Day 9 – Bhaktapur e molto altro!

Ultimo giorno con il meraviglioso gruppo con cui ho condiviso un grande pezzo di questo viaggio incredibile!

Ci viene a prendere la bravissima guida che mi ha accompagnato alla scoperta di Patan e Kathmandu il primo giorno al mio arrivo: Dipendra.

Oggi abbiamo un programma molto intenso.

Per prima cosa ci rechiamo a Bhaktapur, che dista circa 45 min in macchina da Kathmandu.

Bhaktapur è detta museo vivente…e appena entrati nella città vecchia, capiamo subito perché. In ogni stradina ci sono antiche case con finestre e balconi in legno, ad ogni angolo tempietti conservati molto bene, ci sono i vecchi bagni pubblici ancora tutti decorati in pietra e soprattutto ci sono ben 4 piazze centrali con importanti tempi e monumenti.

Due di queste piazze sono anche famose per l’artigianato prodotto: in una l’incisione del legno, nell’altra la terracotta.

A differenza di Kathmandu, qui è tutto più tranquillo e silenzioso, c’è meno traffico, meno inquinamento, più spazio per l’uomo…e passerei l’intera giornata ad osservare la gente che lavora e che passa.

Forse è il posto in assoluto più bello che abbia visto in Nepal…ne rimango affascinata.

Prima di ripartire facciamo una sosta ad una importante scuola di pittura buddista, la Lama Thanka Painting School.

Qui ci mostrano e ci raccontano l’arte dei Thanka, le pitture sacre buddiste. “Than” vuol dire cotone e “Ka” pigmento. Questa tradizione viene dal Tibet ed ha origini nel 7/8 secolo.

Ci sono 4 disegni principali per i Thanka:

1. Kaal sacra mandala – mandala della pace, disegnato per la prima volta dal Dalai Lama

2. Il mandala della meditazione- disegnato dal Buddha

3. Il cerchio della vita – anch’esso disegnato dal Buddha

4. Il ciclo della storia di vita del Buddha

Per fare ciascun dipinto, anche quelli grandi come un palmo, ci vogliono settimane…fino ad arrivare ad anni di lavoro per i formati più grandi. In questa scuola vendono i lavori fatti dagli allievi base (che già per me sono sovraumani) e dagli allievi senior del master.

Non possiamo non tornare a casa con uno di questi pezzi d’arte!

La seconda tappa è il Pashupatinath Temple. Questo luogo di altissima sacralità per gli induisti, è uno dei simboli del Nepal. Qui, oltre ad esserci questo importante tempio, hanno luogo la maggior parte delle cremazioni dell’area di Kathmandu e tutti quelli che hanno i mezzi per farlo cercano di far cremare qui i loro cari.

Il rito si svolge in due tempi: prima i riti pre-crematori sulla riva del fiume di fronte al tempio, poi un breve corte funebre porta la salma su una delle pire allestite al di qua del ponte, sempre lungo il fiume sacro Bagmati (il corrispettivo del Gange per i nepalesi).

Assistiamo ad alcuni riti stando a rispettosa distanza dall’altra parte del fiume. Dipendra ci racconta molte cose sui riti e sulla fede nella reincarnazione dell’induismo. Sono nozioni fondamentali per riuscire a capire cosa sta succedendo davanti ai nostri occhi: per esempio il rogo viene appiccato sulla bocca del defunto come primo punto perche questa è considerata la parte più impura del nostro corpo e quindi la prima che deve essere purificata per una buona reincarnazione.

Intorno a questo luogo si riuniscono bràmini che compiono diverse celebrazioni, come per esempio quelle delle ricorrenze della morte dei propri genitori. Questi bràmini (forse più per afflusso turistico che per credenza locale) fanno la lettura della mano e alcuni di noi decidono di cimentarsi in questa esperienza. Ci sono inoltre dei “santoni”, molto agghindati, con cui – naturalmente a pagamento – si può fare una foto, e questa invece non me lascio scappare come ricordo di questo luogo così particolare ed emotivamente intenso.

