assomiglia a nessuno di quelli visti finora: la salina alterna specchi d’acqua a isolotti di sale grezzo, le montagne ancora innevate si riflettono sull’acqua ferma, e intorno solo il fruscio di chi cammina piano e parla sottovoce per non disturbare gli animali. E poi loro, i fenicotteri, che danzano sull’acqua bassa filtrando con il becco le artemie, i piccoli crostacei che compongono buona parte della loro dieta e che sono anche responsabili del loro colore rosa.

Al centro informazioni della riserva scopro che a Soncor convivono tutte e tre le specie di fenicotteri sudamericani: il flamenco cileno, il flamenco andino e il flamenco di James, la specie più piccola e rara delle tre. Quest’ultimo per lungo tempo si è creduto estinto, finché negli anni Cinquanta non ne fu riscoperta una colonia in Bolivia, sull’altopiano andino.

Il flamenco cileno, invece, è quello con la distribuzione geografica più ampia, dall’Argentina al Paraguay, e si riconosce per le zampe più lunghe delle altre due specie. Il flamenco andino, il più grande dei tre, vive esclusivamente nelle zone umide d’alta quota tra Argentina, Bolivia, Cile e Perù.

Abbiamo l’occasione di vedere entrambe queste due specie e di osservarne il diverso modo di mangiare: quello cileno fa una specie di danza, immergendo il becco nell’acqua e ruotando su se stesso alzando in modo buffo le zampe; quello andino invece avanza orizzontalmente tirando su e giù la testa.

Le lagune del sistema di Soncor, non ospitano solo i flamengos ma anche minuscole forme di vita adattate all’altissima salinità dell’acqua, che costituiscono la base della catena alimentare di tutta la riserva, e molti altri uccelli, alcuni migratori, altri che non migrano, beneficiando indirettamente della partenza stagionale delle altre: chi resta trova più spazio e più cibo.

Rientriamo a San Pedro e ripartiamo subito per Calama, dove ci imbarchiamo per il nostro tour aereo del Sud America.

Giorno 5 – Atacama: la Valle dei Cactus

Stamattina c’è un po’ di nervosismo. Saremmo dovuti partire per il nord dell’Argentina, ma il Paso de Jama è ancora chiuso per neve e non si sa quando riaprirà. Iniziamo a pensare a soluzioni alternative per riuscire a proseguire il viaggio.

Intanto vogliamo sfruttare al massimo il tempo che ci resta in questo posto stupendo e ricco di cose da vedere. Stamattina ci dedichiamo alla Valle dei Cactus, che come dice il nome è una valle in cui crescono diversi tipi di cactus, alcuni molto alti e molto antichi — alcuni hanno anche 3-400 anni. È facile stimarne l’età perché crescono di circa 1 cm all’anno.

All’inizio della valle troviamo la più grande estensione di rica rica, una pianta molto profumata usata in cucina e per i disturbi di stomaco. Ci sono anche piante di pingo pingo, usate localmente come depurativo, per le infezioni delle vie urinarie e i raffreddori, e a cui viene attribuita fama di proprietà afrodisiache — tanto da essere soprannominato “il viagra dell’Atacama”.

I cactus più alti sono proprio quelli che ricordano i cartoni animati di Beep Beep: si chiamano cardones. Nessuno ne ha mai sfruttato il legno perché brucia male e ci mette troppo a ricrescere, rischiando di esaurirne presto le scorte. L’unico uso che ne veniva fatto era per le decorazioni delle chiese, come quella di Toconao che abbiamo visitato. Le spine, invece, erano usate fin dall’antichità per fare aghi da filato.

Camminiamo lungo la valle, in fondo alla quale scorre un fiume che porta l’acqua fino a San Pedro. Dopo poco abbiamo la grande fortuna di osservare da vicino un falco pellegrino, posato su un cactus che si innalza sopra le nostre teste, prima che si alzi in volo.

Scendiamo lungo una cascata e mettiamo i piedi a bagno.

Nel pomeriggio gironzoliamo per il centro di San Pedro de Atacama, con la sua piazza centrale e la chiesa bianca che sembra quella di Zorro.

La giornata finisce in un lungo comitato organizzativo per riuscire ad emigrare dal Cile e arrivare in Argentina!!

