Delhi

Ultimo giorno della nostra vacanza…o meglio del nostro viaggio.

Prendiamo un volo da Mumbai a Delhi dove troviamo ad aspettarci un nuovo driver che ci porterà a visitare la parte nuova della città. Prima però non può mancare un ultimo giro al bazar per comprare ancora qualche pashmina e sciarpa di seta. Non bastano in 4 venditori per starci dietro, gli facciamo aprire centinaia di sciarpe e saltelliamo da una parte all’altra indecise. Poi inizia la parte della contrattazione in cui Ila la fa da padrona e riesce a farsi fare sconti a destra e sinistra.

Ci ributtiamo nella cultura e visitiamo il minareto più alto del mondo e la tomba di Humayun, imperatore Moghul per il quale la moglie ha costruito un mausoleo che ha fatto da modello al Taj Mahal. Il palazzo presidenziale si trova in fondo ad un lunghissimo viale alberato al cui estremo opposto c’è un arco di trionfo: ricorda molto la struttura degli Champs-Elysées anche se non ha certo lo stesso splendore!

L’ultima visita è ad uno dei templi Sikh più importanti dell’India dove questa religione monoteista è nata. Per entrare bisogna togliersi scarpe e calze: guardiamo il fiume di persone intorno a noi e, anche se con un po di reticenza, ci rassegniamo a fare altrettanto. I cortili intorno al tempio sono di marmo bianco e uno contiene una grandissima piscina probabilmente per la purificazione. L’interno è ricoperto d’oro e al centro vengono portate le offerte . Cerchiamo di scoprire qualche cosa in più riguardo ai loro riti ma molte cose ci rimangono oscure (perché non possono tagliarsi peli o capelli? Perché possono usare la violenza per garantire il rispetto dei loro valori? Perché devono cucinare e mangiare tutti insieme?).

Finiamo la nostra scoperta di Delhi a Connaught place, un’immensa piazza verde con due grandissime strade concentriche intorno sulle quali hanno costruito tanti palazzi identici in stile coloniale; la piazza è talmente grande ed uniforme che è necessario identificare ciascun settore con una lettera. Qui i negozi sono quelli dei grandi marchi internazionali: Nike, Tommy Hilfiger, Bata, Costa Coffee,…

Facciamo l’ultima cena in compagnia di due ragazze di Milano molto simpatiche amiche di Manu che avevamo già incrociato a Jaipur. Ridiamo delle nostre avventure/disavventure di viaggio: le lotte negli alberghi per avere l’acqua calda e l’heater (un improbabile trabicolo con una resistenza elettrica che avrebbe dovuto scaldare le camere), la difficoltà di riconoscere la propria macchina fra le centinaia di auto bianche tutte identiche nei parcheggi (noi la riconoscevamo dalla coroncina di peperoncini porta fortuna che era appesa davanti al cofano), l’immensa incognita delle mance (ma voi quanto date di tip? Ma è poco? Ma no per loro è tantissimo! Ma in fin dei conti sono solo 2 euro…siamo sicure?!), la difficoltà di comunicare con quelli che l’inglese lo parlano solo per dire “yes ma’m” (nel deserto il nostro “body guard” non faceva altro che contraddirsi: gli chiedevamo se potevamo rimanere altri dieci minuti e la sua risposta ripetuta in continuazione era “ok ok 10 minutes” e dopo 1 secondo “go go” con il dito puntato!!).

Andando verso l’aeroporto ci fermiamo in una zona dove tante persone vivono per strada. I marciapiedi sono illuminati da piccoli fuocherelli con cui i poveri cercano di scaldarsi. Scendiamo e regaliamo loro un po’ di vestiti e di biscotti. In questi giorni abbiamo constatato che gli indiani non ringraziano, mai, neanche quando gli fai un regalo…ma gli occhi di quelle donne esprimevano il grazie più bello del viaggio. Ripartiamo con il cuore un po’ stretto, grate della coperta che anche stanotte ci terrà calde.

Arriviamo in aeroporto con un po’ di anticipo, gran parte del quale viene perso per la lentezza esasperante di ogni cosa in questo paese, e troviamo una SPA. Ci concediamo un bel massaggio per rilassarci prima del volo che su di me ha sortito un ottimo risultato dato che mi sono addormentata ancora prima di decollare! 🙂

Ed eccoci arrivate veramente alla fine del viaggio, un viaggio meraviglioso che mi ha scatenato tantissime emozioni, forti e contrastanti che sicuramente mi servirà tempo per elaborare. La povertà estrema, le condizioni igieniche deplorevoli, le differenze culturali così ampie e difficili da capire mi hanno messo alla prova (sia fisicamente che psicologicamente) e mi hanno costretta a mettermi in discussione.

Ho avuto la fortuna di condividere tutto questo con due persone meravigliose che hanno saputo tirare fuori il meglio dei loro punti di forza e metterli a fattor comune, non facendo pesare le cose che non gli andavano bene né i momenti di debolezza.

Voglio ringraziare Ila per la sua allegria perenne, per la sua capacità di scherzare e di prendermi(/ci) in giro, per la sua dolcezza, per la grandiosa capacità di adattamento che ci ha dimostrato; se non fosse per lei la parte social e di contrattazione del nostro viaggio sarebbe stata disastrosa :-)! Voglio ringraziare Manu, la mia compagna di avventure dell’anno, per le sue attenzioni, la sua capacità di cogliere con uno sguardo un momento di difficoltà o un’emozione che chiedeva di essere condivisa, per le chiacchiere aperte e sincere; se non ci fosse stata lei non mi sarei mai lanciata a provare tutti quegli street food indimenticabili.

Davvero, non potevo sperare in compagne di viaggio migliori, grazie!! 🙂

Mumbai

Ci svegliamo presto per andare a comprare una scatola di dolci da portare in dono ai genitori di Dhruv. Ne approfittiamo anche per fare colazione in questo negozietto ricolmo di dolciumi di cui non ne conosciamo neanche uno! Ci divertiamo a provare un paio di cose basandoci solo sull’ispirazione: come tutti i dolci qui sono mooolto dolci ma il sapore è buono!