Terza tappa: Boudhanath Stupa. Questo è uno dei più grandi stupa esistenti. È immenso, al centro di una piazza rotonda che gli fa da cornice. È anch’esso uno dei simboli del Nepal (si riconosce dalle 4 paia di occhi disegnate sui quattro lati della parte più alta dello stupa) ed è da secoli particolarmente venerato dai buddisti tibetani perché era un punto di preghiera e di richiesta di protezione per il viaggio lungo la via della seta.

Mangiamo in un ristorante sul tetto di uno dei palazzi che circondano la piazza in modo da avere una bellissima vista sullo stupa.

Dopo ci spostiamo in cima ad un altro palazzo (qui si entra in delle porticine e si salgono decine di scalini e su ogni piano si scopre un commercio diverso) dove siamo accolti dai ragazzi del Natural Healing Center. Qui scopriamo (o meglio io ri-scopro) la magia delle singing (o healing) bowls, quelle ciotole che suonano quando le si tocca. Si possono utilizzare sia per meditare sia, quelle di dimensioni maggiori, per terapie curative. Si possono colpire con delle specie di martelli coperti di feltro (tipo gong) oppure far suonare sfregando un legnetto coperto di pelle scamosciata sul bordo. I due suoni che emetterà la ciotola sono molto diversi. Le ciotole sono costruite da una mescola di 7 metalli diversi e quelle più pregiate sono forgiate durante le notti di luna piena. Facciamo una dimostrazione completa: dal vedere come ribolle l’acqua posta dentro alla ciotola quando vibra ai suoni sentiti quando ci mettono la ciotola sulla testa e la suonano alla sensazione delle vibrazioni quando la ciotola che vibra viene passata sopra o vicino al corpo. Anche questa seconda dimostrazione (come quella ricevuta a Patan il primo giorno) mi colpisce molto e decido di fare un investimento e comprarmene una curativa (chissà che non riesca a sconfiggere una volta per tutte la malattia che mi trascino da quasi 2 anni)!

Da ultimo, visitiamo il Jamchen Lhakhang Monastery, monastero buddista legato allo stupa. All’interno c’è una gigantesca statua dorata del Buddha e una altrettanto gigantesca ruota della preghiera.

Quarta tappa: ci spostiamo al Swayambhu Temple anche conosciuto come Monkey Temple dato il grandissimo numero di scimmie che popolano questo complesso di templi, stupa e architetture votive.

Questo complesso sorge in cima ad una collina e ci arriviamo proprio all’ora del tramonto…magico: sopra di noi uno stormo di aquile (apparentemente in Nepal persino le aquile girano in stormi, mica come in Valle d’Aosta che se ne vedi una è già un miracolo!) e sullo sfondo le montagne che circondano Kathmandu.

Per concludere questa giornata senza farci mancare nessuna local experience, facciamo una cooking class per imparare a cucinare I Mo-Mo: mai più senza!

Day 8 – Back to Kathmandu

Oggi giornata di trasferimento e shopping, ma non per questo senza emozioni…o meglio: “local experiences”!

Lasciamo Chitwan verso le 8.30 per non beccare troppo traffico e il viaggio sembra andare molto liscio (forse troppo). Ci fermiamo a pranzo alle 11.30 (stiamo prendendo gli orari locali) felici del non traffico. Ripartiamo ma, ad 1h30 da Kathmandu, dopo qualche rumore sinistro e una gran puzza di frizione…la cinghia del cambio decide di lasciarci. Ci fermiamo a bordo strada in un piccolo paesino.

L’aiuto autista, alias factotum, ci fa capire (livello di inglese basso basso se non nullo) che non c’è problema e che fra 10 minuti ripartiremo. Lui e l’autista iniziano a smontare il pulmino (ci rendiamo conto che fra noi e la strada c’è solo un piccolo strato di lamiera) e si mettono a trafficare.

Noi ne approfittiamo per vagare per questo paesino assolutamente originale e non toccato in alcun modo dai turisti, nonché molto povero.

Osserviamo le attività quotidiane dei bottegai: il sarto, il barbiere, l’elettricista, l’ortofrutta…tutto si svolge in delle specie di negozietti senza porta che si affacciano direttamente sulla strada.

Noi guardiamo loro ma loro sono altrettanto attratti da noi e ci guardano con occhioni curiosi o con un po’ di imbarazzo.

