Day 9 – Machu Picchu

È arrivato il giorno della meraviglia del mondo: Machu Picchu. La sveglia è come al solito alle 4.30, ci prepariamo e ci mettiamo in coda per prendere i pullman che ci portano in cima alla montagna di Machu Picchu (Machu = vecchio o grande, Picchu = montagna). 

Il sito archeologico richiede un’organizzazione pazzesca, ogni ora dalle 6 alle 17, 24 pullman portano i turisti da Aguas Calientes all’ingresso del sito a 2.400 mt di altitudine, per un totale di più di 5.000 visitatori al giorno.

Entrando, la prima cosa che si vede, è una stupenda vista di queste rovine dall’alto. Machu Picchu, era una cittadina costruita dalla civiltà Quechua nel XV secolo, in un punto strategico dal punto di vista geografico ed astronomico: a nord il monte Machu Picchu, a sud il monte Huayna Picchu, a est e a ovest due dei ghiacciai più alti del Sud America, sotto il canyon del fiume Urubamba, a metà strada fra le Ande e la foresta amazzonica.

Fuori dalle mura della città, c’erano terrazzamenti ad uso agricolo scavati sul fianco della montagna e magazzini per lo stoccaggio degli alimenti. All’interno delle mura, a cui si accede attraverso una porta costruita perfettamente a sud, invece, abitazioni ad uso privato con una sola camera, tranne quella del Inca (che vuol dire Re) che aveva anche un bagno separato, e alcuni edifici ad uso religioso. Molto interessante è il tempio del sole, costruito in modo strategico per cui le cui finestre vengono attraversate perfettamente dal sole nei giorni dei solstizi d’estate e d’inverno. 

Si suppone che la città sia stata fondata dall’imperatore inca Pachacútec, intorno all’anno 1.440 e che sia rimasta abitata fino alla conquista spagnola del 1.532. La città era utilizzata probabilmente come luogo di villeggiatura dal sovrano e la sua posizione rimase segreta a lungo. Ad un certo punto la città fu abbandonata, forse perché stavano arrivando gli spagnoli quindi la popolazione quechua fuggì verso le Ande per nascondersi e la città venne piano piano nascosta completamente dalla vegetazione. 

Rimase così abbandonata fino agli inizi del ‘900 quando fu scoperta per caso da uno storico americano. 

Passeggiamo dentro al complesso delle rovine da cui ammiriamo scorci stupendi sulle montagne. Le emozioni sono tantissime: vedere questo complesso, anche se non poi così incredibilmente antico, riesce a proiettarci in un’altra dimensione, in mezzo alla civiltà Inca; il luogo è sicuramente permeato da una forte energia della Pachamama che cerchiamo di assorbire togliendoci le scarpe e restando in contatto con la terra; vedere Machu Picchu rappresenta un sogno che si avvera per tanti di noi e l’apice di un viaggio desiderato fortemente. È incredibile come le emozioni di ciascuno di noi, sommate e condivise in gruppo riescano ad aumentare così tanto l’intensità di questo momento.

Dopo un paio d’ore in questo luogo magico, incominciamo la nostra discesa verso Agua Calientes. Decidiamo di scendere a piedi lungo un sentiero che attraversa la foresta Amazzonica, piena di uccellini che cantano e tanti altri animali che si muovono fra le fronde. Il sentiero è, per la maggior parte, una scalinata in pietra con gradini larghi che aiutano a scendere come degli alpaca saltellanti. Il clima è totalmente diverso da quello che abbiamo avuto fino ad ora, molto più caldo e soprattutto umido, tanto che arriviamo in fondo dopo 45 minuti gocciolanti ma felici. 

Dopo un pranzo ad Aguas Calientes, riprendiamo il treno per Ollantaytambo. Nonostante il percorso sia lo stesso dell’andata, è talmente bello che non mi stanco di guardare fuori dal finestrino e riempirmi gli occhi di questi paesaggi incredibili. Rientriamo a Cusco in bus e ceniamo in un ristorantino molto carino a San Blas.

L’ultimo giorno è dedicato al rientro a Lima – in aereo per fortuna – e alla visita del quartiere di Barranco, il quartiere artistico della città.

Un enorme GRAZIE alle splendide persone con cui ho conquistato passo per passo e metro per metro questo viaggio: è stato il viaggio più intenso e faticoso che abbia mai fatto ma anche questi piccoli e grandi traguardi quotidiani, hanno fatto parte della bellezza del viaggio. E come dice il nostro coordi…see you soon “In the world” (cit. Adal).