Abbiamo ancora 1 oretta prima che ci vengano a prendere, iniziamo a chiacchierare e a camminare e ci perdiamo per il quartiere. Imbocchiamo una stradina in salita, colorata dai sari di un gruppo di donne occupate nella toilette quotidiana loro e dei loro bambini. La strada si stringe ed entriamo in un dedalo di viuzze su cui affacciano centinaia di case: ognuna ha una piccola stanza al piano terra, in cui c’è un angolo cucina, e una stanza al piano di sopra, collegata con una scala esterna a pioli, che sembrerebbe la stanza dove dormono. Le case non hanno porte, solo delle tende colorate che tengono lontano animali, sole, polvere e concedono un minimo di privacy. Il pavimento dei vicoli è fatto di terra e fango (non voglio immaginare cosa succeda qui durante il periodo dei monsoni) ed è coperto da fasci di tubi che probabilmente distribuiscono elettricità e acqua nel quartiere. I vicoli diventano sempre più bui e stretti. Ci guardano tutti straniti, non credo vedano bianchi molto spesso girare qui. Dopo una prima sensazione di timore acquistiamo sicurezza. Sorridiamo e gli sguardi straniti diventano sorrisi di rimando.

Sbuchiamo nella piazza centrale del quartiere. Tanti ragazzi ci vengono incontro, fanno a gara per parlarci e salutarci, uno ci fa segno di seguirlo: ha deciso che ci farà da guida. Cammina velocissimo fra la folla; ci fa vedere il quartiere islamico e poi ci porta al mercato dove polli e capre sono spellati e tagliati a pezzi su pietroni rasoterra. Vorrebbe portarci a vedere la stazione ma purtroppo dobbiamo tornare verso l’hotel. Per strada una capretta è seduta su un motorino e sta mangiando il sellino, un bimbo accovacciato per terra davanti a casa si lava i denti da solo e sputa sul pavimento.

Arriviamo a casa di Dhruv dove vivono con il nonno (quando muore la moglie la tradizione vuole che lui si trasferisca in casa dei figli) e dove ci aspetta un meraviglioso brunch con cucina tipica del punjab, la regione di origine della sua famiglia: i puri (frittelle fatte con 7 farine diverse e spezie) fanno da accompagnamento ad alloo paneer (formaggio e patate speziati) e chole (un curry di ceci). Non mancano il riso pulao (con verdure), il raita (la cremina di yogurt che serve a stemperare il piccante dei curry) e dei pickles fatti in casa con peperoncini e mango. È tutto delizioso e non riesco a smettere di riservirmi!! 🙂

La mamma non si siede a tavola con noi: come da tradizione cucina per il marito e i figli e solo quando questi hanno finito, si serve nel piatto del marito e consuma il suo pasto.

Ci spostiamo in terrazzo con vista sull’oceano per mangiare il dolce: Gajar Halwa, una specie di composta di carote grattugiate che vengono cotte per 8 ore in uno sciroppo di zucchero e latte condensato con mandorle ed uvetta.

I genitori di Dhruv sono carinissimi e chiacchieriamo di viaggi e lavoro, ci raccontano un sacco di cose della cultura indiana e peculiarità della città di Mumbai viste da chi le vive nel day-by-day. Una chicca della città di Mumbai è il Dabbawala, un’efficientissima rete che ritira i lunch box dei lavoratori alle 11 dalle loro case, dove le mogli hanno cucinato, li caricano sui treni e li consegnano puntuali all’ora di pranzo sul luogo di lavoro. Dopo pranzo raccolgono i vuoti e parte la catena inversa. Questo permette alle mogli di avere il tempo per cucinare e ai lavoratori di non essere impacciati dai contenitori nel loro difficoltoso tragitto sui treni gremiti del mattino.

Salutiamo Dhruv, la sua famiglia e Giorgio (l’amico con cui Dhruv ha passato le sue vacanze) e ripartiamo per il nostro tour di Mumbai. Andiamo verso il Chor Bazar, uno dei mercati più grandi di Mumbai ma ci troviamo nel bel mezzo dei festeggiamenti della comunità islamica per la nascita di Maometto: carri ricolmi di fiori, casse che pompano musica a tutto volume, gente vestita a festa che urla preghiere e inni, bandiere che sventolano, tamburi e nacchere che suonano! La nostra macchina viene spinta dal corteo fino a quando non troviamo una via d’uscita da una stradina laterale.

Arriviamo a Victoria Terminal, la stupenda stazione centrale costruita in un mix di stili fra gotico/rinascimentale europeo e arte moghul. Oggi è domenica quindi è molto tranquilla ma durante le ore di punta dei giorni feriali tutta la zona si ricopre di talmente tante persone che vieni trasportato dalla folla senza possibilità di scegliere dove andare né di muoverti. Ecco perché i lavoratori non riescono neanche a portarsi appresso il pranzo.

Andiamo nella zona sud di Mumbai chiamata Colaba, la prima immagine della città che avevano i viaggiatori arrivando dal mare. Proprio per questo è stata posta qui Gateway of India, una gigantesca porta che simboleggia l’entrata nella città. Dietro c’è il Taj Mahal hotel, costruito da mr. Tata, che svetta maestoso con le sue cupole e finestre dalle forme arabeggianti. Per concludere degnamente la nostra visita a Mumbai ci sediamo a prendere un chai al Leopold, il bar che fa da sfondo a tantissime scene di Shantaram, il libro che negli ultimi mesi mi ha fatto, ancora di più, sognare di visitare questa città!

Mumbai

A parte i risvegli per scossoni e brusche frenate la notte in autobus passa tranquilla e ci svegliamo alle porte di Mumbai.

Scendiamo alla stazione centrale perché si sono dimenticati di dirci che il nostro driver ci aspettava dall’altra parte della città! Mumbai è immensa e trafficatissima quindi ci mettiamo più di 1 ora a raggiungere il nostro hotel e il driver. L’impressione è quella di una città decisamente più moderna e un po’ più pulita di tutte quelle che abbiamo visto finora.

Andiamo subito a fare una passeggiata in riva al mare nella parte sud ovest della città e incontriamo finalmente Dhruv, l’amico indiano che ci ha invogliato a fare questo viaggio e lo ha reso possibile (grazie Dhruv)!

Con lui veniamo catapultati in un altro mondo: dopo street food e  locali polverosi ci sediamo in un ristorante tutto bianco con bagni puliti e un gigantesco buffet di cibo occidentale.