Day 4 – Atacama: Arcoiris e valle della Luna

Stamattina era in programma la salita ai geyser del Tatio, ma la neve caduta nella notte ce lo impedisce. Cambiamo programma e ci dirigiamo verso la Valle dell’Arcoíris, la Valle della Luna.

Lungo il tragitto la nostra guida Ana ci racconta la storia geologica di questa zona. Tre catene montuose corrono parallele dal mare verso l’interno: la Cordillera de la Costa, la più antica (circa 110 milioni di anni); la Cordillera Domeyko, quella centrale (circa 90 milioni di anni); le Ande, la più recente delle tre (circa 75 milioni di anni).

Milioni di anni fa, al di là delle Ande – ancora basse – passava un’umidità carica di sali, che veniva poi bloccata dalla catena del Domeyko. L’umidità evaporava, ma i sali minerali restavano: è così che si è formato il Salar de Atacama. Quando le Ande si sono sollevate, hanno schiacciato la parte finale del salar ormai secco, dando origine alle montagne di sale che si vedono lungo la strada.

Ana ci parla poi della situazione religiosa della zona. Qui il cattolicesimo è dominante ma convive con i credo tradizionali, in un sincretismo molto aperto: preti e sciamani partecipano insieme ai momenti chiave di entrambe le tradizioni. Nelle feste religiose, come quella di San Pietro e Paolo, gli sciamani non lavorano; nei riti sciamanici più importanti, i preti sono sempre presenti.

Un’altra festa fondamentale è il carnevale che, nato come festa pagana in Occidente, qui è diventato una celebrazione religiosa. Durante il carnevale precedente viene identificata una persona, l’alférez, che nel carnevale successivo ha il compito di offrire cibo e bevande a chiunque si presenti a casa sua, nel patio. È un modo per guadagnarsi il favore della comunità e ambire a ruoli pubblici di rilievo, come quello di sindaco.

Altre festività importanti sono il Capodanno, che qui coincide con San Giovanni (24 giugno, la notte più lunga dell’anno), e il mese di agosto, dedicato alla Pachamama, la madre terra: il primo del mese si fanno offerte all’alba, perché segna la fine dell’inverno – il peggio è passato.

Valle dell’Arcoíris. Facciamo un bel trekking in questa valle ricchissima di formazioni rocciose dai colori diversi: il verde di clorite ed epidoto, il rosso dell’argilla ferrosa, il bianco di sale e gesso.

Nel pomeriggio andiamo alla Valle della Luna, che deve il suo nome al padre gesuita Gustavo Le Paige, che condusse ricerche archeologiche in questa zona a metà del Novecento. Fu sempre lui a battezzare, poco distante, la Valle di Marte – diventata poi popolarmente “Valle della Morte” per un fraintendimento linguistico dello stesso padre.

La valle è un intreccio di formazioni rocciose di sale e gesso, in cui si insinuano dune di sabbia. Ci addentriamo a piedi: c’è un vento da non stare in piedi…ma è davvero spettacolare.

Al rientro ci fermiamo per l’aperitivo davanti a un altro tramonto sui vulcani dell’Atacama. I tramonti di San Pedro mi resteranno nel cuore.

Alle 22.30, dopo una cena a base di polpo alla griglia, partiamo per la serata astronomica – un must assoluto di questo luogo. È speciale per il pochissimo inquinamento luminoso, la bassissima umidità e l’altitudine, che avvicinano ancora di più alle stelle.

Siamo sdraiati nel buio più totale, a -5 gradi percepiti, mentre un ragazzo ci racconta le leggende delle costellazioni. Ma io riesco a pensare solo all’immensità di questo cielo, che non avevo mai sentito così vicino e luminoso. La Via Lattea sembra un fiume in cui potrei tuffarmi. Vedo la stella cadente più bella della mia vita, immensa, con una sfera arancione bruciante.

Osserviamo anche alcune nebulose e Saturno al telescopio, e scattiamo fotografie con la Via Lattea sullo sfondo.

Day 3 – Deserto di Atacama

Sveglia alle tre del mattino. Il volo per Calama non aspetta nessuno, e con lui inizia la parte del viaggio dai ritmi più serrati, quella che mi porterà nel deserto più arido del mondo.

