Day 8 – Ulan Bataar

🚙 Ultimo giorno di viaggio: oggi rientriamo a Ulaanbaatar per riprendere il volo verso casa.

La strada è lunga ma, essendo tutta asfaltata, ci sembra quasi una passeggiata! L’unico vero ostacolo è il traffico cittadino: per entrare in città impieghiamo quasi due ore invece dei 30 minuti previsti. Questa è la normalità di Ulaanbaatar, che d’inverno diventa purtroppo la città più inquinata del mondo. Le auto si ammassano creando ingorghi infiniti e, quando finalmente ripartono, sfrecciano rischiando (e spesso causando) incidenti 🚦.

🎶 Prima di cena ci aspetta un’ultima local experience al Teatro Nazionale: uno spettacolo di musiche e danze tradizionali. Le aspettative erano basse, temendo qualcosa di troppo turistico, ma rimaniamo piacevolmente colpiti. Ogni regione del paese viene raccontata attraverso i suoi costumi, le sue danze e le sue melodie, con una breve introduzione su come il paesaggio abbia influenzato la cultura. I costumi sono meravigliosi, i ballerini bravissimi e lo spettacolo si conclude con un’orchestra completa. Colpisce come nessuno strumento sia identico ai nostri, eppure ciascuno abbia un corrispettivo: piccoli strumenti a corde che ricordano i violini, altri più grandi simili a viole, e via così 🎻.

🍸 Dopo lo spettacolo torniamo pian piano nella “modernità”: prima un aperitivo con un Negroni in un locale elegante dalle luci soffuse, poi cena in un ristorante raffinato con tovaglie, calici e piatti decorati, e infine una serata danzante in un bar con dj set e persino un camino finto alle pareti 🔥. Chiudiamo in bellezza con una bottiglia di Eden, la vodka locale che ci ha accompagnati in tante serate mongole 🥂.

💭 I saluti sono sempre un misto di emozioni: un po’ di tristezza per la fine di un’esperienza così bella, di scoperta e di rapporti umani ricchi, e allo stesso tempo la serenità di tornare a casa arricchiti, più aperti e con il desiderio di continuare a scoprire le meraviglie del nostro pianeta e dell’umanità che ci circonda. 

Un grazie enorme alle persone incontrate in questo viaggio e che l’hanno reso unico: Stefano, Roberto, Fabio, Andrea, Nicola, Francesca, Teresa, Silvia, Simona, Giorgia, Elisa, Sara.

Un grazie speciale ad Andreea, la nostra coordinatrice WeRoad, che con pazienza, energia e sorrisi ha saputo accogliere i nostri bisogni, le nostre diversità, i nostri momenti euforici e le nostre fatiche e farci arrivare in fondo anche alle giornate più faticose con il sorriso.

E il grazie più grande va alla mia amica Chiara 💕: con coraggio, entusiasmo ed un pizzico di incoscienza, una sera di luglio, si è lanciata con me in questa avventura, donando sorrisi, dolcezza ed energia a tutti. Senza di lei, questo viaggio non sarebbe stato lo stesso.

Ciao Mongolia 🇲🇳💙, sei stata una magnifica scoperta: i tuoi paesaggi e i tuoi sorrisi resteranno impressi nel mio cuore. Chissà, magari un giorno ci rivedremo…

La Whites

Day 7 – Famiglie Nomadi & Karakorum

Oggi è giornata di attività “local” 🐂.

Alle 7 usciamo dalle nostre ger, ancora calde grazie alla stufa, per andare a mungere gli yak della famiglia. Le donne della famiglia fanno uscire i piccoli dal recinto: corrono subito verso la mamma per succhiare la loro colazione 🍼. Dopo qualche minuto vengono riportati indietro e le mamme vengono munte. Proviamo anche noi… ma scopriamo presto che sembra molto più facile a guardare che a fare!

Per un’altra esperienza local ci cimentiamo persino a montare uno yak 😅.

Nel frattempo il padre della famiglia sella i cavalli e parte al galoppo per controllare gli altri animali al pascolo.

A colazione assaggiamo i prodotti caseari di yak: latte appena munto, yogurt e una deliziosa cagliata fresca 🥛.

Giochiamo un po’ con la bimba più piccola della famiglia e poi la mamma benedice noi e la nostra macchina con il latte di yak per augurarci un viaggio sicuro.