Dopo esserci rimpinzati iniziamo la nostra scoperta della città. Prima giriamo a Bandra, quartiere dove vivono moltissimi attori di Bollywood. È una zona di ville sull’oceano dove mi aspettavo un influsso molto maggiore dello stile coloniale britannico.

Da qui prendiamo il bellissimo ponte Sea Link che ci porta nella zona sud di Mumbai, il cuore della città e delle sue contraddizioni, con gli slum e le case dei ricchi ad un isolato di distanza. Andiamo a visitare uno degli slum più famosi, il Dhobi Ghat, un’immensa lavanderia a cielo aperto dove centinaia di persone tutti i giorni lavano la biancheria di hotel e ospedali e vestiti destinati ai mercati. Un ragazzo ci fa da guida e un gruppetto ci segue incuriosito. I panni vengono lavati in grosse vasche di pietra dove vengono sbattuti ritmicamente in acqua insaponata (grigiastra) dai lavoratori che stanno in piedi al centro. Vengono poi appesi incastrati in funi attorcigliate sui tetti delle baracche e infine stirati con ferri a carbone dato che l’elettricità non è per niente affidabile.

Ovunque ci sono pile di panni puliti (più o meno: ora capisco tutte le macchie sulle lenzuola dei nostri hotel). La cosa più impressionante è la sterilizzazione della biancheria dei malati infettivi  degli ospedali che viene posta sul fuoco   in enormi latte arrugginite a bollire!!

Ogni tanto in qualche angolo qualcuno prepara il masala chai e lo vende in giro per lo slum.

Passiamo letteralmente dalle stalle alle stelle e andiamo a vedere il tramonto su Marine drive, il lungomare su cui sorgono tutti i grattacieli moderni di Mumbai. Ancora una volta un meraviglioso tramonto infuocato.

Appena viene buio ci dirigiamo verso Navi Mumbai, la parte moderna di Mumbai, dove vive Dhruv, per rinfrescarci prima di una serata in compagnia dei suoi amici. Ci accolgono calorosamente i suoi genitori che ci invitano per il brunch domenicale.

Usciamo di nuovo e ci andiamo a casa di un’amica che vive poco lontano: i ragazzi sono carinissimi, tutti parlano benissimo inglese e ci coinvolgono da subito. Beviamo e chiacchieriamo con loro fino a quando non arriva l’ora di rientrare: nella grande Mumbai il rientro a casa ci costerà più di un’ora di macchina! 😦

Udaipur

Ultimo tratto di strada con il nostro mitico driver Satish. Stamattina sa che abbiamo poco tempo e mette il turbo! 🙂

Dopo 4 ore di viaggio arriviamo al tempio di Ranakpur, il più grande ed importante tempio giainista dell’India. È un capolavoro d’arte del 1.300 d.C. con le sue 1.444 colonne che reggono cupole di pietra saponaria bianca tutte intarsiate: un luogo meraviglioso con una carica spirituale fortissima. Capiamo meglio quali sono i 5 principi base della dottrina giainista necessari per raggiungere il nirvana e che hanno fatto da guida anche al Mahatma Gandhi: non violenza, verità, non rubare, castità, non attaccamento ai beni materiali. Il solo fatto di essere all’interno di questo tempio fa veramente venir voglia di perseguirli tutti.

Purtroppo il ritorno alla realtà e ai problemi concreti è repentino ed inevitabile quando scopriamo che il nostro biglietto per il treno di stasera per andare a Mumbai è stato cancellato perché non ci sono più posti: smuoviamo tutti i nostri contatti locali per cercare di trovare una soluzione e ci prepariamo al peggio!!

Dopo aver tentato tutte le strade per avere un posto sul treno, ci rinunciamo e riusciamo a trovare 3 posti su un pullman notturno “sleeper” in partenza alle 17.30 da Udaipur…chissà cosa ci aspetta!!

La strada da Ranakpur ad Udaipur passa in mezzo alle montagne e ai boschi ed è molto panoramica. Lungo tutto il percorso il ciglio della strada è presidiato da simpatiche scimmiette grigie che stanno in pose buffissime.  Arriviamo ad Udaipur e inizia la corsa per vedere in sole 3 ore quello che avevamo calcolato di vedere in 8 prendendo il treno!

Visitiamo il giardino delle principesse, ci addentriamo nei vicoli tortuosi e colorati del quartiere intorno al palazzo reale e ci imbarchiamo per una gita sul lago che ci mostra il lato più bello di tutti gli sfarzosi palazzi che sono stati costruiti in questa città particolarmente sicura perché protetta dal lago e dalle montagne.

Sui gatt (gli scaloni di accesso al lago) le donne lavano i panni ridendo fra loro. Una donna con i capelli bianchi come la neve, avvolta in una pudica tunica, si lava con grande cura strofinando il corpo con una spazzola e pucciando i capelli nel lago.

In mezzo al lago ci sono due isole, di cui una è completamente occupata da uno degli hotel più belli del mondo. Proviamo a sbirciare dentro…ma dalla barca non si vede un gran che!

Nonostante il breve tempo trascorso ad Udaipur ci hanno colpito profondamente alcuni picchi di povertà: i bagni pubblici con le turche comuni  (senza pareti fra un bagno e l’altro) su cui le donne si accucciano coperte dai loro sari, alcuni bambini seduti in mezzo alla strada nudi e coperti di croste che sorridendo ci chiedono “soda, soda” (la coca-cola).

Arriva il nostro pullman, un vecchissimo volvo scrostato che sferraglia. All’interno, a dx e sx del corridoio, ci sono due piani di cuccette ciascuna chiudibile con una paratia scorrevole con dei materassi di vecchio velluto sintetico. Troviamo i nostri posti e ci infiliamo divertite nei nostri loculi. Ogni cuccetta ha anche uno schermo tv e una presa della corrente…non ci sembra vero! Dopo 10 minuti iniziano i però: una delle prese penzola sopra la nostra testa attaccata ai fili e appena la sfioriamo emette scintille, la tv si sintonizza su un inguardabile film di Bollywood e le casse centrali del pullman ne sparano l’audio in “dolby surround” con effetti speciali sulle scene di paura perché gracchiano talmente forte che fanno letteralmente tremare le cuccette!! Rinunciamo a chiacchierare e ci buttiamo nella lettura più o meno impegnata! 🙂

Uno dei momenti più belli però rimane la sosta “all’autogrill”: nel mezzo del nulla appare una sala mensa con tavoli  e panche di legno, una specie di cucina all’aperto e a fianco due bancarelle di dolci tipo luna park! La mensa è gremita di indiani (siamo le uniche bianche oltre a 3 ragazzi inglesi) che urlano e mangiano i loro thali (vari assaggi di curry, dall, yogurt, salsine da mangiare con il pane naan) in piatti di metallo. Proviamo a chiedere un tè ma nessuno capisce mezza parola di inglese: ci facciamo aiutare da una ragazza giovane, gentilissima che sa l’inglese e ci fa da interprete. Ce lo preparano in un pentolone sul fuoco all’aperto aggiungendo le spezie masala e poi filtrandolo. Sul retro ci sono i soliti bagni in condizioni “da apnea” e sulla strada 3 vecchietti sdentati che fumano accovacciati intorno ad un braciere ormai quasi spento: uno spaccato eccezionale di indianità.

