Iniziamo gironzolando per il mercato centrale di San Pedro; nella parte perimetrale ci sono tutte bancarelle di souvenir mentre nella parte centrale si vende cibo ma anche piatti preparati da mangiare sul posto, sopratutto succhi di frutta fresca.
Facciamo una visita guidata di questa bellissima città, con un ragazzo che ce ne racconta la storia e ce ne mostra i luoghi più emblematici, sia provenienti dalla cultura Inca, presente qui fino al 1533, sia derivanti dalla colonizzazione spagnola durata fino al 1821, anno in cui è stata dichiarata l’indipendenza.
La visita si snoda nel cuore della vecchia città Inca, costruita fra due fiumi – oggi sotterranei – che servivano a delimitare la città e ad alimentare il bisogno di acqua, sia per la città che per i campi circostanti. La città antica era stata costruita con la forma di un puma, uno degli animali più simbolici per la cultura Inca.
Quando sono arrivati i conquistatori spagnoli, hanno mantenuto il cuore della città nella stessa area, andando però a distruggere i 14 templi che c’erano e costruendoci sopra delle chiese cattoliche.
La guida ci porta a conoscere un suonatore di suoni naturali: utilizza oggetti trovati in natura – piume di condor, canne di bambù, zoccoli di alpaca, … – per riprodurre suoni e creare delle musiche meravigliose.
Vaghiamo per le stradine del centro, tutte in pietra, con ancora i canali di scolo originali al centro. Ci sono ancora alti muri fatti di giganti pietre a secco del periodo Inca che, grazie alla tecnica di costruzione, hanno resistito anche ai più forti terremoti che hanno colpito questa zona.
Finiamo il tour nel quartiere di San Blas, il quartiere artistico da cui c’è una bellissima vista sulla città.
Nel pomeriggio prendiamo un taxi e andiamo a nord della città. Vediamo la città dall’alto, da dove c’è il Christo Blanco che protegge la città, passiamo vicino a due siti archeologici monumentali e visitiamo una cooperativa di donne in cui si producono filati di alpaca e vigogna. Qui vediamo i diversi animali da cui producono la lana, il processo di colorazione con tinte naturali ed il processo di filatura a mano fatto dalle donne della comunità.
Dopo un po’ di shopping, finiamo la giornata con un’ottima cena al ristorante Chica por Gaston Acurio dello chef stellato.
Ci svegliamo a Sicuani, alle 7 partiamo con il nostro pulmino alla volta di Palcoyo. Dopo mezz’oretta di cemento, svoltiamo su una stradina sterrata e si apre una vallata meravigliosa…saliamo fra greggi di alpaca e lama, terrazzamenti coltivati a patate, verdi vallate alternate a pendii completamente rossi, un ruscello vivace che (prima o poi) finirà nel Rio delle Amazzoni e che nella stagione delle piogge diventa rosso come il sangue per tutto il ferro che trascina giù con sé.
La salita è tanto tortuosa quanto meravigliosa. Arriviamo a 4.750 metri, la meta è a “soli” 250 metri di dislivello sopra di noi!
Dopo un breve ringraziamento alla pachamama (la madre terra) per la bellezza che abbiamo davanti e per essere qui tutti insieme ad affrontare questa sfida perché insieme “si, podemos!”, iniziamo ad affrontare la morbida salita che ci porterà a alla cima. I miei passi inesperti sono brevissimi, la respirazione piena, naso e bocca, le foglie di coca in bocca sperando aiutino, l’agua de florida da sniffare al bisogno e soprattutto volti un po’ sofferenti un po’ sorridenti, ormai amici, a fianco. Ed è tutto questo che mi ha permesso di arrivare in cima, a 5.000 metri, con un grandissimo sorriso.
Intorno a noi, montagne sabbiose a strisce colorate, non proprio come l’arcobaleno, ma di tanti colori, il ghiacciaio del Ausangate che con i suoi 6.348 metri è uno dei ghiacciai più alti del Sud America, e dei picchi di roccia che formano delle guglie.
Scendiamo…e con noi scende anche l’adrenalina e la quota…le gambe tremano un po’, il mal di testa torna, ma il sorriso non passa.
Riprendiamo il pulmino, direzione Cuzco.
Stasera ci godiamo la movida local, qualche Pisco Sour e un po’ di musica!