Day 8 – Valle Sagrado (Valle sacra Inca)

Oggi visitiamo la valle sacra Inca con alcuni dei suoi siti archeologici.

Iniziamo da Chinchero dove vediamo i resti di un palazzo inca, dei terrazzamenti che utilizzavano per colture e una chiesa coloniale. Al di là delle rovine, la cosa che colpisce è la posizione e la vista sulle montagne innevate della cordigliera delle Ande orientale. Vediamo anche la tecnica che le donne usano ancora oggi per disidratare le patate e conservarle per anni in vista di possibili carestie. 

A fianco a questo sito archeologico vediamo il cantiere del nuovo aereoporto intercontinentale che stanno costruendo per accedere più facilmente a Machu Picchu.

La seconda tappa sono le saline di Maras: 5.000 vasche, a 3.000 metri s.l.m. che sfruttano una particolare conformazione geografica che fa sì che sgorghi acqua calda e salata (con un quantitativo di sale doppio a quello del mare che viene dallo scioglimento di formazioni di salgemma nelle rocce circostanti) direttamente da una sorgente la quale viene fatta evaporare per estrarre il sale. Quando l’estratto di sale è spesso 7/8 cm, si può raccogliere a mano. Bisogna però poi aggiungere lo iodio per commercializzarlo. Le saline erano sfruttate già in epoca Inca.

La terza tappa di questa mattina è Moray, un luogo dove sono presenti degli strani terrazzamenti circolari di diverse dimensioni. Nel passato sono state fatte molte ipotesi circa la natura di queste strutture ma oggi gli studiosi hanno capito che erano delle serre giganti naturali, utilizzate per fare degli esperimenti o delle ottimizzazioni alle colture. Infatti gli Inca hanno sfruttato degli avvallamenti naturali e vi hanno ricavato dei terrazzamenti che avevano caratteristiche di terreno e temperatura diverse fra loro. Rimango affascinata dall’ingegno e dall’equilibrio estetico di questi luoghi. 

Ultima tappa della mattinata è Ollantaytambo. In questa cittadina, che ha una piazzetta centrale molto carina, ci sono i resti di alcuni templi Inca particolarmente importanti per il culto delle divinità del sole e  della luna, arroccati su una montagna. Per arrivare in cima bisogna arrampicarsi per 200 scalini ma la vista è splendida e permette di ammirare anche i resti di alcuni magazzini dell’epoca che si trovano sulle montagne circostanti.

Ollantaytambo è anche la stazione di partenza del treno Inca Rail che ci porta a Aguas Calientes, punto di partenza per visitare Machu Picchu. Questo è un treno esclusivamente turistico che viaggia lungo il fiume Urumbamba, uno dei grossi affluenti del Rio delle Amazzoni, in una stretta vallata lungo le montagne…il paesaggio che ci godiamo dal treno è meraviglioso!

Day 7 – Cuzco

Oggi visitiamo la stupenda Cuzco. 

Iniziamo gironzolando per il mercato centrale di San Pedro; nella parte perimetrale ci sono tutte bancarelle di souvenir mentre nella parte centrale si vende cibo ma anche piatti preparati da mangiare sul posto, sopratutto succhi di frutta fresca.

Facciamo una visita guidata di questa bellissima città, con un ragazzo che ce ne racconta la storia e ce ne mostra i luoghi più emblematici, sia provenienti dalla cultura Inca, presente qui fino al 1533, sia derivanti dalla colonizzazione spagnola durata fino al 1821, anno in cui è stata dichiarata l’indipendenza. 

La visita si snoda nel cuore della vecchia città Inca, costruita fra due fiumi – oggi sotterranei – che servivano a delimitare la città e ad alimentare il bisogno di acqua, sia per la città che per i campi circostanti. La città antica era stata costruita con la forma di un puma, uno degli animali più simbolici per la cultura Inca. 

Quando sono arrivati i conquistatori spagnoli, hanno mantenuto il cuore della città nella stessa area, andando però a distruggere i 14 templi che c’erano e costruendoci sopra delle chiese cattoliche.

La guida ci porta a conoscere un suonatore di suoni naturali: utilizza oggetti trovati in natura – piume di condor, canne di bambù, zoccoli di alpaca, … – per riprodurre suoni e creare delle musiche meravigliose. 