Ora ci siamo riinfilate nei nostri loculi con il sacco lenzuolo che ci dà molta sicurezza (più psicologica che batterica) ed è ora di fare la nanna! A domani!

Jodhpur

Buon inizio 2015!! 🙂

Ci svegliamo un po’ infreddolite nella nostra tenda ma felici di questa esperienza! Torniamo al campo base dove, attaccate al fuoco, sgranocchiamo il solito toast con marmellata e beviamo del tè bollente. Il sole si alza e inizia finalmente a scaldarci: capiamo perché qui lo venerano come un dio.:-)

Ci mettiamo in macchina per raggiungere Jodhpur. Il nostro driver ieri sera deve aver fatto baldoria perché non supera i 70 km/h e sbadiglia ogni 30 secondi…anche se l’unico mio desiderio sarebbe di abbandonarmi al sonno, mi metto in allerta, mano pronta ad acchiappare il volante, finestrino giù con l’aria gelida che entra, musica a tutto volume e inizio a cantare sparando anche qualche acuto per sicurezza…se si addormenta così siamo messi male!!

Arriviamo incolumi a Jodhpur, la Città Blu, dal colore con cui erano dipinte qui le case dei bramini.

Sulla collina svetta il forte che è uno dei più grandi e fastosi dell’India. Lo visitiamo con un’audio guida fatta molto bene che ci racconta anche tanti dettagli della vita di corte: le cerimonie, il ruolo delle donne, l’importanza dei colori…

Vediamo poi il luogo di cremazione dei reali, una area verde con al centro una specie di tempio aperto (quindi senza muri) riccamente decorato, dove vengono cremati tutti i componenti delle famiglie dei maharaja per poi disperderne le ceneri rigorosamente nel Gange. Quando muore un componente della famiglia, tutti i parenti rispettano 13 gg di lutto durante i quali sono vestiti con abiti bianchi e non lavorano. Il 13esimo gg indossano turbanti color rosa chiaro e disperdono le ceneri nelle acque del fiume sacro. Dopo questo rituale la vita torna a scorrere normalmente ma le vedove continuano ad indossare sari bianchi.

Ci fermiamo per il (ormai) quotidiano rito di scoperta di nuovi street food: oggi proviamo una frittella di patate e cipolle e un chilly bomb, un nome una garanzia!!

Ogni città del Rajasthan ha la sua specialità: Jaipur è famosa per le pashmine e le pietre preziose, Agra per i marmi, Jaisalmer per la pelle di cammello e l’argento, Bikaner per i bhujia, snack salati e speziati che vendono per strada, e per i dolci rasgulla, Jodhpur per le spezie. Felice come una bambina mi infilo in un negozio di spezie ed inizio ad annusare tutto…dopo 10 minuti inizio a starnutire all’impazzata!! 🙂

Dopo aver comprato tutte le spezie che sono riuscita ad infilare nel poco spazio rimasto nello zaino, andiamo a vedere la famosa torre dell’orologio, uno dei simboli della città.

Ci concediamo una cenetta a lume di candela sul tetto di una bellissima haveli, dimora storica.

Ritornando a casa ci fermiamo in un posto famoso per i khulfi, delle specie di gelati di crema molto densi, a forma di cono infilati su uno stecco e serviti con una crema di arachidi. Il posto è a dir poco agghiacciante ma il gelato è buonissimo!

Jaisalmer

La colazione è sempre un’impresa! Anche se è uguale da tutte le parti, ovvero toast con marmellata fluorescente dolcissima e burro ghiacciato, il tempo per ottenerla é almeno di 20 minuti e sono necessari almeno un paio di reminder!! Per di più dato che siamo nel deserto e le mattine fredde (come quella di oggi – ci saranno 4°C) sono davvero una minoranza, la colazione è servita sul rooftop…meno male che il masala chai è bollente!!

Entriamo nel forte di Jaisalmer e andiamo a cercare il ragazzo della bakery che si era offerto di farci da guida. Dopo un po’ di contrattazione sul prezzo iniziamo il nostro giro. Ci mostra il palazzo del maharaja e della marani (moglie del maharaja) dove ancora oggi fanno cerimonie ufficiali. Ci racconta che le marani quando i loro sposi morivano in guerra accendevano un rogo nella piazza davanti al palazzo, si facevano di oppio e si buttavano dentro per devozione (e perché erano terrorizzate da cosa sarebbe successo loro dato che una donna qui deve sempre essere sotto la giurisdizione di un uomo).

Dentro alle mura del forte vivono solo le famiglie di due caste: bramini e soldati. Nella zona dei religiosi vediamo due stupendi templi gianisti tutti di pietra incisa e un tempio hindu. I vicoli sono strettissimi e ad un certo punto per evitare due moto e il canalino di scolo delle fogne faccio un “frontale” con una mucca bianca…si leva un mormorio di disapprovazione…lei ha la precedenza…mi scosto subito e la faccio passare. Qui le mucche sono sacre sopratutto quelle bianche (ovvero quelle originarie dell’india) mentre quelle marroni vengono considerate un po’ meno importanti in quanto di razza impura. Scopriamo anche (da wikipedia) che il numero di mucche in India è 5 volte quello della popolazione italiana e dato che la religione hindu vieta di ucciderle sono tutte a zonzo!!