🚙 Con un’oretta di macchina raggiungiamo un’altra famiglia nomade, che ci accoglie per il pranzo e ci propone nuove attività locali. Impariamo a tirare con l’arco 🏹, a ballare una danza tradizionale 💃, a sfrecciare in moto nei prati… ma soprattutto andiamo a cavallo nella steppa, come veri Mongoli 🐎. Sopra di noi i nibbi volano radenti, mentre ci godiamo un pranzo eccellente nella loro ger.

🌾 Dopo una mattinata immersa nella vita nomade, ci dirigiamo verso l’ultima tappa del nostro viaggio: Karakorum. Il ritorno alla “civiltà” è quasi traumatico: dopo sei giorni di totale isolamento, i primi segni di urbanizzazione ci sembrano quasi estranei.

Karakorum ha una storia affascinante e travagliata. Fondata intorno al 1220 da Gengis Khan nella valle dell’Orkhon, in un luogo strategico e fertile, esattamente fra l’est e l’ovest del paese, come centro amministrativo e politico dell’impero, raggiunse il suo massimo splendore sotto il figlio Ögedei: era una città multiculturale e multi-religiosa, con templi buddisti, moschee e chiese cristiane.

Nel 1260 Kublai Khan trasferì però la capitale a Khanbaliq (l’odierna Pechino), e Karakorum iniziò a decadere, fino a essere rasa al suolo nel 1388 dall’esercito cinese della dinastia Ming.

Nel XVI secolo la zona rinacque con la costruzione del grande monastero buddista di Erdene Zuu, primo della Mongolia, edificato proprio con le pietre delle rovine della capitale. Nel 1872 il monastero contava 62 templi attivi e 1500 monaci residenti, ma nel 1936 fu colpito dalle purghe sovietiche: solo 18 costruzioni sopravvissero. Dal 1994 sono protette dall’UNESCO, permettendoci oggi di ammirarle 🛕.

🌙 Trascorriamo l’ultima sera nelle ormai familiari ger… anche se qui, rispetto ai giorni scorsi, il livello di comfort è quasi “lussuoso”, e quasi fastidioso rispetto all’autenticità vissuta finora.

Day 6 – Orkhon Valley

Iniziamo la giornata con la visita al tempio di Ongi… o meglio, di ciò che ne resta. Fondato nel 1660, era uno dei più grandi e influenti centri religiosi della Mongolia: comprendeva 28 templi, 4 scuole buddiste e ospitava oltre 1000 monaci.

Nel 1939 però il complesso fu completamente distrutto durante le purghe del regime comunista, e i monaci vennero giustiziati.

Solo dopo la caduta del comunismo, nel 1990, tre monaci che avevano studiato lì da giovani tornarono per iniziare la ricostruzione. Oggi si possono visitare un piccolo tempio e un museo con alcuni oggetti di culto recuperati dalle rovine.

🚐 Riprendiamo il viaggio verso nord. Oggi è il compleanno di un ragazzo del gruppo 🎉: ci fermiamo in mezzo alla steppa per un brindisi improvvisato con birra e patatine 🍻🥔.

Il pranzo lo facciamo in un villaggio, in un locale che sembra una sala da cerimonie: sedie con fiocchetti bianchi e un palco con strumenti musicali pronti all’uso.

Dopo un paio d’ore di strada, il paesaggio cambia all’improvviso: entriamo nella valle dell’Orkhon, che si apre verdissima grazie al grande fiume che la attraversa.

In fondo alla vallata si trova la cascata Orkhon, conosciuta anche come Ulaan Tsutgalan – la “confluenza rossa” – perché nasce dove il fiume Ulaan (“rosso”) si unisce all’Orkhon.

La cascata, alta 25 metri, si è formata circa 20.000 anni fa dall’azione combinata di eruzioni vulcaniche e terremoti: il fiume oggi scorre su suggestive rocce basaltiche ⛰️💦.

Con il tramonto ci concediamo una passeggiata lungo il fiume: l’atmosfera è bucolica, tra pecore che pascolano e piccoli alberelli che punteggiano il paesaggio 🌳🐑.

Dopo tante tante ore di strada, arriviamo finalmente con il buio al nostro campo ger, dove una famiglia di allevatori di yak ci accoglie con una cena calda e genuina 🏕️. Ci fanno assaggiare i loro prodotti caseari: latte fermentato di yak e yogurt di yak, dal gusto intenso e sorprendente. 🥛🐂

Day 5 – Flaming cliffs

⏰ Mi sveglio alle 3 del mattino con il rumore della pioggia battente e del vento che scuote la tenda. La ger si impregna subito dell’odore di feltro bagnato (chi non l’ha mai sentito pensi… al cane bagnato 🐕💦).