Calama vive di rame: è una città mineraria, e si vede subito dal tipo di traffico che incrocia la strada — camion, non turisti. Da lì si parte verso San Pedro, attraversando la Cordillera de Domeyko, che separa le due località. Saliamo fino a 3.300 metri, dove tra le rocce spuntano dei guanachi — parenti dei lama, ma più slanciati e diffidenti — poi si riscende fino ai 2.200 metri di San Pedro.

San Pedro è, letteralmente, un’oasi. Qui piove in media 20 millimetri d’acqua all’anno, quasi tutta concentrata a febbraio. E indovinate un po’: proprio ieri e l’altro ieri ha piovuto — tanto, e ha persino grandinato. Le montagne intorno, che toccano i 5.500-6.000 metri, raramente si vestono di neve. Oggi sono bianche, tutte.

La colpa — se così si può dire — è del fenomeno de El Niño, che sta scaricando piogge abbondanti sulla Bolivia e al di là delle Ande, e che in parte riesce a scavalcare anche le montagne fino a qui.

Per noi è una fortuna a metà. Da un lato il paesaggio è di una bellezza spiazzante, quasi irreale — un deserto imbiancato non capita spesso di vederlo, e per un giorno abbiamo evitato di ritrovarci con l’acqua in testa. Dall’altro, non essendo attrezzati per la neve, alcuni dei siti in programma ma soprattutto il passo che dovrebbe portarci in Argentina restano chiusi. È la seconda volta, dopo il blocco della Bolivia per la guerra civile, che la seconda parte del viaggio viene messa in discussione.

Per ora non me ne preoccupo troppo. Siamo nelle mani della Pachamama, la madre terra.

Pranziamo nel centro di San Pedro, un paesino di circa 10.000 abitanti con tutte le case costruite in terra rossa, molto curato e piacevole da girare a piedi. Poi si parte alla scoperta del Salar de Atacama: 3.000 chilometri quadrati di deserto di sale. Enorme, in ogni direzione lo sguardo si perde.

Il Salar de Atacama è il terzo salar del cosiddetto Triangolo del Litio, insieme al Salar de Uyuni — quello che speravo di vedere in Bolivia — e alle Salinas Grandes, che forse riuscirò a vedere in Argentina. Visivamente il salar sembra un’enorme crème brûlée: sopra una crosta di sale compatta, sotto salamoia.

Fino a poco tempo fa il Cile era il primo produttore mondiale di litio; oggi è terzo, dietro Australia e Cina, anche se resta il paese con le riserve più grandi al mondo. Il litio estratto qui viene trasportato in un porto a circa 4 ore di distanza e da lì spedito in Cina, con cui il Cile mantiene accordi commerciali molto stretti. L’estrazione in sé non è particolarmente inquinante, ma richiede enormi quantità d’acqua — proprio la risorsa più scarsa di questo territorio. Il livello del salar, infatti, si sta abbassando, nonostante lo scioglimento dei ghiacci.

Arriviamo alla Laguna Cejar, dove i più coraggiosi si fanno il bagno in un’acqua salatissima — la concentrazione di sale è paragonabile, se non superiore, a quella del Mar Morto — a 15 gradi. Io li guardo dalla riva, non troppo tentata dall’idea.

Poi visitiamo la Laguna Tebinquiche, luogo che secondo le guide locali era considerato spirituale, frequentato dagli sciamani. Camminarci intorno dà davvero la sensazione di essere sulla luna: intorno solo terra spaccata, consolidata in zolle minerali.

Dal 2015 lo Stato cileno ha affidato alle comunità locali la cura e la protezione dei loro territori ancestrali. Questa laguna è gestita dalla comunità di Coyo, ed è piena di batteri e organismi estremofili — capaci di sopravvivere in condizioni estreme e di generare ossigeno attraverso la fotosintesi, molto simili a quelli comparsi alle origini della vita sulla Terra.

C’è un vento talmente forte che diventa difficile camminare diritti. Costeggiamo la laguna da un’estremità all’altra e, in fondo, ci aspetta un ottimo aperitivo al tramonto.

In questa zona si contano una ventina di vulcani, di cui solo pochi ancora attivi.