Dopo sooooolo 40 minuti (e al terzo tentativo) il cambio è come nuovo e ripartiamo per Kathmandu! L’abilità di queste persone a tirarsi fuori da qualsiasi situazione con le loro mani è qualcosa che noi occidentali abbiamo totalmente perso e che mi lascia sempre affascinata.

A Kathmandu ci prendiamo un paio d’ore per qualche acquisto di souvenir e regali. Naturalmente come prima cosa mi butto alla ricerca di un po’ di spezie da portare a casa: compro del curry, del sale homalayano, dei peperoncini nepalesi, del cumino, delle spezie per fare i momo (i ravioli che abbiamo mangiato tutti questi giorni, …

Poi cerco un po’ di abbigliamento tecnico sportivo. Dopo numerose ricerche, giungo alle seguenti conclusioni: i negozietti di Thamel vendono tutti prodotti molto simili, al 100% prodotti contraffatti, fabbricati in Cina o in Nepal, di cui non sono in grado di giudicare la qualità ma non sembra molto alta. Inoltre, il taglio dei prodotti (il fit) è quello asiatico quindi per esempio per me i pantaloni sono tutti troppi corti e troppo larghi! I prodotti originali sono venduti direttamente dai negozi monomarca (NorthFace, Marmot, Sherpa,…) che si trovano poco lontano ma che hanno prezzi solo circa 5/10% inferiori a ciò che troviamo in Europa. Non sono convinta e rinuncio a questa parte di acquisti.

Continuo i miei acquisti con dell’altro miele locale: amo il miele e ho letto da diverse fonti che il Nepal sta lavorando per sviluppare questo prodotto in quanto può essere un’ottima fonte di sostentamento per le famiglie, ha un grosso mercato potenziale in India e Cina e soprattutto potrebbe diventare un elemento di vitale importanza per l’equilibrio ambientale e climatico.

Compro qualche pashmina da regalare e dei quadernini fatti di carta riciclata e stampata a mano con delle tecniche tradizionali.

Non compro nessuna singing bowl…domani capirete perché!

La serata finisce con un attentato alla mia incolumità (sotto il phon che mi ha dato l’hotel per asciugarmi i capelli) e la nostra cena di addio (anzi sicuramente di arrivederci!) accompagnata da suonatori che suonano musiche tradizionali.

Per non farci mancare alcuna “local experience” andiamo a ballare nella discoteca più cool di Kathmandu, la 52esima (lo pubblicizzavano come se fossero la seconda!) discoteca più bella del mondo. La cosa più divertente è stata osservare le differenze delle dinamiche sociali rispetto alle nostre discoteche: uomini e donne hanno passato la serata a farsi video con noi (siamo sicuramente diventati delle star dei social nepalesi!), c’era gente di tutte le età (dai 18 ai 60 anni), vestiti in ogni modo (da vestiti di paillette con spacchi vertiginosi e tacchi a gente in felpa a uno che ballava con giubbotto, cappello e guanti da sci!!), sul mega schermo del DJ – oltre a delle grafiche fighe – passano messaggi di auguri per chi compie gli anni o festeggia un fidanzamento (con tanto di foto), si beve e si fuma al bancone del bar (ma c’è un sistema di aerazione talmente potente che non si sente quasi l’odore delle sigarette per fortuna) poi si torna a ballare, appena qualcuno fa qualcosa di sbagliato o si fa troppo pressante, viene puntato da un laser verde e redarguito dai buttafuori che sono in tutta la sala, appena qualcuno rovescia qualche goccia del cocktail arriva di corsa una signora con un moccio vileda e lava il pavimento facendosi largo fra la gente che balla.

E anche questa local experience ce la siamo portati a casa!

Day 7 – Chitwan

Sveglia all’alba (anzi ben prima: 5.30) e partenza. Anche oggi abbiamo un lungo trasferimento davanti a noi. Destinazione: parco nazionale di Chitwan.