Fatico a riaddormentarmi, ma resto ad ascoltare la natura.

Al risveglio, la sorpresa: siamo passati dai 39°C di ieri ai 14°C di oggi… meno male che la doccia l’ho fatta ieri sera!

Ripartiamo in direzione delle Flaming Cliffs, ma dopo neanche mezz’ora il nostro Soviet2, il mitico pulmino verde, si ferma con un brutto rumore metallico. L’autista scende e vediamo una barra penzolare dal semiasse anteriore 😱. Panico: siamo in mezzo al deserto!

Il team mongolo – guide e autisti – comincia subito a confabulare, a tirare fuori attrezzi e a studiare la situazione. Il team italiano invece… tira fuori il cellulare 📱 e inizia a chiedere a ChatGPT quale pezzo si sia rotto, con tanto di foto.

Dopo un attimo di incertezza in cui pensiamo che manchi il pezzo di ricambio, l’autista di Soviet1 pesca da sotto il sedile il pezzo rotto, si mette la giacca di pelle, accende una sigaretta 🚬 e, sotto la pioggia, prende in mano la riparazione. Noi, come massimo contributo, scopriamo che si tratta della barra antirollio e che viaggiamo su un UAZ Bukhanka, un pulmino sovietico tanto spartano quanto (dicono) indistruttibile.

Da dietro i finestrini osserviamo il lavoro sotto la pioggia. Quando sentiamo martellare forte 🛠️ chiediamo di nuovo a ChatGPT se sia una soluzione valida: risposta? Su questi mezzi sovietici il martello è spesso la soluzione!

Dopo meno di mezz’ora il guasto è sistemato e ripartiamo. Ma i colpi di scena non sono finiti: l’autista di Soviet1 si accorge di aver dimenticato il cellulare al campo e deve tornare indietro. Noi proseguiamo… con un po’ di ansia. Dopo un’ora lo vediamo comparire nello specchietto retrovisore, in una nuvola di polvere bianca.

Poco più tardi, nuovo imprevisto: dalla portiera di Soviet2 si stacca un pezzo 😅. Lo recuperano al volo e decidono di bloccarla al prossimo villaggio.

Il viaggio prosegue per un centinaio di chilometri immersi nella nebbia e nelle nuvole basse, tra vallate che ieri ci erano sembrate brulle e grigie e che oggi, invece, appaiono coperte da un manto giallo dorato. Le piogge hanno trasformato il paesaggio.

Sulla strada enormi pozzanghere riflettono la luce come neve ❄️, ma quando le jeep ci passano sopra sollevano schizzi di acqua rosso fuoco. Assistiamo anche a una scena surreale: l’autista di Soviet1 apre la portiera mentre guida, infila la testa sotto il pulmino per controllare un rumore sospetto… decisamente acrobatico! 🤸

Arriviamo infine con un buon ritardo in un villaggio, dove ci aspetta un ristorante tutto in legno che sembra catapultato da Stoccolma 🇸🇪.

Qui – come quasi sempre – i piatti sono stati preordinati al mattino, perché fra ordine e arrivo del cibo non passa mai meno di un’ora. A furia di esperienza, ormai funziona così.

Dopo pranzo ci dirigiamo finalmente alle Flaming Cliffs. Le avevamo già incontrate, “sulla carta”, al museo di natural history, dove sono conservati i fossili dei dinosauri rinvenuti da Chapman e le spedizioni degli anni ’20 proprio qui.

Le cliffs sono imponenti formazioni rocciose rosse 🔥 che si stagliano nel mezzo del nulla. Negli ultimi anni in questa zona piove molto più del normale, e così il deserto non appare grigio e ocra come ci aspettavamo, ma punteggiato di piccoli arbusti chiamati saxaul. Il colpo d’occhio è incredibile, quasi da parco americano.

Camminiamo lungo le creste fino al punto dove, per la prima volta nella storia, furono trovate uova di dinosauro 🦖. Poco più in là, enormi cammelli finti ricordano il passaggio della Tea Road, la grande via commerciale che attraversava la Mongolia.