Sbirciamo incuriosite nelle porte aperte  sperando di poter vedere l’interno di una casa; la guida se ne accorge e ci accompagna a casa di alcuni suoi conoscenti. La stanza all’ingresso serve per accogliere gli ospiti. Poi c’è un piccolissimo cortile a cielo aperto dove ci sono il bagno e la cucina in modo che fumi e odori si disperdano. Una ragazza è accovacciata sul pavimento a lavare le stoviglie. Al di là del cortile ci sono le camere da letto con materassi per terra da cui fanno capolino le donne di casa.

Continuiamo il nostro giro con il quartiere delle famiglie dei soldati e due haveli, dimore storiche, di proprietà di ricchi commercianti, di pietra intarsiata con ricchi balconi e soffitti decorati.

Chiediamo alla guida qualche dettaglio sul sistema delle caste che ci dice essere ormai superato nelle città ma ancora presente nelle campagne dove gli intoccabili si siedono ancora ai piedi degli appartenenti alle altre caste e al passaggio dei bramini o delle autorità si mettono le scarpe sul capo in segno di rispetto. Gli chiediamo anche quale sia la diffusione della lingua inglese. Ci racconta che la sua generazione (ovvero la nostra, dato che ha la nostra stessa età) lo sa solo se l’ha imparato dai turisti mentre oggi molti più bambini vanno alle scuole inglesi e le scuole indiane hanno iniziato ad insegnarlo.

Pranzetto con street food: samosa, triangolini di pasta ripieni di verdure speziate, e sweet cachori, una torta di frutta secca e milk cake.

Partiamo per il deserto. Dopo 1 oretta di viaggio arriviamo al limitare del villaggio abitato e davanti a noi c’è solo sabbia e qualche arbusto. Il cellulare perde totalmente la rete e inizia il nostro capodanno “primitivo”. Saltiamo in groppa ai nostri cammelli e saliamo sulle dune. Il mio cammello è guidato da un vecchietto vissuto nel deserto: le gambe sembrano due stecchini, la pelle è bruciata dal sole, la bocca è sdentata ma i suoi occhi sorridono. È vestito con una tunica bianca e un turbante arancione che lo illumina. Arrivate in cima alla duna scendiamo dai cammelli e iniziamo a camminare senza meta fra le dune facendo il bilancio di un bellissimo 2014 che si chiude e i buoni propositi per il 2015.

Dopo più di 2 ore torniamo al campo base dove, prima di cena, accendono un grosso fuoco intorno al quale ci sediamo tutti. Due ragazze gitane si esibiscono in danze tradizionali accompagnate da un gruppo di suonatori con tamburi, nacchere e una fisarmonica rudimentale. Conosciamo una famiglia di italiani con due bambine, un po’ shockati dall’India, e due ragazzi, compagni di università a Bruxelles, di cui uno lavora a Mumbai. Ci scambiamo consigli di viaggio, impressioni, informazioni raccolte. Il nostro cenone di capodanno, sempre intorno al fuoco, consiste di curry, zuppa di legumi, patate speziate e roti, le loro piadine, preparati dagli uomini del deserto.

Il freddo è tanto, probabilmente siamo sotto 0, e iniziamo a preoccuparci per la notte che ci aspetta: all’addiaccio in cima alle dune!!! Come se non bastasse la famiglia italiana e molti altri ospiti sono stati sistemati  nelle capanne del campo base quindi ci guardiamo intorno e realizziamo che i nostri compagni di avventura sono tutti ragazzi indiani fatti di oppio (il rimedio del deserto per il freddo) che ci guardano e sghignazzano: ci facciamo forza a vicenda e speriamo in bene!! In realtà il trattamento che ci riservano è super Deluxe: ci montano una tenda isolata da tutti gli altri, ci forniscono sacchi a pelo e coperte, ci accendono un fuoco e ci danno un “body guard” che veglierà su di noi tutta la notte. Aspettiamo la mezzanotte intorno al nostro fuocherello sotto una stellata limpidissima con i ragazzi che abbiamo conosciuto (che a differenza nostra dormiranno veramente all’addiaccio), urlando il nostro countdown al vento del deserto. Non c’è che dire: sicuramente un capodanno che non dimenticheremo!! 🙂

Direzione Jaisalmer

La mattina inizia di nuovo “on the road”, direzione Jaisalmer.

Piano piano stiamo conquistando la fiducia del nostro timido driver Satish che è diventato più chiacchierino e desideroso di rispondere alle nostre domande e soddisfare le nostre curiosità (per quanto gli permette il suo inglese imparato per strada). La cosa più interessante/preoccupante2 è che tutte le volte che ci spiega qualcosa poi mi chiede di cercarla su google e si fa raccontare quello che trovo!

Lungo la strada, che attraversa una zona montuosa e desertica, decine di persone camminano in mezzo al nulla. Chiediamo a Satish dove stiano andando e ci spiega che stanno andando a pregare in un tempio per il quale fanno anche 50/100 km di cammino. Infatti questo è il mese della Pausha, decimo mese dell’anno (dal 22 dicembre al 20 gennaio) particolarmente sacro e propizio per nascere e morire (si ottiene la mosha) quindi la gente si alza all’alba per pregare e se può compie pellegrinaggi.

Sulle strade fuori città si suona il clacson per avvisare che si sta per sorpassare una macchina (o meglio un camion dato che sono principalmente questi i mezzi che incontriamo) e come risposta di “via libera” loro mettono la freccia dal lato in cui vogliono che li superiamo. In Italia quel segnale mi direbbe che anche il camion davanti a me ha avuto l’idea di fare un sorpasso nello stesso momento, lasciandomi la sensazione di incertezza “vado io o vai tu” che ti fa tenere il fiato sospeso fino a quando non hai finito il sorpasso! Ecco…i primi giorni, non capendo, vivevo con quella sensazione addosso, pregando che il camion non iniziasse il sorpasso proprio nello stesso momento!!

Facciamo una deviazione per il Tempio di Ramdevra, il dio a cavallo. L’accesso al tempio è coperto di banchetti che vendono offerte per il tempio e sindur, la polvere rossa con cui le donne indiane si fanno il tikka in fronte e si colorano l’attaccatura dei capelli al centro della testa una volta sposatesi. Compriamo degli incensi, dei pezzi di stoffa, delle caramelle e della frutta secca, entriamo nel tempio e ci mettiamo in coda. I fedeli urlano preghiere e fanno offerte. Noi li osserviamo e facciamo come loro.