Vaghiamo per le stradine del centro, tutte in pietra, con ancora i canali di scolo originali al centro. Ci sono ancora alti muri fatti di giganti pietre a secco del periodo Inca che, grazie alla tecnica di costruzione, hanno resistito anche ai più forti terremoti che hanno colpito questa zona.

Finiamo il tour nel quartiere di San Blas, il quartiere artistico da cui c’è una bellissima vista sulla città. 

Nel pomeriggio prendiamo un taxi e andiamo a nord della città. Vediamo la città dall’alto, da dove c’è il Christo Blanco che protegge la città, passiamo vicino a due siti archeologici monumentali e visitiamo una cooperativa di donne in cui si producono filati di alpaca e vigogna. Qui vediamo i diversi animali da cui producono la lana, il processo di colorazione con tinte naturali ed il processo di filatura a mano fatto dalle donne della comunità. 

Dopo un po’ di shopping, finiamo la giornata con un’ottima cena al ristorante Chica por Gaston Acurio dello chef stellato.

  

Day 6 – Palcoyo e le Rainbow Mountains

Ci svegliamo a Sicuani, alle 7 partiamo con il nostro pulmino alla volta di Palcoyo. Dopo mezz’oretta di cemento, svoltiamo su una stradina sterrata e si apre una vallata meravigliosa…saliamo fra greggi di alpaca e  lama, terrazzamenti coltivati a patate, verdi vallate alternate a pendii completamente rossi, un ruscello vivace che (prima o poi) finirà nel Rio delle Amazzoni e che nella stagione delle piogge diventa rosso come il sangue per tutto il ferro che trascina giù con sé. 

La salita è tanto tortuosa quanto meravigliosa. Arriviamo a 4.750 metri, la meta è a “soli” 250 metri di dislivello sopra di noi!

Dopo un breve ringraziamento alla pachamama (la madre terra) per la bellezza che abbiamo davanti e per essere qui tutti insieme ad affrontare questa sfida perché insieme “si, podemos!”, iniziamo ad affrontare la morbida salita che ci porterà a alla cima. I miei passi inesperti sono brevissimi, la respirazione piena, naso e bocca, le foglie di coca in bocca sperando aiutino, l’agua de florida da sniffare al bisogno e soprattutto volti un po’ sofferenti un po’ sorridenti, ormai amici, a fianco. Ed è tutto questo che mi ha permesso di arrivare in cima, a 5.000 metri, con un grandissimo sorriso.

Intorno a noi, montagne sabbiose a strisce colorate, non proprio come l’arcobaleno, ma di tanti colori, il ghiacciaio del Ausangate che con i suoi 6.348 metri è uno dei ghiacciai più alti del Sud America, e dei picchi di roccia che formano delle guglie. 

Scendiamo…e con noi scende anche l’adrenalina e la quota…le gambe tremano un po’, il mal di testa torna, ma il sorriso non passa.

Riprendiamo il pulmino, direzione Cuzco. 

Stasera ci godiamo la movida local, qualche Pisco Sour e un po’ di musica!

Day 5 – Isole Uros e Taquille

Notte di più di 8h (yeah!) che, a parte una botta di mal di testa lancinante che ho tamponato con del brufen a stomaco vuoto alle 4 del mattino, si è rivelata ristoratrice ed un toccasana per il mal d’altura che oggi mi ha dato tregua (o altrimenti non so quale erba magica ci fosse nel brufen di stanotte). 

Dopo una ricca colazione (la prima non “al sacco” dall’inizio del viaggio) con frittelle, marmellata, uova, succo di quinoa e caffè (una visione), partiamo per la nostra visita di alcune isole del lago Titicaca. La prima che visitiamo è Uros dove ci accolgono gli abitanti con il saluto aymara “kamisaraki”(ciao come stai?) al quale rispondiamo “waliki” (bene grazie). 

Anticamente la tribù Uros, di etnia Aymara, viveva sulla terraferma. Poi iniziarono a costruire degli isolotti galleggianti fatti di radici di giunco per evitare di essere conquistati. Arrivati sull’isolotto, ci raccontano come questi vengono costruiti: le radici dei giunchi (localmente chiamati totora) durante la stagione delle piogge, si staccano in blocchi di 10/15 mq. Gli Uros navigano lungo il lago per cercare questi blocchi che tagliano con delle seghe in blocchi più piccoli. In ogni blocco inseriscono due pali di eucalipto e legano fra di loro i pali con delle corde, unendo diversi blocchi. Poi tagliano i giunghi e li mettono sopra in fasci, sovrapponendoli in direzioni diverse per costruire una sorta di reticolato. Per compattare il tutto poi, ci giocano sopra a calcio o a pallavolo.