Riprendiamo la marcia verso il monastero di Ongi, ma la strada è lunga, disconnessa e resa fangosa dalle piogge. Il sole tramonta regalando colori pazzeschi, rosa e arancio, che tingono le nuvole.

Ci rendiamo conto però che il monastero è ancora lontano e che l’oscurità incombe. I driver ci rassicurano che arriveremo in tempo, ma senza mappe consultabili non ci resta che fidarci.

Facciamo una sosta “bagno-natura” 🚻 poco dopo il tramonto e capiamo che il monastero, per oggi, è rimandato a domani mattina.

E quasi come per magia, proprio con le ultime luci del crepuscolo, avvistiamo in lontananza il nostro campo per la notte.

È buio, la cena è quasi pronta 🍲… la doccia, invece, potrà aspettare. Ah no, giusto: domani saremo ospiti di una famiglia locale che… la doccia non ce l’ha proprio! 🚿🙃

Day 4 – Gobi Desert

Dopo un necessario – e ormai quasi rituale – pit stop al minimarket, ripartiamo verso il deserto del Gobi, dove dormiremo stanotte.

Lungo la strada ci fermiamo presso una famiglia locale: i nostri driver ne approfittano per mangiare e noi trascorriamo mezz’ora a giocare con i bambini della famiglia.

Basta un pallone per diventare subito grandi amici. Vivono in maniera molto semplice – come tutte le famiglie nomadi che abbiamo incontrato finora – ma con grande dignità. Le ger sono pulite e i bambini, pur giocando tutto il giorno nella polvere, sono curati e accuditi, grazie alla sorella maggiore che si occupa di loro.

Dopo un po’ di tratto asfaltato, torniamo off road. Questa volta, però, il paesaggio è diverso: iniziano le montagne e la strada passa dentro una specie di gola… uno spettacolo 🤩.

Decidiamo di fermarci per un picnic in un punto meraviglioso, circondati da queste colline rocciose. In due minuti – con il loro spirito pratico – i nostri autisti parcheggiano i furgoncini formando un riparo dal vento e ci godiamo il pranzo: il classico pollo con ananas e riso.

Poco dopo aver ripreso la marcia incontriamo un pulmino di turisti fermo sul ciglio della strada: gli si è rotto il braccetto della ruota. I nostri driver (che ormai abbiamo capito essere uomini dalle mille risorse 💪) si fermano, tirano fuori mezza officina portatile e, tra martellate e grasso, riescono a sistemare tutto.

Nel frattempo noi ci godiamo un momento di chill, passeggiando sulle colline vicine (e regalando un po’ di tregua al mio collo 😅).

Salendo sulla collina più alta, all’orizzonte vediamo quelle che, a prima vista, sembrano cime innevate… e invece sono le dune del Gobi!

Entriamo finalmente nel deserto con le jeep. La guida sulla sabbia è molto più morbida rispetto alle pietraie dei giorni scorsi.

Arriviamo al nostro camp tendato, dove – miracoloso – c’è perfino un piccolo baretto all’ombra 🍻. Fuori ci sono 39°C, quindi ne approfittiamo per un’oretta di riposo con birra, patatine e qualche sana risata.

Alle 17 partiamo per l’ascesa alla Khongor Sand Dune. Da lontano non sembra troppo impegnativa, ma più ci avviciniamo più diventa… verticale 😳.

Iniziamo la salita, piano piano diventa sempre più ripida e finiamo con gli ultimi 300 metri a 45% di pendenza! Proviamo a camminare normalmente ma ad ogni passo in sù corrisponde un mezzo passo in giù; poi proviamo a puntare le punte dei piedi come se salissimo sul ghiaccio ma dopo poco i polpacci bruciano; finiamo per salire a 4 zampe a piedi nudi e scarpe infilate nei palmi delle mani. Dopo 1h30 di sudata fatica, arriviamo in vetta! 

Dopo 1h30 di sudata fatica arriviamo finalmente in vetta! 💥 Non possono mancare una birretta e una ripresa con il drone al tramonto!

La giornata si chiude con un brodo di carne e verdure con pane morbido da inzupparci dentro.

Day 3 – Yolyn Am Valley

Ci svegliamo nella nostra lussuosa ger e facciamo colazione local con una zuppetta biancastra con verdure e, naturalmente, carne. Per convincerci a mangiarla ci diciamo che dalla consistenza sembra piena di collagene…che dopo la notte nel deserto, sicuramente male non fa!