Sembra che stiano costruendo tutte le strade del Nepal proprio sotto i nostri piedi…e non parlo dell’asfalto ma proprio del percorso della strada attraverso le montagne e sopra i fiumi. Oggi per ben 2 volte abbiamo dovuto spegnere il pulmino e aspettare che la scavatrice spostasse la montagna di sassi e terra che avevano depositato in mezzo alla carreggiata unica per costruire la seconda carreggiata. Quando si riparte, c’è la guerra al più veloce e al più piccolo che si infila fra due grossi camion o autobus. Il senso di marcia è una convenzione assolutamente teorica in questo paese: si usa quella più vuota. E se arriva qualcuno nel senso opposto?! Entrambi inchiodano e si aspetta che il flusso nel senso di marcia “giusto” lasci uno spazio all’”abusivo” di rientrare in carreggiata. Di solito, in questa frazione di tempo, qualche macchina piccola o moto approfitta e si butta in mezzo sfruttando il rallentamento dei mezzi più grossi creando giganteschi ingorghi che però si risolvono con qualche colpo di clacson e relativamente velocemente.

Dopo 5h30 di sballottamenti (e raschiate della marmitta su sassi e dossi) arriviamo in un’oasi di pace: un lodge ai margini del parco nazionale di Chitwan.

Dopo pranzo riesco a godermi mezz’ora di lettura al sole (prime pagine da quando ho messo piede in Nepal).

Partiamo poi per il safari in jeep. L’ambiente è molto diverso da quello dei Safari che ho fatto in Africa. La vegetazione è molto fitta, l’erba molto molto alta e offre un perfetto riparo agli animali, rendendo molto difficoltoso l’avvistamento. Inoltre fa freddo e questo fa venire poca voglia agli animali di muoversi anche solo per abbeverarsi (quanto li capisco ora!!).

Nonostante questo, riusciamo a vedere diversi rinoceronti, elefanti e coccodrilli, tantissimi cerbiatti e cervi, qualche scimmia e centinaia di specie diverse di uccelli.

Prima di cena, andiamo al centro della cultura Tharu, nella cittadina di Saurah, dove vediamo uno spettacolo di danze tradizionali della tribù locale. Alla fine dello spettacolo i danzatori ci invitano ad unirci a loro per un ballo finale tutti insieme.

Andando verso il ristorante mi fermo a comprare un miele molto speciale: è stato raccolto a mano da favi appesi a pareti verticali della montagna. La tecnica prevede che il raccoglitore stia aggrappato con i piedi ad una scala di liane appesa nel vuoto: una tecnica estremamente rischiosa ed a rischio di estinzione ma di grande tradizione (il National Geographic ne ha parlato qui).

A cena provo l’ultimo piatto nazionale nepalese che non avevo ancora provato: il Newari Khaja, il piatto dei festival e delle celebrazioni.

Day 6 – Annapurna e Pokhara

Dopo una notte gelata ma che più gelata non si può (non riuscivo neanche a prendere sonno da tanto ero congelata) finalmente (!) suona la sveglia (alle 5.30) per vedere l’alba…ma l’alba è in ritardo (o Google e i locali si sbagliano entrambi)…rimandiamo la sveglia un po’ di volte finché alle 6.30 inizia a fare chiaro. Sentiamo un grido, ci precipitiamo fuori…si vede l’Annapurna!!

Dopo pochi minuti appare il primo raggio di sole che illumina la cima e rapidamente la luce scende e bagna di rosa il nostro 8000!

È un’emozione fortissima dopo la lunga e agognata attesa!!

Ci godiamo il momento con una tazza di hot water and lemon (diventato un grande classico della vacanza) in mano per scaldarci.

Iniziamo la discesa che ci riporterà a Birethanti. Naturalmente ci aspetta una lunghissima serie di rampe di scalini…ma non solo: quasi alla fine del percorso a piedi, troviamo un lunghissimo ponte tibetano di 287 metri da attraversare!

Anche al ritorno attraversiamo gruppetti di case con Tea shops e guest houses. In alta stagione questo posto deve essere davvero affollato. Mi ritengo molto fortunata (e dopo il freddo di stanotte capisco perché!) ad essere venuta in un momento di bassa stagione per le grandi scalate.

Questo momento di maggiore tranquillità ci permette anche di goderci la bellezza di tanti gesti quotidiani degli abitanti di questi monti.