Notte di più di 8h (yeah!) che, a parte una botta di mal di testa lancinante che ho tamponato con del brufen a stomaco vuoto alle 4 del mattino, si è rivelata ristoratrice ed un toccasana per il mal d’altura che oggi mi ha dato tregua (o altrimenti non so quale erba magica ci fosse nel brufen di stanotte).
Dopo una ricca colazione (la prima non “al sacco” dall’inizio del viaggio) con frittelle, marmellata, uova, succo di quinoa e caffè (una visione), partiamo per la nostra visita di alcune isole del lago Titicaca. La prima che visitiamo è Uros dove ci accolgono gli abitanti con il saluto aymara “kamisaraki”(ciao come stai?) al quale rispondiamo “waliki” (bene grazie).
Anticamente la tribù Uros, di etnia Aymara, viveva sulla terraferma. Poi iniziarono a costruire degli isolotti galleggianti fatti di radici di giunco per evitare di essere conquistati. Arrivati sull’isolotto, ci raccontano come questi vengono costruiti: le radici dei giunchi (localmente chiamati totora) durante la stagione delle piogge, si staccano in blocchi di 10/15 mq. Gli Uros navigano lungo il lago per cercare questi blocchi che tagliano con delle seghe in blocchi più piccoli. In ogni blocco inseriscono due pali di eucalipto e legano fra di loro i pali con delle corde, unendo diversi blocchi. Poi tagliano i giunghi e li mettono sopra in fasci, sovrapponendoli in direzioni diverse per costruire una sorta di reticolato. Per compattare il tutto poi, ci giocano sopra a calcio o a pallavolo.
Le case costruite sopra all’isola sono amovibili e possono essere spostate in diverse posizioni a seconda della stabilità dei blocchi sottostanti. Le cucine sono esterne e poste sopra a delle pietre per non rischiare di incendiare i giunchi sottostanti e, di conseguenza, l’isola.
Per costruire un’isola ci vuole circa 1anno e mezzo quindi durante la costruzione gli Uros vivono in delle barche fatte di giunchi. Queste barche vengono ancora utilizzate oggi e sono chiamate barche dell’amore perché danno alle coppie un po’ di intimità che di certo non hanno in questo isolotto di 15mt x 15mt su cui vivono 5 famiglie per un totale di 20 persone.
Le famiglie sono sia coppie sposate che coppie in convivenza che i giovani devono fare intorno ai 18 anni per “mettere alla prova” la coppia prima di sposarsi e avere figli.
Durante il giorno, le donne di quest’isola ricamano stoffe con disegni tradizionali per sostentarsi e non posso non comprare un bellissimo runner.
La nostra seconda tappa è l’isola di Taquile, una “vera” isola, di tutt’altra dimensione. Ci inerpichiamo lungo una stradina tortuosa in salita che ci porta al paese, 150 metri sopra al livello del lago.
Ci fermiamo nella piazza principale dove ci fanno un bellissimo timbro-visto del lago Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo, sul passaporto e assistiamo a delle danze in costume tradizionale.
Abbiamo la fortuna di essere capitati qui nella settimana annuale di buon auspicio dei matrimoni, infatti questo mercoledì si sono sposate ben 6 coppie. I festeggiamenti durano 5 giorni, quindi oggi, che è sabato, sono ancora in festa. Risuonano musica e risate da più case; una di queste coppie è amica della nostra guida che ci accompagna a casa loro a salutare e a congratularci con gli sposi. Gli lasciamo una piccola offerta come regalo di nozze che attacchiamo a delle spille da balia sui loro abiti tradizionali. Parenti ed amici presenti bevono e ballano.
Arriviamo nel punto più alto dell’isola, a 4.000 metri, in cui pranziamo su uno splendido terrazzamento, con una vista mozzafiato sul lago pieno di sole.
Rientriamo a Puno, lentamente – a sì e no 4 nodi, forse per mantenere il ritmo pacato del lago – con il nostro battellino e riprendiamo il pulmino in direzione di Sicuani.
Domani grande giorno, saliremo sulla Rainbow mountain!
Comoda partenza alle 5 (anche 1h in più di sonno fa la differenza), direzione Puno, punto di partenza per il lago Titicaca.
Mi appisolo nel pulmino…ma l’altitudine non perdona…mi sveglio di colpo con un chiodo nella testa, guardo fuori e riconosco il mirador dei 5.000mt di ieri…ora capisco! Da lì il mal di testa non mi da più tregua per tutta la giornata…e nemmeno il mio fedele compagno Oki Task riesce a vincerlo.