Continuiamo il nostro tragitto verso sud 🚙.

La prima tappa della mattina è il Gobi Museum of Nature and History, il museo di storia naturale. La parte più spettacolare? I dinosauri, senza dubbio 🦖🦕

In questa zona del deserto del Gobi – in particolare nell’area di Khermen Tsav e nelle vicine Flaming Cliffs – le spedizioni guidate da Roy Chapman Andrews negli anni ’20 portarono alla scoperta di importanti fossili, tra cui le prime uova di dinosauro mai rinvenute.

La nostra guida, un ragazzo di soli 16 anni, ci illustra con orgoglio tutti i reperti esposti e ci racconta qualche dettaglio sulle diverse specie di dinosauro… fiero come se li avesse scoperti lui!

Per pranzo ci fermiamo per un Bibimbap, una ciotola di pietra bollente ripiena di riso e verdure 🥕🍚 (primo pasto senza carne da quando sono arrivata… colazioni incluse!).

Dopo l’ennesimo giro di giostra sulla jeep in mezzo al deserto – con scosse e salti annessi (il mio collo ringrazia sempre 😅) – arriviamo alla Yolyn Am Valley.

“Yolyn Am” in mongolo significa “gola dell’avvoltoio barbuto”, perché qui vivono (e un tempo erano numerosissimi) i lammergeier, grandi avvoltoi tipici delle montagne del Gobi. In zona si vedono anche diverse aquile 🦅 e ovviamente le loro prede: i pika, piccoli roditori che sembrano un incrocio tra una marmotta e un criceto.

Fino a due anni fa questa vallata era completamente ghiacciata, ma il surriscaldamento globale ha fatto sciogliere definitivamente lo spesso strato di ghiaccio.

Camminiamo lungo il fiume alla base della gola, un po’ arrampicandoci sulle rocce, un po’ camminando nell’acqua 💧. La luce radente della fine del pomeriggio tira fuori dei colori pazzeschi dalle pareti rocciose!

Chiudiamo i nostri 270 km di sterrato in un piccolo ger camp, completamente nel nulla: ci siamo solo noi, circondati da colline steppose 🏞️ sulle quali ci arrampichiamo per goderci il tramonto in pieno silenzio.

Day 2 – White stupa

Si parte!

Dopo poche (pochissime!) ore di sonno, si parte con i nostri nuovi mezzi di trasporto: due minivan sovietici che sembrano usciti direttamente dagli anni ’80 (anche se hanno solo qualche anno di vita) e una jeep 🚙 – con uno starlink attaccato al tettuccio – nella quale prenderò residenza fissa nel tentativo di salvare le poche vertebre che mi sono rimaste attaccate al collo… o almeno questa è la speranza!

Lasciamo Ulan Bataar sotto un diluvio battente ☔… se possibile, ancora più grigia e cupa di ieri.

Dopo qualche sosta strategica per cambiare i soldi e fare rifornimento, inizia l’attraversata della steppa. Il paesaggio è super omogeneo: distese sterminate, piatte e un po’ brulle, nei toni del verde e del giallo. Quando dobbiamo fare la pipì dato che non c’è neanche un arbusto, creiamo improbabili tende protettive con parei e ombrelli.

Per fortuna ci pensano gli animali a dare un po’ di vita a tutto questo: cavalli 🐎, cammelli a due gobbe 🐫, montoni… disseminati ovunque.

Per pranzo ci fermiamo in un ristorante dotato di una pomposissima sala conferenze (che qui rappresenta la sala d’onore). Ci servono pollo all’ananas 🍍🍗 su una splendida tovaglia di velluto nero… elegantissimi.

Poi ripartiamo per la nostra lunghissima traversata verso il campo ger che ci ospiterà stanotte.

Lungo la strada ci fermiamo a visitare una famiglia di allevatori di cammelli. Possiedono circa 200 capi che pascolano liberi nei dintorni. Vicino alle tende tengono solo i cuccioli nati a marzo, che devono ancora essere nutriti dal latte materno. Ogni volta che la mamma si avvicina per allattare, gli allevatori aspettano che il cucciolo abbia finito… e poi mungono quel che rimane 🥛, utilizzandolo per produrre il latte fermentato (bevanda tipica, leggermente alcolica), il formaggio essiccato che mangiano come snack e un distillato simile alla vodka. Vendono anche la lana del cammello con cui si producono tessuti pregiati 🧶.