Le case costruite sopra all’isola sono amovibili e possono essere spostate in diverse posizioni a seconda della stabilità dei blocchi sottostanti. Le cucine sono esterne e poste sopra a delle pietre per non rischiare di incendiare i giunchi sottostanti e, di conseguenza, l’isola. 

Per costruire un’isola ci vuole circa 1anno e mezzo quindi durante la costruzione gli Uros vivono in delle barche fatte di giunchi. Queste barche vengono ancora utilizzate oggi e sono chiamate barche dell’amore perché danno alle coppie un po’ di intimità che di certo non hanno in questo isolotto di 15mt x 15mt su cui vivono 5 famiglie per un totale di 20 persone.

Le famiglie sono sia coppie sposate che coppie in convivenza che i giovani devono fare intorno ai 18 anni per “mettere alla prova” la coppia prima di sposarsi e avere figli.

Durante il giorno, le donne di quest’isola ricamano stoffe con disegni tradizionali per sostentarsi e non posso non comprare un bellissimo runner. 

La nostra seconda tappa è l’isola di Taquile, una “vera” isola, di tutt’altra dimensione. Ci inerpichiamo lungo una stradina tortuosa in salita che ci porta al paese, 150 metri sopra al livello del lago. 

Ci fermiamo nella piazza principale dove ci fanno un bellissimo timbro-visto del lago Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo, sul passaporto e assistiamo a delle danze in costume tradizionale.

Abbiamo la fortuna di essere capitati qui nella settimana annuale di buon auspicio dei matrimoni, infatti questo mercoledì si sono sposate ben 6 coppie. I festeggiamenti durano 5 giorni, quindi oggi, che è sabato, sono ancora in festa. Risuonano musica e risate da più case; una di queste coppie è amica della nostra guida che ci accompagna a casa loro a salutare e a congratularci con gli sposi. Gli lasciamo una piccola offerta come regalo di nozze che attacchiamo a delle spille da balia sui loro abiti tradizionali. Parenti ed amici presenti bevono e ballano. 

Arriviamo nel punto più alto dell’isola, a 4.000 metri, in cui pranziamo su uno splendido terrazzamento, con una vista mozzafiato sul lago pieno di sole. 

Rientriamo a Puno, lentamente – a sì e no 4 nodi, forse per mantenere il ritmo pacato del lago – con il nostro battellino e riprendiamo il pulmino in direzione di Sicuani.

Domani grande giorno, saliremo sulla Rainbow mountain!

Day 4 – Lago Titicaca

Comoda partenza alle 5 (anche 1h in più di sonno fa la differenza), direzione Puno, punto di partenza per il lago Titicaca.

Mi appisolo nel pulmino…ma l’altitudine non perdona…mi sveglio di colpo con un chiodo nella testa, guardo fuori e riconosco il mirador dei 5.000mt di ieri…ora capisco! Da lì il mal di testa non mi da più tregua per tutta la giornata…e nemmeno il mio fedele compagno Oki Task riesce a vincerlo.

A Puno ci imbarchiamo su un traghettino che ci porta fino alla penisola di Chucuito, al paesino di Luquina. Qui iniziamo un’esperienza molto particolare di vita con la popolazione locale.

In questo paesino sulle rive del lago vivono 70 famiglie, per un totale di circa 700 persone (non esattamente le famiglie mono filiari italiane!). 

Le case sembrano abbastanza moderne, di mattoni forati, colorate di rosso con delle belle finestrelle.

Ci dividiamo in gruppetti di 4 e veniamo affidati ad una famiglia locale. Inizia la giornata ad un ritmo che mi fa inchiodare come se passassi dalla sesta alla prima in un solo colpo. Nessuno ha l’orologio, si muovono al rallentatore, lavorano 5 min e poi fanno una pausa…e io, nella mia milanesità frenetica, cerco di copiarli impacciata.