Dopo il ponte tibetano l’adrenalina non fa in tempo a scendere che si riparte con un viaggio in jeep su una strada a dire poco dissestata per cui fatichiamo a stare incollati ai sedili. Il viaggio in jeep dura la bellezza di 1h30…ma scrolloni a parte, almeno c’è un bel tepore.

Arrivati a Birethanti riprendiamo il nostro pulmino e torniamo a Pokhara.

Qui andiamo a vedere lo Shanti Stupa, ovvero il World Peace stupa. Dopo altri 10 minuti di scale (è il leit motiv del viaggio) arriviamo in cima. Purtroppo è tornata un po’ di foschia se no ci sarebbe una vista stupenda sulle montagne, ma vediamo il bel lago di Pokhara e la città dall’alto.

Scopriamo in questo momento che la guida che ci ha accompagnato in questi giorni è un monaco buddista quindi ci guida nel fare i giri di preghiera intorno allo stupa e ci chiede una intenzione per la pace da pregare tutti insieme.

Dopo un pranzo a base di momo (i tipici ravioli al vapore), ci coccoliamo con un massaggio Ayurveda, una lunga doccia bollente e un giretto per Pokhara prima di cena.

Day 5 – da Ghandruk a Chhomrong

La notte a 0 gradi senza riscaldamento e con acqua ghiacciata è impegnativa però abbiamo fatto una bellissima serata di capodanno con giochi e balli di gruppo (quando i nepalesi ci vedevano il controllo della cassa) che ci ha riscaldato e fatto iniziare bene l’anno!

Ci mettiamo in cammino. La tappa di oggi ci porta da Ghandruk a Chhomrong passando per Kimrong Khola per il pranzo.

Attraversiamo paesini montani, terrazzamenti coltivati, ponti tibetani, facciamo qualche pausa presso gli stupa a cui sono appese le bandierine buddhiste…ma soprattutto saliamo il corrispettivo di 176 piani di scale!

Unica nota negativa, il meteo non ci sta aiutando: c’è nebbia fitta, scura e bassa che ci nasconde la vista della mitica Annapurna! Speriamo di vederla domani, ultima chance!

Day 4 – inizia il trekking verso l’Annapurna

Ci svegliamo e partiamo subito da Pokhara (spero avremo il tempo di vederla meglio sulla via del ritorno).

Dopo 1h30 di pullmino – e tantissime buche – arriviamo a Birethanti, da dove parte il nostro trek verso l’Annapurna.

Dopo una prima oretta di strada sterrata, inizia una lunga, lunghissima, infinita scala fatta a mano con delle grandi pietre e naturalmente con tutti gli scalini di altezze diverse.

Intorno ci sono colline con terrazzamenti coltivati e covoni di paglia. Gli asini ci sorpassano trotterellando sul sentiero carichi di sacchi di riso per i villaggi a monte. Caprette, mucche, yak e cani puntellano il paesaggio e si muovono in cerca di cibo.

Saliamo scalini per quasi 1 ora…evviva la presciistica!

Arriviamo in un villaggetto – Syauli Bazar – dove ci fermiamo ad un ristorantino per pranzo. Ci danno la solita cosa da mangiare – riso, dal di lenticchie, foglie di senape bollite e curry di verdure…ma sarà la fame o l’altitudine ma è forse il più buono che abbiamo mangiato finora!

Ripartiamo e sembra che il sentiero salga più dolcemente, ma è solo un’illusione! Dopo poco riparte la scala di pietra che ci porta fino a Ghandruk, un paesino a 2000mt dove dormiremo.

In alta stagione questo posto deve essere gremito di trekkers a giudicare dal numero di guesthouse che ci sono.

Arriviamo alla nostra, è molto carino anche se, come previsto, non c’è riscaldamento ne acqua calda. La doccia ghiacciata è una prova!

Prima del tramonto facciamo un giretto del paesino, visitiamo il museo della cultura locale Gurung e la pagoda buddista, guidati dalla nostra guida.

Stasera è capodanno quindi, dopo essermi messa tutti gli strati che mi sono portata (e ho ancora freddo!), facciamo una bella cena e poi canti e balli intorno al fuoco!