Sulla via del ritorno ci fermiamo agli Ojos del Salar: due buche che ricordano dei piccoli cenotes, formatesi per sprofondamento della terra a causa dell’erosione minerale dell’acqua.

Day 2 – Valparaìso

Oggi visitiamo Valparaíso, cittadina colorata sul mare a circa due ore a ovest di Santiago.

È ancora oggi il secondo porto del Cile, grazie alla sua posizione strategica, ma è stata sicuramente ancora più importante in passato: prima dell’apertura del Canale di Panama, tutte le merci che dall’Europa dovevano arrivare alla costa ovest degli Stati Uniti passavano di qui, doppiando Capo Horn.

Gli spagnoli arrivano su queste coste nel 1536, ma è nell’Ottocento che la città vive il suo primo, vero splendore. Dopo l’indipendenza del Cile, nel 1818, Valparaíso si trasforma nello scalo obbligato delle rotte commerciali via Capo Horn e diventa meta di una forte immigrazione europea — inglese, tedesca, francese, croata — di cui oggi si vedono ancora tracce evidentissime, nell’architettura, nei cognomi, persino nei cimiteri.

L’apertura del Canale di Panama nel 1914 cambia tutto: le navi non hanno più bisogno di doppiare il continente, e il traffico che per secoli aveva fatto la fortuna del porto si sposta altrove. Il colpo si aggrava con la crisi economica mondiale del 1929, che mette in ginocchio anche il commercio del nitrato su cui buona parte dell’economia locale si reggeva. Lo sviluppo industriale del Novecento compensa solo in parte quella battuta d’arresto.

Ma Valparaíso ha una capacità di reinventarsi che mi colpisce. Nel secolo scorso rinasce come capitale della street art e della cultura bohémien cilena, complice anche l’amore dichiarato di Pablo Neruda, che qui aveva una delle sue case. E nel 2003 il suo centro storico — quell’intrico di casette colorate aggrappate alle colline — viene dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.


Santiago, la nostra guida locale, ci porta su per le quattro colline che caratterizzano lo sviluppo di Valparaíso, anche se in realtà i cerros della città sono molti di più: si parla di oltre quaranta, ognuno con una propria identità e una propria storia.
Sulla prima troviamo tre cimiteri: i primi due si trovano uno davanti all’altro, costruiti a tre anni di distanza uno dall’altro, segno del grande sviluppo urbano dell’Ottocento. Uno cattolico, l’altro protestante, chiamato dei dissidenti, dove sono sepolti anche molti immigrati dell’epoca, soprattutto inglesi. Il cimitero dei dissidenti nasce perché all’epoca il cattolicesimo era religione di stato e i non cattolici non potevano essere sepolti nei camposanti ordinari: per circa trent’anni è stato l’unico luogo in tutto il Cile dove potevano trovare riposo protestanti, ortodossi o ebrei.



Sulla seconda collina si trova il carcere, attivo fino alla fine degli anni Novanta, che sotto il regime di Pinochet ha ospitato soprattutto prigionieri politici, spesso torturati o fatti sparire. Oggi l’edificio è stato recuperato e trasformato nel Parque Cultural de Valparaíso, un centro culturale che ospita mostre ed eventi, mantenendo però anche una funzione di memoria storica di quel periodo.

La terza e la quarta collina sono le colline residenziali, parte del patrimonio UNESCO. Sono una successione di casette colorate, in diversi stili europei: a volte nello stesso scorcio si vedono mansarde alla francese, balconi a sbalzo in stile tedesco e case coloniali inglesi.

Passeggiamo anche per il paseo Yugoslavo, un quartiere con alcuni grandi palazzi nobiliari di immigrati croati, che davano sfoggio così delle loro ricchezze.

Essendo tutta un saliscendi, Valparaíso è famosa anche per i suoi storici ascensori funicolari. Utilizziamo il più antico, l’Ascensor Concepción, inaugurato nel 1883 vicino al celebre orologio Turri: all’epoca funzionava con un contrappeso ad acqua, oggi è manovrato ancora manualmente da un operatore che aziona, accelera e frena la cabina di legno.

A differenza di Santiago, qui il cielo è azzurrissimo e il sole caldo: ci godiamo uno splendido pranzo in una terrazza vista mare prima di rientrare a Santiago.