Entriamo nella loro ger e ci offrono i loro prodotti: passo il latte (tra lattosio e condizioni igieniche non me la sento 😂) ma assaggio volentieri il formaggio – buono, anche se super saporito, tipo crosta di pecorino – e il distillato, poco saporito ma piacevole. Intorno alle ger corrono liberi decine di cavalli (una meraviglia vederli così liberi e potenti) e moltissimi montoni.

Dopo infiniti – e dolorosi – 450 km arriviamo finalmente al Gobi Mhulan Tourist Camp, un campo tendato composto dalle classiche ger bianche e tonde usate dai nomadi mongoli ⛺.

Il tempo di lasciare gli zaini e risaliamo in macchina per andare a vedere il tramonto alla Tsagaan Suvraga, la famosissima White Stupa.

Una scogliera calcarea gigantesca, in mezzo al nulla, circa 420 km a sud di Ulan Bator. Le pareti, alte tra i 30 e i 60 metri, sfumano dal bianco al rosso, passando per arancione e giallo – sembra letteralmente un canyon dipinto 🎨.

Ci godiamo la golden hour con una birra gelata 🍺 e colori da cartolina.

Per cena, bbq mongolo di montone, tenerissimo e super saporito. E, per chiudere la giornata in bellezza, una cupola di stelle ⭐️ così vicina che sembra quasi di poterla sfiorare con un dito.

Day 1 – Ulan Bator

Si parte!!

Dopo un breve scalo a Francoforte, atterro finalmente a Ulan Bataar, capitale della Mongolia. Già all’aeroporto faccio conoscenza con i miei primi compagni WeRoad.

Alle 5 del mattino, con l’alba, saliamo su un taxi e ci dirigiamo verso il centro: da lontano sembra Gotham City… grattacieli grigissimi, molti ancora in costruzione, veri e propri scheletri avvolti da una nuvola di smog. Nonostante l’ora prestissima c’è già un traffico importante e perfino qualche incidente con macchine completamente spappolate – mi è subito chiaro che qui guidare (bene) non è esattamente uno sport nazionale.

Una doccia e un pisolino in un vero letto mi rimettono un minimo in sesto, soprattutto perché sono ancora reduce dal tamponamento in motorino che mi ha lasciato due dischi schiacciati e due vertebre disallineate… inutile dire che le ore in aereo sono state una tortura!

Mi sveglio affamatissima, ma mangiare si rivela più complicato del previsto: sedersi in un ristorante qualunque significa aspettare almeno un’ora anche solo per dei semplici dumplings. Dopo un paio di tentativi andati male, mollo il colpo e trovo un minimarket che alla cassa vende dei bao caldi… e vabbè, meglio di niente!

Nel primo pomeriggio ci incontriamo tutti per la prima volta e partiamo per la visita della città.

Iniziamo dal museo di Gengis Khan dove, guidati da una guida estremamente orgogliosa delle sue origini mongole (praticamente mancava solo dicesse che anche la pizza è nata qui), ripercorriamo la storia dell’Asia centrale e della Mongolia.

A seguire visitiamo il museo nazionale e facciamo un giro intorno alla piazza centrale, anche se – sinceramente – non c’è molto da vedere.

Per cena andiamo in un ristorante tipico mongolo: parto con il classico brodo di carne e verdure e poi passo ai ravioli al vapore di montone (molto buoni ma con dentro una quantità di spicchi d’aglio quanti non ne avevo mai visti in un solo piatto…naturalmente scartati!).

Andiamo a bere una Vodka locale in una specie di food court all’aperto ma dopo poco inizia a diluviare ed il rientro a casa si trasforma in una vera e propria doccia!

Domani si parte verso sud… destinazione deserto del Gobi! 🔥🐪

Day 8 – Samarcanda

Iniziamo la nostra giornata a Samarcanda dal mausoleo di Tamerlano. Qui, oltre alla tomba dell’emiro, c’era un albergo per accogliere i dervisci (asceti islamici) e una madrasa per i figli dei militari.

Tamerlano era di estrazione abbastanza umile ma era amico di diversi potenti che ha prima sfruttato per accrescere il suo potere e poi eliminato per espandere il suo dominio fino a creare un vasto impero che andava dall’Anatolia alle rive del Gange passando per l’Egitto. Nella sua bandiera c’erano infatti tre pallini che rappresentavano i 3 continenti su cui si estendeva il suo potere.