A Puno ci imbarchiamo su un traghettino che ci porta fino alla penisola di Chucuito, al paesino di Luquina. Qui iniziamo un’esperienza molto particolare di vita con la popolazione locale.
In questo paesino sulle rive del lago vivono 70 famiglie, per un totale di circa 700 persone (non esattamente le famiglie mono filiari italiane!).
Le case sembrano abbastanza moderne, di mattoni forati, colorate di rosso con delle belle finestrelle.
Ci dividiamo in gruppetti di 4 e veniamo affidati ad una famiglia locale. Inizia la giornata ad un ritmo che mi fa inchiodare come se passassi dalla sesta alla prima in un solo colpo. Nessuno ha l’orologio, si muovono al rallentatore, lavorano 5 min e poi fanno una pausa…e io, nella mia milanesità frenetica, cerco di copiarli impacciata.
Pranziamo nella loro sala da pranzo, vista lago, poi passiamo qualche ora a lavorare con le famiglie, ognuno secondo le necessità della giornata. Noi separiamo le fave secche dal loro bacello, prima pestando i baccelli con i piedi, poi facendo volare le fave in aria per separarle dai resti legnosi del bacello.
Andiamo poi a recuperare le pecore al pascolo, portandole tipo al guinzaglio, per riportarle nel recinto per la notte. Capisco cosa vuol dire muoversi “come una pecora” perché appena riusciamo (a spinta) a farne muovere una, le altre la seguono di corsa. Appena mi muovo un po’ più rapidamente, i 4.000 metri mi ricordano che devo andare piano…il grande mantra della mia estate.
Con dei mini passetti – che mia nonna con il girello mi avrebbe superata – saliamo ancora di qualche decina di metri in altezza fino ad arrivare alla cima della montagnetta dietro al paesino.
Qui facciamo un rito locale per la pachamama, la madre terra: con 3 foglie di coca in mano, che rappresentano le tre divinità della natura (il condor per il cielo, il puma per la terra, il serpente per i morti), ringraziamo la madre terra soffiando in direzione dei 4 punti cardinali e poi appoggiandocele sul cuore in ringraziamento per tutta la bellezza che abbiamo intorno.
Vediamo un bel tramonto rosso sul lago, poi ci vestiamo con i vestiti tradizionali e ci riuniamo a casa del sindaco del villaggio per fare alcune danze tradizionali.
Finiamo la giornata a cena con la nostra famiglia ospitante, mangiando la tradizionale zuppa di pollo e poi un piatto di riso e patate, la loro alimentazione quotidiana.
Dopo 4 lunghe ore di sonno, alle 3 suona la sveglia, pronti (forse) per iniziare la nostra prima salita a 5.000 metri.
Dopo una splendida alba, la prima tappa è un mirador del vulcano El Misti, dove conosciamo qualche lama e alpaca. Sono le 6 del mattino, siamo a 4.000 mt e ci sono -3C*: condizioni perfette per il primo Andean tea, un infuso di foglie di coca e altre piante locali che dovrebbe scaldarci e attutire il mal di montagna. Per ora non sento malessere.
Il secondo stop ci porta diretti a 5.000 mt, al mirador Los Andes, dove arriva la strada asfaltata più alta del mondo. Il fatto di essere più alti della cima del monte Bianco mi fa abbastanza impressione…ed evidentemente lo fa anche al mio corpo che inizia a non apprezzare l’altitudine: classici sintomi di mal di testa, nausea, giramenti di testa…ma per fortuna il fiato è perfetto.
Discendiamo un pochino e risaliamo fino a 3.700 mt al mirador Cruz del condor, sopra al Canyon del Colca.
La strada per salire è stupenda ma un altro effetto collaterale del mal di montagna (e forse della sveglia) è che non tengo gli occhi aperti!
Arriviamo in cima e…meraviglia: 4 condor (alcuni adulti bianchi e neri e alcuni giovani marroni) iniziano a volteggiare grazie alle termiche sopra alle nostre teste!
Salgono in alto in alto in alto e si tuffano giù nel canyon sparendo alla nostra vista. Rimaniamo a lungo con il naso all’insù poi facciamo una passeggiata lungo il canyon per andare a vedere qualche altro scorcio del canyon, a passettini piccoli per non soffrire.