Pranziamo nella loro sala da pranzo, vista lago, poi passiamo qualche ora a lavorare con le famiglie, ognuno secondo le necessità della giornata. Noi separiamo le fave secche dal loro bacello, prima pestando i baccelli con i piedi, poi facendo volare le fave in aria per separarle dai resti legnosi del bacello.

Andiamo poi a recuperare le pecore al pascolo, portandole tipo al guinzaglio, per riportarle nel recinto per la notte. Capisco cosa vuol dire muoversi “come una pecora” perché appena riusciamo (a spinta) a farne muovere una, le altre la seguono di corsa. Appena mi muovo un po’ più rapidamente, i 4.000 metri mi ricordano che devo andare piano…il grande mantra della mia estate. 

Con dei mini passetti – che mia nonna con il girello mi avrebbe superata – saliamo ancora di qualche decina di metri in altezza fino ad arrivare alla cima della montagnetta dietro al paesino. 

Qui facciamo un rito locale per la pachamama, la madre terra: con 3 foglie di coca in mano, che rappresentano le tre divinità della natura (il condor per il cielo, il puma per la terra, il serpente per i morti), ringraziamo la madre terra soffiando in direzione dei 4 punti cardinali e poi appoggiandocele sul cuore in ringraziamento per tutta la bellezza che abbiamo intorno.

Vediamo un bel tramonto rosso sul lago, poi ci vestiamo con i vestiti tradizionali e ci riuniamo a casa del sindaco del villaggio per fare alcune danze tradizionali. 

Finiamo la giornata a cena con la nostra famiglia ospitante, mangiando la tradizionale zuppa di pollo e poi un piatto di riso e patate, la loro alimentazione quotidiana. 

Day 3 – Canyon del Colca e Chivay

Dopo 4 lunghe ore di sonno, alle 3 suona la sveglia, pronti (forse) per iniziare la nostra prima salita a 5.000 metri. 

Dopo una splendida alba, la prima tappa è un mirador del vulcano El Misti, dove conosciamo qualche lama e alpaca. Sono le 6 del mattino, siamo a 4.000 mt e ci sono -3C*: condizioni perfette per il primo Andean tea, un infuso di foglie di coca e altre piante locali che dovrebbe scaldarci e attutire il mal di montagna. Per ora non sento malessere.

Il secondo stop ci porta diretti a 5.000 mt, al mirador Los Andes, dove arriva la strada asfaltata più alta del mondo. Il fatto di essere più alti della cima del monte Bianco mi fa abbastanza impressione…ed evidentemente lo fa anche al mio corpo che inizia a non apprezzare l’altitudine: classici sintomi di mal di testa, nausea, giramenti di testa…ma per fortuna il fiato è perfetto. 

Discendiamo un pochino e risaliamo fino a 3.700 mt al mirador Cruz del condor, sopra al Canyon del Colca. 

La strada per salire è stupenda ma un altro effetto collaterale del mal di montagna (e forse della sveglia) è che non tengo gli occhi aperti!

Arriviamo in cima e…meraviglia: 4 condor (alcuni adulti bianchi e neri e alcuni giovani marroni) iniziano a volteggiare grazie alle termiche sopra alle nostre teste!

Salgono in alto in alto in alto e si tuffano giù nel canyon sparendo alla nostra vista. Rimaniamo a lungo con il naso all’insù poi facciamo una passeggiata lungo il canyon per andare a vedere qualche altro scorcio del canyon, a passettini piccoli per non soffrire.

Riesco a godermi molto di più la strada al ritorno. Tutta la parte bassa del canyon, in prossimità del fiume Colca, è coltivata a terrazzamenti fin dalle civiltà pre-inca. Oggi però la scarsità di acqua e le condizioni della terra hanno reso molto più faticoso e meno fruttuoso coltivare e tanti giovani si trasferiscono ad Arequipa per studiare, generando anche una scarsità di mano d’opera. 

Ci fermiamo a fare un giretto nella cittadella di Maca, il cui unico punto di interesse mi è sembrata essere la chiesetta, molto ricca all’interno. Il resto di quello che ho visto sono baracche.

Dopo un salutare pranzo – con buffet di verdure che ha fatto la mia gioia – e rapido check in in hotel, dedichiamo il pomeriggio ad adrenalina e relax: due zipline sopra al fiume Colca e aperitivo alle terme naturali.

Stanotte dormiamo a Chivay dove continua la festa dell’Assunzione.