Proseguiamo la nostra strada ed arriviamo a Jaisalmer, la città d’oro per il colore giallo della sabbia con cui sono costruiti tutti i palazzi. Ci fermiamo al lago di acqua piovana che fa da riserva idrica per la città. È circondato da tempietti e palazzi riccamente intarsiati.

Il centro è molto più piccolo e meno caotico di tutti quelli che abbiamo visto fino ad ora. Jaisalmer infatti è una cittadina di sole 80.000 persone che vive principalmente di turismo 4 mesi all’anno. Vaghiamo un po’ per il mercato e ci intrufoliamo nei cortili delle case; scopriamo meravigliosi palazzi storici chiamati haveli – oggi spesso trasformati in hotel e guest house – con giardini interni, fontane, balconi decorati e scale che portano sul tetto. Saliamo in cima ad una di queste e scopriamo che quasi tutti i tetti brulicano di persone, sia quelli degli hotel che vi hanno ricavato bar e ristoranti sia quelli delle case private dove le donne stendono.

Dopo l’esperienza del lassi di ieri decidiamo che vogliamo provare altri street food tipici. Ci fermiamo quindi in cerca di un samosa che non troviamo ma al suo posto mangiamo un kachori (frittella ripiena di lenticchie e fagioli) e un’altra cosa simile di cui non solo non so il nome ma fatico anche a descrivere!  🙂

È l’ora del tramonto e il nostro driver ci porta su una collina, appena fuori città, dove ci sono i bellissimi monumenti funebri delle famiglie reali che hanno dominato Jaisalmer. Da qui ammiriamo la grande palla rossa del sole che scompare dietro l’orizzonte.

Per cena decidiamo di sperimentare una nuova cucina e scegliamo un ristorante tibetano. Il posto è piccolissimo, tutto coperto di tessuti. Il servizio è totalmente disorganizzato, all’indiana (prima ci arriva la bottiglia d’acqua senza bicchieri poi la zuppa senza posate né tovaglioli poi arrivano i bicchieri poi qualche altro piatto e quando abbiamo praticamente finito arrivano anche i tovaglioli) ma il cibo è ottimo: mangiamo vegetable & chicken momo (dumplings) e una zuppa di funghi e spinaci con della pasta fatta in casa tipo fettuccine larghe buonissima!

Passeggiando dopo cena, cercando di ripararci dal vento ghiacciato, ci fermiamo davanti ad una vetrina con delle torte. L’insegna recita “German bakery”, effettivamente le torte hanno un aspetto molto occidentale e dato che dopo 10 gg di curry e spezie qualche voglia di casa si fa sentire, ci fermiamo a prenderne una fetta. Il posto però è talmente piccolo che ha tavolini solo fuori. Il proprietario ci vede tremare e ci invita a sederci nel retro. Accettiamo volentieri e lui si mette a chiacchierare in un inglese quasi perfetto. Ci racconta che è figlio di un bramino e che ha imparato l’inglese dai turisti. Ci racconta un po della storia di Jaisalmer e si offre di farci da guida domani…probabilmente ci ha intortato ma sembra preparato e simpatico!! 🙂

Mentre torniamo verso l’albergo, all’angolo di una strada vediamo un signore che sta cuocendo, in un pentolone largo e piatto, del latte coperto di mandorle e zafferano. Il nostro driver ammette: “milk is my weaknss”…:-) Insistiamo per fermarci e offrirgliene un bicchiere. Intorno al pentolone troviamo una decina di tuc tuc driver che si scaldano tutti avvoltolati in delle coperte e ricoperti di polvere che bevono il loro bicchiere di latte (forse la loro cena?). Ci guardano con curiosità e iniziamo a scambiare qualche parola. Naturalmente non possiamo fare a meno di tenergli compagnia e proviamo anche noi questa specialità locale….l’aroma dello zafferano e il dolce delle mandorle, il calore del fuoco, il profumo della legna che brucia e gli sguardi di questi lavoratori stanchi rendono davvero speciale questo augurio di buona notte.

Bikaner

Iniziamo la giornata con il trasferimento da Jaipur a Bikaner. Lungo la strada facciamo una deviazione in un villaggio in mezzo alla campagna per visitare un ashram, luogo di meditazione e insegnamento della dottrina da parte di un guru. Veniamo accolte con grandissimo affetto dalla famiglia che gestisce l’ashram, composta da padre, madre, figlio, nuora e nipotino. Sono persone molto semplici, pastori e mungitori che lavorano, si occupano dell’ashram e meditano . Ci offrono quel poco che hanno – una tazza di masala tea e delle palline di zucchero e pasta di arachidi – e ci riempiono di benedizioni.

Ripartiamo con un senso di pace e di gratitudine per l’accoglienza così calorosa e spontanea.

Ci fermiamo a comprare arance e banane (unici frutti che ci permettiamo di mangiare perché riusciamo a spelarli) per un pranzo leggero (e senza spezie e curry!! 🙂 )

Il paesaggio cambia radicalmente e dal verde e giallo dei prati e delle coltivazioni di senapa passiamo all’ocra della sabbia mista all’arenaria: ci stiamo avvicinando al deserto.  Arriviamo a Bikaner dopo 6 ore di macchina. Qui vediamo il forte, ex residenza dei maharaja, ricco di marmi e pitture in colori naturali e oro.

È ora di uno spuntino: entriamo in un retro bottega con tavoloni di legno e un bancone (che assomiglia ad una cattedra da maestri delle elementari) e un po’ titubanti ordiniamo un lassi (bevanda fatta con lo yogurt)…se non fosse per il rischio mal di pancia, probabilmente io e Manu ne avremmo bevuto 1 lt a testa 😀

Lasciamo la macchina e ci avventuriamo a piedi verso il dedalo di viuzze della città vecchia. Ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine ma se mi fermo e guardo la situazione da fuori è veramente impressionante: mucche ovunque che non possono essere toccate, canaline in cui scola qualsiasi liquido (e non solo), rickshaw e moto che sfrecciano in ogni senso poi si imbottigliano come se non ci fosse più via d’uscita e un attimo dopo sgrovigliano la matassa e ripartano tutti suonando il clacson all’impazzata!