Riesco a godermi molto di più la strada al ritorno. Tutta la parte bassa del canyon, in prossimità del fiume Colca, è coltivata a terrazzamenti fin dalle civiltà pre-inca. Oggi però la scarsità di acqua e le condizioni della terra hanno reso molto più faticoso e meno fruttuoso coltivare e tanti giovani si trasferiscono ad Arequipa per studiare, generando anche una scarsità di mano d’opera.
Ci fermiamo a fare un giretto nella cittadella di Maca, il cui unico punto di interesse mi è sembrata essere la chiesetta, molto ricca all’interno. Il resto di quello che ho visto sono baracche.
Dopo un salutare pranzo – con buffet di verdure che ha fatto la mia gioia – e rapido check in in hotel, dedichiamo il pomeriggio ad adrenalina e relax: due zipline sopra al fiume Colca e aperitivo alle terme naturali.
Stanotte dormiamo a Chivay dove continua la festa dell’Assunzione.
La notte passa più o meno tranquilla tranne l’attraversamento di un passo di montagna in cui nonostante i miei occhi non vedano le curve al buio, il mio stomaco le ha sentite tutte! Quando sorge l’alba ci godiamo un bellissimo spettacolo ed il resto del percorso ci regala viste bellissime su rosse montagne e verdi vallate coltivate.
Tra l’altro dopo un viaggio di 12h filate di aereo, in cui praticamente devi imparare a dormire da in piedi tipo cavallo, il confronto con un sedile reclinabile per davvero sembra già un extra lusso! Quindi diciamo che ci svegliamo “riposati” ad Arequipa.
Lasciamo i bagagli in hotel e ripartiamo subito per visitare la città. Oggi è grande festa ad Arequipa, dove si celebra la fondazione della città e l’assunzione della Vergine Maria, con una grande parata di carri e fuochi d’artificio.
Iniziamo la visita della città dal monastero di Santa Catalina, la nostra Santa Caterina da Siena, a cui una ricca vedova ha dedicato il convento domenicano che ha fondato nel 1580 e che oggi è patrimonio UNESCO.
Il convento è davvero splendido con la sua pietra bianca di Arequipa usata per gli esterni ed intonaci dai colori vividi rosso e blu per gli interni. Ci facciamo accompagnare da una guida che ci mostra prima la zona dedicata alle novizie, con una cappella e piccole celle singole, e poi la zona delle suore. Queste avevano una camera individuale con annessa una zona cucina le cui dimensioni variavano a seconda della ricchezza che la famiglia portava in dote al convento. Le suore provenienti dalle famiglie più ricche potevano permettersi di farsi accompagnare anche da 1 o più serve che le aiutavano nelle mansioni casalinghe.
Il convento è quasi una piccola cittadina con un dedalo di viuzze, oggi chiamate con nomi di città spagnole, e cortili pieni di piante.
Dopo la visita, il gruppo si divide per il pomeriggio: qualcuno va a fare rafting, io con un altro gruppetto andiamo a mangiare in un ristorantino che si trova in un altro convento, Claustros de la Companía, oggi dismesso. I chiostri del convento sono riccamente decorati e ancora oggi ben mantenuti. Provo il Rocoto relleno, il piatto tipico di Arequipa, un peperone leggermente piccante ripieno di carne e formaggio…mi aspettavo una cosa molto pesante invece è molto piacevole.
Visitiamo la Plaza de Armas, la piazza principale della città con la sua imponente cattedrale bianca. Questa piazza è il cuore della festa di oggi e già dalle 13 le persone sono sedute tutte intorno su degli sgabellini ad aspettare il passaggio dei carri.
Facciamo un giretto per le stradine intorno, qualche negozietto, qualche farmacia a dibattere con dei farmacisti molto disponibili della questione di cosa prendere per prevenire o curare il mal di montagna. Alla fine decidiamo di provare a prevenirlo con un integratore fatto di piante locali…domani saremo a 5.000mt e sapremo se sarà stata la scelta vincente!
La doccia dopo due giorni di vagabondaggi è pura goduria.
Ceniamo in un ristorante tipico dove provo un altro nuovo piatto: filetto di alpaca…non me ne vogliano i vegetariani…delizioso!