Day 2 – Arequipa

La notte passa più o meno tranquilla tranne l’attraversamento di un passo di montagna in cui nonostante i miei occhi non vedano le curve al buio, il mio stomaco le ha sentite tutte! Quando sorge l’alba ci godiamo un bellissimo spettacolo ed il resto del percorso ci regala viste bellissime su rosse montagne e verdi vallate coltivate.

Tra l’altro dopo un viaggio di 12h filate di aereo, in cui praticamente devi imparare a dormire da in piedi tipo cavallo, il confronto con un sedile reclinabile per davvero sembra già un extra lusso! Quindi diciamo che ci svegliamo “riposati” ad Arequipa.

Lasciamo i bagagli in hotel e ripartiamo subito per visitare la città. Oggi è grande festa ad Arequipa, dove si celebra la fondazione della città e l’assunzione della Vergine Maria, con una grande parata di carri e fuochi d’artificio.

Iniziamo la visita della città dal monastero di  Santa Catalina, la nostra Santa Caterina da Siena, a cui una ricca vedova ha dedicato il convento domenicano che ha fondato nel 1580 e che oggi è patrimonio UNESCO.

Il convento è davvero splendido con la sua pietra bianca di Arequipa usata per gli esterni ed intonaci dai colori vividi rosso e blu per gli interni. Ci facciamo accompagnare da una guida che ci mostra prima la zona dedicata alle novizie, con una cappella e piccole celle singole, e poi la zona delle suore. Queste avevano una camera individuale con annessa una zona cucina le cui dimensioni variavano a seconda della ricchezza che la famiglia portava in dote al convento. Le suore provenienti dalle famiglie più ricche potevano permettersi di farsi accompagnare anche da 1 o più serve che le aiutavano  nelle mansioni casalinghe.

Il convento è quasi una piccola cittadina con un dedalo di viuzze, oggi chiamate con nomi di città spagnole, e cortili pieni di piante. 

Dopo la visita, il gruppo si divide per il pomeriggio: qualcuno va a fare rafting, io con un altro gruppetto andiamo a mangiare in un ristorantino che si trova in un altro convento, Claustros de la Companía, oggi dismesso. I chiostri del convento sono riccamente decorati e ancora oggi ben mantenuti. Provo il Rocoto relleno, il piatto tipico di Arequipa, un peperone leggermente piccante ripieno di carne e formaggio…mi aspettavo una cosa molto pesante invece è molto piacevole.

Visitiamo la Plaza de Armas, la piazza principale della città con la sua imponente cattedrale bianca. Questa piazza è il cuore della festa di oggi e già dalle 13 le persone sono sedute tutte intorno su degli sgabellini ad aspettare il passaggio dei carri.

Facciamo un giretto per le stradine intorno, qualche negozietto, qualche farmacia a dibattere con dei farmacisti molto disponibili della questione di cosa prendere per prevenire o curare il mal di montagna. Alla fine decidiamo di provare a prevenirlo con un integratore fatto di piante locali…domani saremo a 5.000mt e sapremo se sarà stata la scelta vincente!

La doccia dopo due giorni di vagabondaggi è pura goduria. 

Ceniamo in un ristorante tipico dove provo un altro nuovo piatto: filetto di alpaca…non me ne vogliano i vegetariani…delizioso! 

Dopo cena la festa continua, fiumi di gente invadono tutte le strade del centro, cantano, ballano, bevono. Lungo i marciapiedi sono spuntanti decine di “ristoranti pop up”, basta un tavolo con tovaglia bianca , qualche sgabellino intorno e qualche strumento…e le signore peruviane offrono the, alcolici, carne allo spiedo,…

Inizia anche qualche fuoco artificiale ma il grosso spettacolo sarà a mezzanotte…la nostra sveglia però suonerà di nuovo alle 3 quindi alle 23 ci infiliamo sotto le coperte con i rumori della festa di sottofondo.

Day 1 – Paracas e Huacachina

Che gioia ripartire…fare lo zaino (rigorosamente bagaglio a mano e leggero per non passare l’inverno dall’osteopata), salire sul volo, per 12 ore fare detox dal mondo…e trovarsi dall’altra parte dell’oceano pronti per una nuova avventura!

Questa volta la meta è il Perù…sognato, preparato, sabotato, riorganizzato…e finalmente diventato realtà! Condividerò questa scoperta con altri 15 ragazzi, che come me hanno deciso di scoprire un pezzettino di mondo grazie a WeRoad.