Arriviamo al bazar che è (dis)organizzato per “aree”: quella dei gioiellieri, quella dei sarti, quella dei venditori di caramelle, quella dei lucidatori di pentole, quella dei venditori di stoffe, quella dei venditori di dolci locali, quella dei cartolai, ecc…ogni area ha la sua specialità oltre al suo banchetto di verdura e al suo barbiere. Il rumore dei clacson e dei motori che rombano è assordante e lo smog rende l’aria irrespirabile. Vaghiamo senza meta, concentratissime nel non farci stirare e nel non finire nelle canaline di scolo ma lasciandoci travolgere dai colori, dagli odori e dai rumori di questo gigantesco mercato. I commercianti ci scrutano incuriositi dai loro micro negozietti e ogni tanto ci regalano qualche sorriso sdentato.

Tornando verso la macchina assistiamo ad un altro genere di scene quotidiane: un corteo funebre, composto quasi solo da uomini, trasporta una lettiga coperta di fiori, da cui spunta il volto di una donna anziana, verso il luogo della cremazione; un ragazzo magrissimo si accascia sui gradini di accesso di un negozio e rimane immobile, il negoziante gli dà un piccolo calcio e le gambe cadono a penzoloni, crediamo veramente sia morto, ci dicono essere ubriaco ma la scena è davvero disarmante. Infine una mamma e una bimba che strisciano nella polvere per strada; la bimba si avvicina per chiedere l’elemosina, vorremmo aiutarla ma non sappiamo come comportarci, tante le indicazioni ricevute, tanti gli avvertimenti: le regaliamo pochi spiccioli ma soprattutto un sorriso e qualche minuto di giochi con gli occhi e le mani che fanno ciao ciao e poi si nascondono.

Jaipur

Oggi ci ha accompagnato alla scoperta di Jaipur una guida che parla perfettamente italiano in quanto da anni commercia pietre preziose in Italia e ci è stato parecchie volte. Ci rendiamo subito conto di quanto questo lo aiuti a raccontarci le cose partendo dalla nostra prospettiva quindi lo riempiamo di domande (molte volte infatti quando facciamo domande ai locali che non hanno metro di paragone le risposte che otteniamo non sono molto affidabili! 🙂 )

La giornata inzia con la visita all’Amber Fort, ex residenza fortificata del maharaja che si trova su una collina appena fuori Jaipur. Da questo forte si mobilitavano i soldati quando le guardie, poste nelle torrette di avvistamento lungo la muraglia di 200km che circonda Jaipur, segnalavano pericoli o attacchi.

Molti turisti salgono al forte a dorso di elefante ma noi decidiamo di salire in macchina. Visitiamo prima il tempio della dea Krishna, moglie di Vishnu. In suo onore, ancora oggi, ogni mattina all’alba viene sacrificata una capretta nel cortile del forte. L’altra offerta molto comune fra i fedeli è la noce di cocco. Se osservate bene infatti il guscio ha 3 forellini che sembrano occhi e bocca di un animale.

Appena entrate nel cortile interno restiamo ammaliate dalla residenza invernale del maharaja: una costruzione chiamata stanza degli specchi perché le pareti interne ed esterne sono coperte di vetri e specchi. Questi, alla luce delle candele, creavano un gioco di luci per cui sembrava che le stelle brillassero anche dentro alle stanze…erano ben pretenziosi i reali! 🙂

Oltre a questo erano anche molto furbi: avevano ideato sistemi di aria condizionata ad acqua, grate che permettevano di nascondere le loro donne da occhi indiscreti ma permettevano alle donne di partecipare alle funzioni pubbliche, accessi differenziati per raggiungere la stanza di ciascuna delle mogli e non far ingelosire le altre, giardini galleggianti dove coltivavano lo zafferano in modo che quando spirava l’aria fresca dal lago verso il palazzo profumasse di zafferano ecc…

Scendiamo dall’Amber Fort e tornando verso il centro ci fermiamo a vedere dalla riva il Palazzo d’acqua, ex residenza dell’ultimo maharaja (morto l’anno scorso) ed ora in disuso e chiuso al pubblico, che è stato costruito in mezzo ad un lago artificiale. A seconda del livello dell’acqua sono visibili 3 o 4 o 5 dei piani della residenza. Gli altri rimangono sotto il livello dell’acqua.

Entriamo finalmente nel centro storico di Jaipur e capiamo subito perché è chiamata the Pink City: tutti i palazzi hanno lo stesso colore rosa/ocra con bordi bianchi. La mia testolina geometrica e ordinata gioisce a questa vista!! 🙂

La prima cosa che visitiamo è il Palazzo di Città, attuale residenza della famiglia del maharaja, in parte visitabile. Qui ci facciamo un minimo di culutra sulla storia di quella che fino al 1947 (anno in cui è iniziata il periodo democratico) era la famiglia regnante in questa zona. Tutto il Rajasthan era dominato da maharaja indù (quindi “teoricamente” monogami ma dato che erano ricchi ne volevano più di una) mentre la maggior parte del resto dell’india era governata da re mogul quindi islamici. Vediamo la sala del consiglio, una collezione di abiti, tra cui quelli di un maharaja che si sentiva potente come un dio perché pesava 200kg (ogni mattina mangiava 500 uova e 5lt di latte e si dice che le sue concubine morissero dopo una notte con lui – non stento a crederlo!!).

Poi visitiamo il giardino delle misurazioni dove ci sono tutti gli strumenti di rilevazione astronomica dei pianeti dei segni zodiacali, due meridiane, orologi solari…tutti in dimensioni giganteschi che sembrano giochi di un parco giochi per adulti…non avevo mai visto un posto così!!

L’ultimo monumento è il Palazzo del Vento la cui facciata, naturalmente tutta rosa, ha 365 finestrelle (da qui il nome) per permettere alle donne della famiglia del maharaja di osservare le processioni nella strada principale senza essere viste.

Il resto della giornata lo passiamo gironzolando per i vicoli del centro in cui scopriamo spaccati di vita quotidiana a dir poco incredibili: i barbieri a cui basta solo una poltrona sul marciapiede e uno specchio legato al muro di un palazzo con il fil di ferro per svolgere il loro lavoro, un dentista che espone le sue dentiere su un banchetto raso terra in mezzo al mercato e opera lì su uno sgabellino traballante, le piccole botteghe dei sarti con le loro macchine da cucire di ferro, le donne che fanno braccialetti sedute a gambe incrociate sui marciapiedi con precisione millimetrica senza avere un canovaccio di disegno, gli uomini che lavano la loro biancheria nei pozzi, le canaline di scolo che corrono ai bordi della strada in cui scolano tutti i tubi di scarico delle case.