Dopo cena la festa continua, fiumi di gente invadono tutte le strade del centro, cantano, ballano, bevono. Lungo i marciapiedi sono spuntanti decine di “ristoranti pop up”, basta un tavolo con tovaglia bianca , qualche sgabellino intorno e qualche strumento…e le signore peruviane offrono the, alcolici, carne allo spiedo,…
Inizia anche qualche fuoco artificiale ma il grosso spettacolo sarà a mezzanotte…la nostra sveglia però suonerà di nuovo alle 3 quindi alle 23 ci infiliamo sotto le coperte con i rumori della festa di sottofondo.
Che gioia ripartire…fare lo zaino (rigorosamente bagaglio a mano e leggero per non passare l’inverno dall’osteopata), salire sul volo, per 12 ore fare detox dal mondo…e trovarsi dall’altra parte dell’oceano pronti per una nuova avventura!
Questa volta la meta è il Perù…sognato, preparato, sabotato, riorganizzato…e finalmente diventato realtà! Condividerò questa scoperta con altri 15 ragazzi, che come me hanno deciso di scoprire un pezzettino di mondo grazie a WeRoad.
Dopo l’arrivo a Lima ieri sera e una prima cena rigorosamente a base di ceviche al ristorante Punto Azul di Miraflores, stamattina la sveglia suona impietosa alle 3.30.
Partiamo per la riserva naturale di Paracas e le Islas Balletas.
Dopo 3 orette di pulmino arriviamo all’imbarcadero dove saliamo su un grosso motoscafo da cui dovremmo vedere uccelli e animali marini che vivono in questa riserva. Appena usciti, due delfini si avvicinano e giocano a fianco a noi.
Poco più avanti iniziamo ad incontrare leoni marini, alcuni che si rilassano appollaiati su una boa segnaletica all’ingresso del porto cargo di Paracas, il terzo del paese per dimensioni. Fa impressione la quantità di camion in fila per caricare e scaricare merci.
Quasi sul capo della penisola di Paracas, c’è una gigante figura incisa nel terreno, simile alle linee di Nazca, che si chiama Candelabra. Rappresenta, a seconda delle interpretazioni, un candelabro o un cactus gigante o ancora dei simboli massonici.
Usciamo dalla baia di Paracas e andiamo alle isole di Balletas, isolotti rocciosi con alte scogliere a picco sul mare. Le scogliere sono coperte di guano prodotto principalmente da cormorani, sule, pellicani, e avvoltoi e che ogni 4/5 anni viene raccolto e usato come fertilizzante.
Le isole sono caratterizzate da archi scavati nella roccia che creano passaggi da un lato all’altro. Avvicinandoci notiamo dei movimenti…ed ecco spuntare dei piccoli pinguini di Humboldt che con la loro buffa camminata e qualche scivolone sulle rocce, arrivano vicino al mare e ci si tuffano…plouff!
Rientrati a Paracas, continua la nostra scoperta della Riserva Naturale via terra. Tutta la zona è un bellissimo deserto, con dune che vanno dal giallo all’arancione e si gettano a picco nel mare con scogliere e spiagge bianche o rosse. Facciamo qualche passo nel deserto e ci immergiamo in questo spettacolo.
Dopo un’altra ora di minibus, arriviamo a Ica, vivace cittadina, capoluogo di questa regione, alle porte di un piccolo deserto chiamato Huacachina.
Ci addentriamo di poco in questo deserto e troviamo un’oasi (ormai alimentata artificialmente) circondata da ristorantini e baretti. Dopo un bel pranzo in riva all’acqua, partiamo per un’attività che (quasi incredibile!) ancora mi mancava da provare: il buggy nel deserto. Si tratta di macchinine (le nostre non erano neanche così tanto “-ine”), aperte, con grossi ruotoni un po’ sgonfi con cui fare i rally nel deserto…una cosa divertentissima! Sembra di fare le montagne russe senza il disagio dell’altezza!
Giochiamo su e giù dalle dune a tutta velocità…saliamo a piedi in cima una duna e infine ci godiamo il tramonto dal tetto del nostro buggy.
È quasi finita la nostra prima giornata di viaggio…e sembra passata una settimana…ma non solo: la notte la passeremo su un bus notturno. Il vantaggio è che sono talmente cotta che forse dormirò senza rendermene troppo conto!
Miglior foto del nostro tramonto grazie a @fede.battilana
Iniziamo la nostra giornata a Samarcanda dal mausoleo di Tamerlano. Qui, oltre alla tomba dell’emiro, c’era un albergo per accogliere i dervisci (asceti islamici) e una madrasa per i figli dei militari.