Day 3 – verso Pokhara

Alle 7 lasciamo Kathmandu con un pullmino, direzione Pokhara, alle pendici dell’Anapurna. Da qui partirà il nostro trekking.

Il viaggio sarà lungo…molto lungo…e decidiamo di fermarci a metà per un’attività spezza-viaggio.

Dopo 4 ore di strada, arriviamo sul fiume Trishuli, dove ci fermiamo per fare rafting. Fa un freddo boia e l’idea di mettersi in costume e cerata non è delle più rosee. Superato l’impatto iniziale, la discesa è molto piacevole…il fiume è largo, circondato da colline ricoperte di vegetazione da giungla. Sopra le nostre teste ogni tanto passano piccoli ponti tibetani sospesi che collegano micro paesini alla sponda dove passa la strada principale.

Lungo il fiume ci sono degli scoli dell’acqua dove le donne si lavano e lavano i panni (senza sapone a giudicare dall’assenza di schiuma nell’acqua di scolo che si riversa nel fiume).

Dopo 2 ore di discesa e numerose rapide che ci hanno coperto d’acqua, arriviamo in un ristorante dove ci rifocilliamo con il – ormai solito – pasto tipico: riso, curry, dhal, verdure marinate e salsine piccanti!

Ripartiamo e il percorso diventa un’avventura. La strada è un unico immenso cantiere. La strada è talmente dissestata che mi sveglio dopo essermi appisolata un momento perché sembra che il pulmino ondeggia come una barca all’ancora con l’onda di traverso! In più punti ci dobbiamo fermare, spegnere il motore e aspettare che la colonna di pulmini davanti a noi sfili a senso alternato.

Ad un certo punto la strada è bloccata e siamo costretti a prendere una deviazione, chiaramente troppo stretta e con buche troppo profonde per il nostro mezzo quindi ci dobbiamo fermare e riempire di pietre i buchi per passarci sopra. Per fortuna ad ogni fermata gruppi di uomini locali accorrono per aiutarci.

Da questo punto di vista ho trovato i nepalesi estremamente disponibili e gentili, sempre pronti ad aiutarti. C’è sicuramente grande rispetto per gli stranieri ma ho l’impressione che lo stesso atteggiamento ci sia anche fra concittadini.

Arriviamo a Pokhara. La cittadina sembra carinissima e molto a misura d’uomo. Domani si inizia il trekking!

Day 2 – Kathmandu

Per la prima volta soffro il fuso…sto decisamente invecchiando! Dopo 20 min di lotta interna mi tiro giù dal letto e mi preparo a riaffrontare i rumori e la polvere della città!

Come prima cosa mi dirigo di nuovo verso Durbar square per vedere la Kumari, la dea vivente.

Per arrivarci a piedi attraverso il quartiere di Thamel, molto turistico (anche se di turisti ne girano pochi in questo momento), e poi proseguo lungo Gangalal Marg, che mi conquista con una successione di immagini autentiche della vita di questa città.

Le tre cose che mi colpiscono sono:

1. non c’è distinzione di spazi fra pedoni, biciclette, motorini e macchine. Si mescolano tutti e nessuno si ferma mai, incrociandosi come le maglie di una rete in modo (quasi) perfetto e (quasi…molto quasi) senza scontri.

2. I tempietti religiosi sorgono ovunque, anche nei posti più improbabili e ci sono statue votive anche nei canali di scolo dei marciapiedi dove corrono i topi (povere divinità…)

3. La città, e soprattutto le attività commerciali, si sviluppano in verticale. Infatti la maggior parte dei negozi/bar/attività che cercate, non sono al livello della strada bensì o all’interno o al di sopra di quello che vedete affacciato sulla strada. Ieri sera, per trovare il caffè dove volevo andare, ci sono dovuta passare davanti 3 volte fino a notare un cartello con una freccia che mi portava al piano di sopra!

Mi fermo solo per brevi istanti perché voglio arrivare in tempo al Kumari Chen – il palazzo della Kumari – per vederla affacciarsi alla finestra.