Curiosiamo nel mercato dei fiori, nel mercato dei vestiti da sposa e nel mercato delle spezie dove finalmente scopriamo come viene preparato il Chai Masala, la bevanda che bevono (e beviamo) da mattina a sera e che ci offrono in qualsiasi negozio mettiamo piede, ovvero un mix di the e 6 spezie (chiodi di garofano, pepe, zenzero, cannella, cardamomo e basilico)che viene bollito in acqua e latte.

Naturalmente mi faccio anche spiegare cosa sono tutte quelle cose si cui pullulano i banchetti di cibo il giro per le strade: samosa (triangolini ripieni di verdure speziate), kachori (pastella con ripieno di ceci) , patasi (pastella fritta mangiata con patate e crema agrodolce – snak sopratutto per le donne perché troppo poco piccanti per gli uomini), fini (dolci di pasta fatta in fili sottilissimi fritti e immersi nello sciroppo di zucchero), roti (pane non lievitato che abbiamo visto impastare sul marciapiede, cuocere su una piastra e incartare con vecchi giornali per essere venduto caldo per strada).

Concludiamo il nostro giro con un piacevole massaggio ayurvedico con olii essenziali. Questo tipo di trattamenti sono basati su una medicina naturale molto praticata qui.

Al tramonto si scatena la gara degli aquiloni: grandi e piccini salgono sui tetti e cercano la corrente migliore, il cielo si riempie di migliaia di colori, altri ragazzi corrono in strada con lunghi bastoni e, con il naso all’insù, vanno a caccia degli aquiloni che cadono…chi ha letto “Il cacciatore di aquiloni” può immaginarsi di che cosa sto parlando ma vederlo dal vero è uno spettacolo unico! Un bambino di 3/4 anni, poverissimo piange e guarda il papà con occhi imploranti: il papà vede un aquilone perdere quota vicino a loro, si alza e zoppica cercando di raggiungerlo. Il bambino inizia ad urlare eccitatissimo all’idea di avere il SUO aquilone. I ragazzi di strada velocissimi raggiungono l’aquilone caduto e lo rubano sotto gli occhi del padre che torna sconfitto verso il bimbo: non importa, papà ci ha provato per lui e appena arriva il bambino lo abbraccia fortissimo e con un meraviglioso sorriso torna a giocare felice con il suo pezzetto di aquilone distrutto. Mi si stringe il cuore, vorrei comprargli tutti gli aquiloni di Jaipur e mi rendo conto della bellezza di quei gesti semplici ma fatti con il cuore.

Agra

Giornata SPETTACOLARE…nel senso letterale del termine!! Anche se, a dirla tutta, inizare vedendo l’alba di fronte ad una delle 7 meraviglie del mondo è voler vincere facile! 😀

Prima dell’alba arriviamo davanti alle imponenti mura che circondano i giardini del Taj Mahal. I decori di marmo bianco e di pietre preziose iniziano a brillare ai primi raggi del sole rosso infuocato che sta sorgendo alle nostre spalle.

Varchiamo la Porta dei Re e ci troviamo improvvisamente immerse in una nebbia fittissima, come se avessimo superato il livello del videogioco e fossimo entrate in un mondo totalmente diverso…in più immaginate la delusione di sapere di essere davanti a questa meraviglia e non poterla vedere!! Ci fidiamo della nostra guida e ci lasciamo condurre nei giardini ascoltando la storia del palazzo.

Alla fine del racconto alziamo gli occhi ed ecco spuntare una cupola bianca, poi due, poi tre..la nebbia a poco a poco si solleva e ci mostra il Taj Mahal in tutto il suo splendore: rimaniamo senza fiato!!

Durante la visita la nostra bravissima guida Moien Khan ci rivela di essere figlio di un fotografo e di essere anche lui appassionato: con massima gioia di Ila scatta il photo book in tutte le posizioni possibili ed immaginabili con il palazzo di sfondo!!

La tappa successiva è la città fortificata di Fatehpur Sikri, costruita da un imperatore moghul come ringraziamento per la nascita di un erede maschio che tardava ad arrivare. Le mura in pietra rossa e marmo bianco racchiudono una piazza su cui si affacciano una moschea e un tempio votivo nel quale i fedeli di tutte le religioni chiedono grazia e buona sorte. Anche noi prendiamo parte all’usanza: ci copriamo il capo, compriamo alcune offerte di fiori e tessuti e, facendo 3 nodi su dei fili colorati, esprimiamo i 3 desideri che più ci stanno a cuore…dicono che bisogna tenerli segretissimi perché si avverino…ma se per caso succedesse sarete i primi a saperlo!! 🙂

Sulla strada ci fermiamo a comprare i dolci tipici di questa zona: i Petha sweets, delle zollette fatte con il winter melon (non credo esista una traduzione italiana comunque assomiglia ad un cetriolone gigante) candito e aromatizzato a vari gusti…definirli buoni è davvero troppo ma data l’insistenza indiana non possiamo fare altro che portarcene via una scatoletta!

Dopo pranzo andiamo a visitare Abahneri, una delle residenze estive dell’imperatore con al centro un pozzo profondissimo davvero singolare perche i muri sono coperti di piccole rampe di scale che creano un gioco geometrico bellissimo.

Finiamo la giornata con una breve passeggiata al tramonto in groppa ad un elefante. In questa zona infatti vengono allevati molti pachidermi che erano un tempo (neanche tanto tempo fa) utilizzati per il trasporto delle merci. Dopo essersi mangiato tutto il casco di banane che gli avevamo portato l’elefante ci ha portato a fare un giro intorno ad un laghetto. Non era la prima volta che salivo su questi giganti ma ammetto che fa sempre una certa impressione! 🙂

Finiamo la giornata con una cena a metà fra il comico e il tragico nel cortile di un hotel a forma di finto palazzo antico con tutte le lucine colorate che si muovevano, dei bracieri con dentro dei fuocherelli per scaldarci e un gruppo di 4 stonatissimi cantanti (che avrebbero dovuto cantare e ballare le loro musiche tradizionali) che appena ci hanno visto hanno intonato Fra Martino campanaro…eh no dai…non si possono sentire certe cose!!! :-O