Tamerlano era di estrazione abbastanza umile ma era amico di diversi potenti che ha prima sfruttato per accrescere il suo potere e poi eliminato per espandere il suo dominio fino a creare un vasto impero che andava dall’Anatolia alle rive del Gange passando per l’Egitto. Nella sua bandiera c’erano infatti tre pallini che rappresentavano i 3 continenti su cui si estendeva il suo potere.
All’interno sono sepoliti, oltre a Tamerlano, anche due suoi nipoti, di cui uno è il famoso studioso Ulugh Beg, e alcuni dei suoi figli – Tamerlano aveva 18 mogli ma sono giunte notizie solo di 4 figli, di cui alla sua morte ne era sopravvissuto solo uno. Qui si trova inoltre uno sceicco dell’Islam, riconoscibile come persona sacra dal pendaglio di crine di cavallo che pende sopra alla sua tomba. La parte bassa dell’interno del mausoleo è fatta di onice, mentre le decorazioni della parte alta sono di cartapesta dipinta.
Andiamo poi alla piazza Registan. Il nome significa sabbia rossa, in quanto si dice che qui tagliassero le dita a chi commetteva reati quali furti.
Questo divenne un luogo estremamente importante per lo sviluppo della cultura del regno in quanto, fra il 1400 e il 1600, furono costruite tre madrase, le scuole dove si studia il Corano: Ulugh Beg, Tilya-Kori e Sher-Dor. Gli studenti vivevano nelle scuole, in delle stanze che condividevano con un altro studente, dove al piano di sotto studiavano e al piano di sopra soppalcato dormivano. Lo studio di ciascuna materia richiedeva un percorso di 3 anni ma gli studenti studiavano qui per circa 10 anni approfondendo diverse materie.
La madrasa di Ulugh Beg è la più antica e risale al regno timuride (1420). Nella madrasa Tilya-Kori (che significa “dorata”), risalente al 1660, vi è anche una grande moschea, appunto dorata. Sulla facciata della madrasa Sher-Dor, del 1636, sono rappresentate delle tigri, scelta molto interessante dal momento che viola il divieto nell’Islam di raffigurare esseri viventi sugli edifici religiosi.
Visitiamo poi la moschea di Tamerlano anche chiamata moschea di Bibi-Khanym, dal nome di sua moglie, attorno alla quale è nata una leggenda. Si narra che mentre Tamerlano era in viaggio, la moglie chiese ad un grande architetto di costruire una grandiosa moschea per sorprendere il marito al ritorno dal suo viaggio. L’architetto accettò ma si invaghì di Bibi e le disse che non avrebbe finito la costruzione a meno di non ricevere da lei un bacio. Bibi accettò ma il bacio lasciò un segno che il marito notò e, preso dalla furia, fece giustiziare l’architetto ed impose che tutte le donne portassero un velo davanti al volto in modo da non far cadere in tentazione gli uomini che non fossero loro mariti.
Legenda a parte, la moschea era uno dei più ambiziosi progetti architettonici dell’epoca ma ebbe dei grossi problemi strutturali e di scelta dei materiali e dopo poco la cupola e i minareti iniziarono a sgretolarsi. A metà del 20esimo secolo era ridotta a un cumulo di rovine ma i russi, riconoscendo l’importanza storica di questo luogo, come delle madrase di piazza Registan, procedettero ad un’importante opera di restauro (forse un po’ troppo massiccia ed invasiva ma che sicuramente ci permette oggi di proiettarci bene in quello che era lo splendore e l’imponenza di questo luoghi).
Ci fermiamo per pranzo e per un giretto al Bazar. La qualità dei souvenir non è un gran che ma mangiamo un buon pane sfogliato. In realtà è tutto quello che riusciamo a mangiare perché lo street food in Uzbekistan non è per niente sviluppato (l’unica cosa che si trova a volte sono i samsa, delle specie di fagottini di pasta ripieni di carne).
L’ultima tappa di questo tour è la meravigliosa necropoli di Shah-i-Zinda, che significa “il re vivente”, dalla legenda che narra che un cugino di Maometto, dopo essere stato decapitato per la sua religione, abbia preso la sua testa e sia andato a vivere proprio qui in un pozzo profondo e che ancora viva.