La dea vivente è una bambina, in età prepuberale, scelta nella casta Newari degli Shakya, che sono buddisti. La bambina scelta intorno ai 3 anni di vita, deve avere 32 lakshina, perfezioni fisiche, deve superare una serie di prove e deve combaciare astrologicamente prima con il re, ora con il primo ministro.

Vive reclusa nel palazzo senza mai uscire fino a quando non avrà le prime mestruazioni e perderà quindi i suoi poteri divini. A quel punto ritornerà nel mondo dei mortali (dicono, ed è facile immaginare, con grandissime fatiche!)

Entro nel primo cortile del palazzo dove altri turisti già stanno aspettando. Dopo poco ci chiedono di mettere via cellulari e macchine fotografiche (è vietato fotografarla) e la Kumari si affaccia alla finestra centrale del cortile. È vestita con un saari rosso, ha gli occhi molto truccati con il kajal e un copricapo che si appoggia su una crocchia di capelli.

Ha lo sguardo molto serio, quasi severo; non sorride mai e non guarda nessuno negli occhi. Sta affacciata un paio di minuti poi sbuffa e si allontana dalla finestra scomparendo.

Da Durbar square mi dirigo verso l’Asan Bazar, il mercato della città, da sempre uno dei miei posti preferiti da visitare in ogni città in cui vado.

Più che su amovibili bancarelle, questo mercato si sviluppa attraverso microscopiche botteghe lungo 6 strade che si uniscono a raggiera in Asan Square. Ci sono anche tanti venditori di frutta che portano in giro la merce in ceste legate alle loro biciclette.

Proseguendo arrivo al Garden of Dreams, un rigoglioso giardino, piccola oasi di tranquillità, nascosto dietro ad un alto muro che lo isola anche dal rumore e dalla polvere della città. Essendo inverno non ci sono molti fiori ma immagino che in primavera sia una meraviglia.

Poco lontano si trova il palazzo reale di Narayanhiti, reso tristemente celebre dal massacro della famiglia reale del Nepal nel 2001, ancora oggi coperto da un velo di mistero.

Dalla nascita della democrazia il palazzo è diventato un museo pubblico in cui si possono vedere le stanze usate dagli ultimi monarchi con alcuni oggetti della loro quotidianità.

Visito il museo (sembra una grande casa aristocratica anni 70) e la cosa più interessante è che gli altri visitatori sono tutti nepalesi, che guardano a bocca aperta tutte le ricchezze di quelli che fino a poco tempo fa erano i loro regnanti. Ci sono anche 3 scolaresche in visita di classe. Il professore si sofferma sui segni dei proiettili che hanno ucciso la famiglia reale, per insegnare e ricordare la storia recente.

A pranzo provo un altro piatto tibetano: Thukpa, una zuppa di noodles e verdure. Anche qui l’aglio si spreca, ma a parte questo molto buona e rigenerante.

Conosco quelli che per i prossimi giorni saranno i miei compagni di viaggio e come prima cosa andiamo a fare una classe di yoga con un yogi locale che ci fa praticare e poi ci guida in una corta meditazione. Sicuramente molto benefica per togliere le tensioni dell’aereo che si fanno ancora sentire (confermo ulteriore segno di invecchiamento!).

Nel tardo pomeriggio facciamo il briefing iniziale di viaggio e poi pronti per la cena tradizionale nepalese di benvenuto.

On the road again…

Dopo quasi 3 anni di stop forzato…si torna a viaggiare! La sveglia alle 5 non si fa neanche sentire tale è la felicità di rimettere lo zaino in spalla!

Destinazione: NEPAL! Con un comodo volo Qatar Airways con scalo a Doha, arrivo a Kathmandu in poco più di 11 ore.

La giornata inizia alle 9 del mattino, nel cuore della notte italiana (la sveglia è stata impegnativa!).

Per conoscere questo nuovo paese ho deciso di iniziare il mio viaggio affidandomi ad una guida locale, Dipendra, che mi accompagna a scoprire Patan e Kathmandu.

Saliamo sulla sua moto e ci addentriamo nel folle traffico mattutino. Dopo qualche metro, tiro fuori la mia mascherina FFP2 – che pensavo di usare per proteggermi dal covid – e la indosso per proteggermi, almeno un poco, da polvere e smog!