All’interno sono sepoliti, oltre a Tamerlano, anche due suoi nipoti, di cui uno è il famoso studioso Ulugh Beg, e alcuni dei suoi figli – Tamerlano aveva 18 mogli ma sono giunte notizie solo di 4 figli, di cui alla sua morte ne era sopravvissuto solo uno. Qui si trova inoltre uno sceicco dell’Islam, riconoscibile come persona sacra dal pendaglio di crine di cavallo che pende sopra alla sua tomba. La parte bassa dell’interno del mausoleo è fatta di onice, mentre le decorazioni della parte alta sono di cartapesta dipinta.

Andiamo poi alla piazza Registan. Il nome significa sabbia rossa, in quanto si dice che qui tagliassero le dita a chi commetteva reati quali furti.

Questo divenne un luogo estremamente importante per lo sviluppo della cultura del regno in quanto, fra il 1400 e il 1600, furono costruite tre madrase, le scuole dove si studia il Corano: Ulugh Beg, Tilya-Kori e Sher-Dor. Gli studenti vivevano nelle scuole, in delle stanze che condividevano con un altro studente, dove al piano di sotto studiavano e al piano di sopra soppalcato dormivano. Lo studio di ciascuna materia richiedeva un percorso di 3 anni ma gli studenti studiavano qui per circa 10 anni approfondendo diverse materie.

La madrasa di Ulugh Beg è la più antica e risale al regno timuride (1420). Nella madrasa Tilya-Kori (che significa “dorata”), risalente al 1660, vi è anche una grande moschea, appunto dorata. Sulla facciata della madrasa Sher-Dor, del 1636, sono rappresentate delle tigri, scelta molto interessante dal momento che viola il divieto nell’Islam di raffigurare esseri viventi sugli edifici religiosi.

Visitiamo poi la moschea di Tamerlano anche chiamata moschea di Bibi-Khanym, dal nome di sua moglie, attorno alla quale è nata una leggenda. Si narra che mentre Tamerlano era in viaggio, la moglie chiese ad un grande architetto di costruire una grandiosa moschea per sorprendere il marito al ritorno dal suo viaggio. L’architetto accettò ma si invaghì di Bibi e le disse che non avrebbe finito la costruzione a meno di non ricevere da lei un bacio. Bibi accettò ma il bacio lasciò un segno che il marito notò e, preso dalla furia, fece giustiziare l’architetto ed impose che tutte le donne portassero un velo davanti al volto in modo da non far cadere in tentazione gli uomini che non fossero loro mariti.

Legenda a parte, la moschea era uno dei più ambiziosi progetti architettonici dell’epoca ma ebbe dei grossi problemi strutturali e di scelta dei materiali e dopo poco la cupola e i minareti iniziarono a sgretolarsi. A metà del 20esimo secolo era ridotta a un cumulo di rovine ma i russi, riconoscendo l’importanza storica di questo luogo, come delle madrase di piazza Registan, procedettero ad un’importante opera di restauro (forse un po’ troppo massiccia ed invasiva ma che sicuramente ci permette oggi di proiettarci bene in quello che era lo splendore e l’imponenza di questo luoghi).

Ci fermiamo per pranzo e per un giretto al Bazar. La qualità dei souvenir non è un gran che ma mangiamo un buon pane sfogliato. In realtà è tutto quello che riusciamo a mangiare perché lo street food in Uzbekistan non è per niente sviluppato (l’unica cosa che si trova a volte sono i samsa, delle specie di fagottini di pasta ripieni di carne).

L’ultima tappa di questo tour è la meravigliosa necropoli di Shah-i-Zinda, che significa “il re vivente”, dalla legenda che narra che un cugino di Maometto, dopo essere stato decapitato per la sua religione, abbia preso la sua testa e sia andato a vivere proprio qui in un pozzo profondo e che ancora viva.

C’è anche un’altra legenda che ruota intorno a questo luogo. Si dice che bisogna contare gli scalini di accesso a questo complesso. Se la conta è la stessa in ingresso ed in uscita, allora l’anima è pura, altrimenti è impura…per fortuna il mio conto era uguale sia in salita che in discesa!