C’è anche un’altra legenda che ruota intorno a questo luogo. Si dice che bisogna contare gli scalini di accesso a questo complesso. Se la conta è la stessa in ingresso ed in uscita, allora l’anima è pura, altrimenti è impura…per fortuna il mio conto era uguale sia in salita che in discesa!
La necropoli è formata da una serie di mausolei, affiancati lungo una stradina, e da alcuni altri luoghi sacri tipo alcune moschee. Tutto è decorato con splendide maioliche, dai colori tipici, e si sviluppa verso l’alto come se andasse verso il cielo…che luogo meraviglioso!
Qui si conclude purtroppo la nostra bellissima esperienza Uzbeka…grazie a tutte le splendide persone che mi hanno accompagnato nella scoperta di questa terra, con allegria e passione da veri viaggiatori (Lorenzo, Martina, Claudia, Carlo, Lorenzo, Giorgia, Giampiero, Laura, Andres, Flavio, Giacomo)!
Dopo una fresca, breve, notte nella Yurta, riprendiamo il bus in direzione di Samarcanda. Nonostante i km siano poco più di 200, il viaggio dura più di 4 ore.
Appena rinfrescati in hotel, partiamo per una prima scoperta della città. Iniziamo dalla Moschea di Hazrat-Hizr, con il mausoleo di Islam Karimov, primo presidente uzbeko. La moschea si dice sia la più bella moschea attiva di Samarcanda…sicuramente la struttura esterna è bella ma dentro non è proprio niente di che (ed è pure super puzzolente…) quindi spero ne vedremo di più belle!
La seconda tappa è l’osservatorio di Mazar Ulugh Beg, nipote di Tamerlano, grande studioso che ha governato Samarcanda e ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla diffusione della scienza, principalmente nella madrasa che fece costruire e che porta il suo nome. In questo osservatorio, del 1400, rimane parte di un enorme quadrante di 40 mt di raggio che era utilizzato per la misurazioni del mezzogiorno.
Facciamo una passeggiata nell’antico quartiere ebraico, dove sorge la sinagoga ancora oggi attiva nonostante siano rimasti in città non più di qualche centinaio di ebrei. Iniziamo la nostra passeggiata dal mausoleo di Abu Mansura Maturidi, famoso teologo islamico, che vediamo solo da fuori. Il quartiere ebraico è separato dalla zona delle meravigliose madrase del Registan da un alto muro ed è un dedalo di stradine, con strane traiettorie, ricurve, solo parzialmente asfaltate, con canali di scolo a cielo aperto, i tubi del gas che passano in bella vista sopra le nostre teste. I bimbi giocano per strada; anche qui si vede il melting pot etnico di questo paese, con tagiki, uzbeki, russi che giocano insieme a cui, in questo quartiere decisamente più povero, si aggiungono gli zingari, che anche qui sembrano più isolati fra loro. In questo momento stanno rifacendo le tubature cittadine dell’acqua in questa zona quindi le persone vanno ad attingere l’acqua con dei boccioni di plastica da pozzi esterni.
Stasera facciamo una cooking class per imparare a cucinare il plov, piatto nazionale con riso pilaf, carne e carote. Veniamo accolti in una casa con un grande cortile dove è apparecchiata una tavolata per noi. La padrona di casa ci guida nella preparazione del plov, cucinato in un grande braciere nel cortile. Per prima cosa fa friggere dei grandi pezzi di carne in olio di semi e di lino (non posso ripensare alla quantità di olio che c’era perché il piatto poi se l’è bevuto tutto!); una volta ben rosolati, aggiunge le immancabili cipolle, una valanga di carote tagliate a bastoncini, cumino e pepe. Dopo un po’ aggiunge uvetta e ceci bolliti e ricopre con un altro strato di carote. Aggiunge un po’ d’acqua e lascia cuocere coperto per 30 min, poi aggiunge sopra il riso lasciato a mollo mentre cuoceva il resto e ricopre con un po’ d’acqua. Lascia cuocere coperto per un’altra mezz’ora. Mentre aspettiamo i passaggi della cottura, mangiamo gli antipasti e facciamo balletti di gruppo.
Prima di andare a dormire non possiamo farci mancare una prima visita notturna al mausoleo di Tamerlano e alla piazza del Regiastan. Già al mausoleo rimango molto affascinata dalla bellezza di questo imponente monumento.