La prima tappa è la città reale di Patan. Fra Kathmandu e Patan, l’urbanizzazione si è estesa così tanto che non si capisce dove finisca una e dove incominci l’altra.

I punti di interesse turistico di Patan si concentrano tutti intorno all’area della piazza principale, il Durbar (che vuol dire palazzo). In questa piazza infatti si trova il vecchio palazzo reale, circondato da templi, principalmente induisti, in cui i reali andavano a pregare e ancora oggi molto venerati.

Quasi tutti i templi hanno la tipica forma della pagoda nepalese con tetto squadrato e più livelli sovrapposti. Ognuno è dedicato ad una diversa divinità o ad una diversa incarnazione delle 3 principali divinità: Brahmā (il creatore), Visnù (il preservatore) e Śiva (il distruttore).

All’interno del palazzo reale c’è una mostra molto interessante che spiega come riconoscere l’iconografia delle statue induiste e buddiste, fondamentalmente se si vuole capire qualcosa di quello che si sta guardando.

Dipendra mi racconta la storia di questo paese, un insieme di piccoli regni monarchici, uniti da un re dell’etnia Gurkha che ha conquistato uno a uno i piccoli regni e nel 1768 ha formato per la prima volta il Nepal unito.

La monarchia è rimasta al governo fino al 2007 quindi è un tema ancora molto sentito dalla popolazione.

Dopo la visita della Durbar square di Patan con tutti i suoi monumenti, Dipendra mi porta a scoprire la produzione di un oggetto molto particolare: la ciotola tibetana da meditazione. Un ragazzo mi fa la dimostrazione delle onde generate dal metallo di queste ciotole (anzi dal mix di 7 metalli usati per costruirle) quando vengono colpite, sia vuote (avvicinando la mano si sentono delle vibrazioni fortissime) sia piene d’acqua (l’acqua ribolle come se stesse per uscire tutta dalla ciotola con un semplice tocco). Mi dispiace non aver fatto un video di quanto ho visto perché ero davvero stupita. Stavo per acquistare una di queste ciotole ma i $250 di costo mi hanno fatto tentennare.

Torniamo a Kathmandu, dove Dipendra mi porta a mangiare un piatto tipico tibetano, molto comune qui, il momo. Momo sono dei ravioli cotti al vapore ripieni di carne o verdure (molto comuni quelli di bufalo che ho provato). Mi è arrivata una ciotola con 10 ravioli dentro che Dipendra ha annegato in una specie di zuppa fredda verde che era a disposizione sui tavolini, molto fresca e limonosa. Ottima combinazione!

Dopo pranzo visitiamo il Durbar di Kathmandu. Anche qui, come a Patan, c’è il palazzo reale ed intorno tantissimi templi. La particolarità del palazzo reale è che per metà è in stile tradizionale nepalese, per metà il stile coloniale inglese.

Tanti monumenti anche qui sono ancora in ricostruzione dopo la devastazione del terremoto del 2015 che ha fatto gravissimi danni.

Torno verso l’hotel e girovago nel quartiere di Thamel, il quartiere turistico, hyppie e dei trekkers della città. Le stradine sono una successione di mini negozi che vendono articoli da montagna (zaini e abbigliamento principalmente), di grandi marche ma spesso contraffatti. Le strade sono strette e anche qui i clacson dei motorini è un suono di fondo che non si spegne mai.

Concludo la mia cena con il piatto tipico nepalese, il Dal Bath, un piatto rotondo in cui ci sono tanti ingredienti da mescolare insieme. I due principali ingredienti sono il dal (una zuppa di lenticchie speziata) e l’accompagnamento di riso o di dhindo (una specie di polenta di grano saraceno). Inoltre ci sono un curry (di carne o verdura), dei pickles, una salsa piccante e qualche altra verdura. Quando il cameriere mi ha portato il piatto mi ha detto che potevo mangiarlo con le mani. Dopo qualche boccone con la forchetta, in altri due si sono avvicinati e con molta delicatezza mi hanno detto che queste cose si DEVONO mangiare con le mani. Ho ceduto al senso della pulizia e…via di mani!