Dopo l’arrivo a Lima ieri sera e una prima cena rigorosamente a base di ceviche al ristorante Punto Azul di Miraflores, stamattina la sveglia suona impietosa alle 3.30. 

Partiamo per la riserva naturale di Paracas e le Islas Balletas.

Dopo 3 orette di pulmino arriviamo all’imbarcadero dove saliamo su un grosso motoscafo da cui dovremmo vedere uccelli e animali marini che vivono in questa riserva. Appena usciti, due delfini si avvicinano e giocano a fianco a noi. 

Poco più avanti iniziamo ad incontrare leoni marini, alcuni che si rilassano appollaiati su una boa segnaletica all’ingresso del porto cargo di Paracas, il terzo del paese per dimensioni. Fa impressione la quantità di camion in fila per caricare e scaricare merci.

Quasi sul capo della penisola di Paracas, c’è una gigante figura incisa nel terreno, simile alle linee di Nazca, che si chiama Candelabra. Rappresenta, a seconda delle interpretazioni, un candelabro o un cactus gigante o ancora dei simboli massonici.

Usciamo dalla baia di Paracas e andiamo alle isole di Balletas, isolotti rocciosi con alte scogliere a picco sul mare. Le scogliere sono coperte di guano prodotto principalmente da cormorani, sule, pellicani, e avvoltoi e che ogni 4/5 anni viene raccolto e usato come fertilizzante.

Le isole sono caratterizzate da archi scavati nella roccia che creano passaggi da un lato all’altro. Avvicinandoci notiamo dei movimenti…ed ecco spuntare dei piccoli pinguini di Humboldt che con la loro buffa camminata e qualche scivolone sulle rocce, arrivano vicino al mare e ci si tuffano…plouff!

Rientrati a Paracas, continua la nostra scoperta della Riserva Naturale via terra. Tutta la zona è un bellissimo deserto, con dune che vanno dal giallo all’arancione e si gettano a picco nel mare con scogliere e spiagge bianche o rosse. Facciamo qualche passo nel deserto e ci immergiamo in questo spettacolo.

Dopo un’altra ora di minibus, arriviamo a Ica, vivace cittadina, capoluogo di questa regione, alle porte di un piccolo deserto chiamato Huacachina. 

Ci addentriamo di poco in questo deserto e troviamo un’oasi (ormai alimentata artificialmente) circondata da ristorantini e baretti. Dopo un bel pranzo in riva all’acqua, partiamo per un’attività che (quasi incredibile!) ancora mi mancava da provare: il buggy nel deserto. Si tratta di macchinine (le nostre non erano neanche così tanto “-ine”), aperte, con grossi ruotoni un po’ sgonfi con cui fare i rally nel deserto…una cosa divertentissima! Sembra di fare le montagne russe senza il disagio dell’altezza!

Giochiamo su e giù dalle dune a tutta velocità…saliamo a piedi in cima una duna e infine ci godiamo il tramonto dal tetto del nostro buggy.

È quasi finita la nostra prima giornata di viaggio…e sembra passata una settimana…ma non solo: la notte la passeremo su un bus notturno. Il vantaggio è che sono talmente cotta che forse dormirò senza rendermene troppo conto!

Miglior foto del nostro tramonto grazie a @fede.battilana

Holbox

Ultimo giorno. Tristissime ci svegliamo presto per fare l’ultima mattina di spiaggia. Camminiamo nella direzione opposta a ieri, attraversiamo un tratto di mare con gli zaini in testa per arrivare alla lingua di sabbia emergente su cui si posano i fenicotteri. Camminiamo in mezzo al mare, è una sensazione bellissima, dominiamo il panorama. Arriviamo ad una spiaggetta bianca con dei tronchi che emergono dall’acqua e fra i quali ci divertiamo a fare foto. Facciamo merenda in acqua…abbiamo scoperto questo modo di mangiare che ci piace un sacco e ci dà un po’ di tregua dal caldo. Chiacchieriamo, cerchiamo modi per resistere al tragico rientro, programmiamo i prossimi viaggi, le prossime fughe, i motivi che ci faranno entrare in ufficio con il sorriso i prossimi mesi, nonostante tutto…perché in fondo ė questo che amiamo: viaggiare, scoprire mondi diversi, entrare in contatto con le persone e sentirci vive. In questi ultimi giorni abbiamo davvero dimenticato cellulare e orologio…mangiamo quando abbiamo fame e ci svegliamo quando si alza il sole, chi ci aspetta a casa ormai sa che stiamo vivendo la nostra avventura e non aspetta notizie. Ci godiamo questa libertà che ti mette in ascolto del mondo.