Ma è quando arriviamo dinanzi alle madrase del Regiastan che rimango letteralmente a bocca aperta! Decidiamo di fare il biglietto ed entrare – anche se abbiamo già pianificato la visita con la guida domani – ma, essendo già tardi, riusciamo a goderci la magia di questo luogo reso ancora più suggestivo dalle luci e dal silenzio.
La giornata inizia con una tempesta di vento…e di conseguenza di sabbia. Anche senza tutto questo vento, la quantità di terra che c’è nell’aria è così tanta che basta appoggiare il telefono sul tavolo 10 min per ritrovarlo coperto da uno stratino di sabbia gialla. Io non ho mai avuto così tanta allergia alla polvera nella mia vita, passo le giornate a starnutire e a sfregarmi gli occhi!
Partiamo subito con un pulmino, direzione Nurata. Dopo 3 orette arriviamo in un luogo particolare: il complesso della sorgente di Chashma, che si dice sia sgorgata dove il genero del profeta Maometto piantò il suo bastone nella terra. Il complesso consiste di una moschea, un mausoleo e qualche altra costruzione religiosa costruiti intorno ad un fiumiciattolo, pieno di trote sacre, da cui i fedeli attingono l’acqua sacra che si portano via in piccole taniche.
Sulla collinetta subito dietro si possono vedere i resti di una fortezza di Alessandro Magno, costruita intorno al 300 A.C. per difendere Nurata dai nomadi della steppa che provenivano da nord: bisogna saperlo perché non c’è nessun cartello né si coglierebbe l’importanza storica del luogo ad occhio nudo. Dall’alto c’è però una migliore vista sul complesso della fonte e sullo sfondo si vedono i monti Nuratau, alti poco più di 2.000mt.
Nel complesso sacro siamo quasi gli unici turisti stranieri ma questo pullula di turisti locali, che, come sempre, ci guardano straniti ed incuriositi. Incontri ravvicinati del terzo tipo prima di ripartire con i bagni, gremiti di donne, alcune sulle turche, come sempre con le porte aperte, altre che si lavano i piedi come parte delle abluzioni preparatorie alla preghiera e poi riappoggiano i piedi sul pavimento sudicio e melmoso. Ho anche visto una mamma raccogliere da quel pavimento una corona di taralli caduti al bambino e ridarglieli da mangiare: un’esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno!
Ripartiamo e viaggiamo per un’oretta in mezzo ad un deserto di sabbia e arbusti su una strada lunga lunga e diritta, direzione lago di Aydarkul, un bacino artificiale creato nel 1969. Non lontano dal lago, sorgono alcuni campi di Yurte, le tradizionali tende kazake rivestite di pelle di cammello, che saranno le nostre case per stasera. Il nostro campo, Quizilocum Safari Yurt Camp, è composto da una ventina di tende bianche, poste in cerchio intorno ad un falò centrale.
Dopo pranzo, facciamo una gitarella al lago. Dall’alto sembra quasi mare, ha un colore scuro, la superficie è leggermente increspata dal vento. Trascorriamo qualche ora sulla spiaggia, leggendo e passeggiando. Qualcuno mette le gambe nell’acqua ma nessuno osa tuffarsi…troppo freddo! Il panorama è molto piacevole ma purtroppo la zona è infestata da moscerini che, appena cala un pochino il vento, ci ricoprono la faccia ed il corpo. La spiaggia è anche piena di scarabei giganti!
Rientriamo al Camp e riusciamo a goderci un bel tramonto dall’alto di una duna. La cena è tradizionale: una serie di antipasti di verdura cruda (diverse insalate di barbabietole, cavoli, pomodori, …), a seguire una zuppa, con riso, patate, carne ed infine uno stufato di patate e carne. Ormai dopo qualche giorno mi sento di poter riassumere la cucina Uzbeka così: variazioni sul tema di 5 elementi principali ovvero carne, patate, cipolle, carote, pane. Per fortuna la versatilità di questi elementi ha favorito la creatività nelle diverse regioni e quindi i piatti variano abbastanza da posto a posto, soprattutto i diversi modi di preparare il pane, di cui stiamo stilando una classifica.
Dopo cena ci aspetta un bel fuoco con un cantore Uzbeko che si accompagna con una specie di mandolino e suona musiche tradizionali. Quando finisce rimaniamo intorno al fuoco e intoniamo Vecchioni…”Ridere ridere ridere ancora…non è poi così lontana Samarcanda…” – domani coroneremo il sogno di vedere questo posto leggendario.