La necropoli è formata da una serie di mausolei, affiancati lungo una stradina, e da alcuni altri luoghi sacri tipo alcune moschee. Tutto è decorato con splendide maioliche, dai colori tipici, e si sviluppa verso l’alto come se andasse verso il cielo…che luogo meraviglioso!

Qui si conclude purtroppo la nostra bellissima esperienza Uzbeka…grazie a tutte le splendide persone che mi hanno accompagnato nella scoperta di questa terra, con allegria e passione da veri viaggiatori (Lorenzo, Martina, Claudia, Carlo, Lorenzo, Giorgia, Giampiero, Laura, Andres, Flavio, Giacomo)!

Ci vediamo al prossimo viaggio!

Day 7 – Samarcanda

Dopo una fresca, breve, notte nella Yurta, riprendiamo il bus in direzione di Samarcanda. Nonostante i km siano poco più di 200, il viaggio dura più di 4 ore.

Appena rinfrescati in hotel, partiamo per una prima scoperta della città. Iniziamo dalla Moschea di Hazrat-Hizr, con il mausoleo di Islam Karimov, primo presidente uzbeko. La moschea si dice sia la più bella moschea attiva di Samarcanda…sicuramente la struttura esterna è bella ma dentro non è proprio niente di che (ed è pure super puzzolente…) quindi spero ne vedremo di più belle!

La seconda tappa è l’osservatorio di Mazar Ulugh Beg, nipote di Tamerlano, grande studioso che ha governato Samarcanda e ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla diffusione della scienza, principalmente nella madrasa che fece costruire e che porta il suo nome. In questo osservatorio, del 1400, rimane parte di un enorme quadrante di 40 mt di raggio che era utilizzato per la misurazioni del mezzogiorno.

Facciamo una passeggiata nell’antico quartiere ebraico, dove sorge la sinagoga ancora oggi attiva nonostante siano rimasti in città non più di qualche centinaio di ebrei. Iniziamo la nostra passeggiata dal mausoleo di Abu Mansura Maturidi, famoso teologo islamico, che vediamo solo da fuori. Il quartiere ebraico è separato dalla zona delle meravigliose madrase del Registan da un alto muro ed è un dedalo di stradine, con strane traiettorie, ricurve, solo parzialmente asfaltate, con canali di scolo a cielo aperto, i tubi del gas che passano in bella vista sopra le nostre teste. I bimbi giocano per strada; anche qui si vede il melting pot etnico di questo paese, con tagiki, uzbeki, russi che giocano insieme a cui, in questo quartiere decisamente più povero, si aggiungono gli zingari, che anche qui sembrano più isolati fra loro. In questo momento stanno rifacendo le tubature cittadine dell’acqua in questa zona quindi le persone vanno ad attingere l’acqua con dei boccioni di plastica da pozzi esterni.

Stasera facciamo una cooking class per imparare a cucinare il plov, piatto nazionale con riso pilaf, carne e carote. Veniamo accolti in una casa con un grande cortile dove è apparecchiata una tavolata per noi. La padrona di casa ci guida nella preparazione del plov, cucinato in un grande braciere nel cortile. Per prima cosa fa friggere dei grandi pezzi di carne in olio di semi e di lino (non posso ripensare alla quantità di olio che c’era perché il piatto poi se l’è bevuto tutto!); una volta ben rosolati, aggiunge le immancabili cipolle, una valanga di carote tagliate a bastoncini, cumino e pepe. Dopo un po’ aggiunge uvetta e ceci bolliti e ricopre con un altro strato di carote. Aggiunge un po’ d’acqua e lascia cuocere coperto per 30 min, poi aggiunge sopra il riso lasciato a mollo mentre cuoceva il resto e ricopre con un po’ d’acqua. Lascia cuocere coperto per un’altra mezz’ora. Mentre aspettiamo i passaggi della cottura, mangiamo gli antipasti e facciamo balletti di gruppo.

Prima di andare a dormire non possiamo farci mancare una prima visita notturna al mausoleo di Tamerlano e alla piazza del Regiastan. Già al mausoleo rimango molto affascinata dalla bellezza di questo imponente monumento.

Ma è quando arriviamo dinanzi alle madrase del Regiastan che rimango letteralmente a bocca aperta! Decidiamo di fare il biglietto ed entrare – anche se abbiamo già pianificato la visita con la guida domani – ma, essendo già tardi, riusciamo a goderci la magia di questo luogo reso ancora più suggestivo dalle luci e dal silenzio.

Buonanotte Samarcanda…