Ritorniamo verso l’ostello. Ci mangiamo l’ultimo cocktail di gamberi e guacamole in riva al mare. Lo sguardo è perso verso l’orizzonte ma Manu mi riporta alla realtà: dove sono i nostri passaporti?!?! Ci rendiamo conto di averli lasciati in ostello, sotto il materasso dove li avevamo nascosti. Ritorniamo di corsa nella nostra camera dove c’è già un’altra ragazza che riposa sul letto. Ci scusiamo ma non abbiamo scelta e per fortuna li troviamo esattamente dove li avevamo lasciati: tiriamo un sospiro di sollievo. Non mi era mai capitato di rientrare nella mia camera d’albergo dopo che vi si era già sistemato qualcun altro. È molto strano; quella camera, che hai vissuto solo per una notte, la senti già tua e quando vedi qualcun altro dentro ti sembra che ti stiano portando via qualcosa. Manu mi fa una domanda e torno con i piedi per terra: dobbiamo andare, il traghetto parte e il taxi ci sta aspettando per portarci a Cancun.

Arriviamo in un albergo vicino all’aeroporto, il classico albergo business, 4 stelle, in mezzo al nulla ma studiando il sito abbiamo già il nostro piano: jacuzzi e cena in camera. Le aspettative iniziano ad essere deluse con la jacuzzi. Chiediamo alla reception dove sia e ci indicano il terrazzo sul tetto. Arriviamo sul terrazzo ma la jacuzzi non funziona (da un bel po’ a giudicare dalle incrostazioni sulla tastierino di comando). Torniamo in reception e ci dicono un non-convincente: chiaro che non funziona…è in mantenimento…ma potete stare comunque nella vasca!! Graaaaaaaaaaaaaazie!!!

Poi è la volta della cena. La sveglia è puntata alle 5 del mattino e il ristorante dell’hotel è tristanzuolo. Decidiamo quindi di mangiare in camera guardando un film. Chiamo tre volte il servizio in camera, poi la reception che prova invano a passarmi la cucina, poi di nuovo la reception che mi dice di avere pazienza che forse sono occupati e riinoltra la mia chiamata. Tento un ultima volta il numero diretto poi perdo la pazienza e usciamo. Sottolineo alla reception che il loro servizio fa schifo poi guardo nel ristorante dove c’è 1 e 1 solo tavolo pieno e gli dico che non è possibile che siano occupati con 1 solo tavolo! Ci guardiamo intorno e l’unico posto illuminato è la stazione di servizio con i soliti Burger King, Subway e 7Eleven…mmmmmmm maluccio. Ci prendiamo 2 succhi e 2 muffin e ci consoliamo mangiandoceli davanti ad un film.

Chiudo gli occhi, mi scorrono davanti tutte le meravigliose immagini di queste ultime settimane, penso che domani questo sogno finirà ma so che non ho il diritto di essere triste perché sono davvero, davvero fortunata: ho visto luoghi stupendi e animali incredibili, ho scoperto la gentilezza e la voglia di aiutarti di questa gente (soprattutto in Guatemala), ho vissuto il viaggio vero, quello a volte scomodo, a volte imprevedibile, a volte stancante ma che ti mette a contatto con le persone e ti fa vivere il paese in modo autentico.

Sono fortunata perché ho un’amica meravigliosa che ha condiviso con me gioie e fatiche, che ha camminato al mio fianco per ore, che ogni volta che scendevo da un bus verde e nauseata era lì pronta ad offrirmi la sua spalla per sorreggermi, che sa stare in silenzio, rendendo il silenzio dolce e mai imbarazzante, che dopo 21 giorni ha ancora voglia di ascoltare i miei racconti e non smetteremmo mai di chiacchierare, che ha già voglia di ripartire con me per la prossima avventura!

Sono fortunata perché in questo viaggio ho condiviso momenti emozionanti con ben 9 altri amici, alcuni previsti (grazie Cugi, Bob, Max, Lucia, Dede, Lalla e Cri), altri una piacevolissima sorpresa (grazie Laura e Carlo).

E adesso non resta altro che pianificare il prossimo viaggio…dove si va?!?! 🙂