Day 6 – Nurata e Aydarkul

La giornata inizia con una tempesta di vento…e di conseguenza di sabbia. Anche senza tutto questo vento, la quantità di terra che c’è nell’aria è così tanta che basta appoggiare il telefono sul tavolo 10 min per ritrovarlo coperto da uno stratino di sabbia gialla. Io non ho mai avuto così tanta allergia alla polvera nella mia vita, passo le giornate a starnutire e a sfregarmi gli occhi!

Partiamo subito con un pulmino, direzione Nurata. Dopo 3 orette arriviamo in un luogo particolare: il complesso della sorgente di Chashma, che si dice sia sgorgata dove il genero del profeta Maometto piantò il suo bastone nella terra. Il complesso consiste di una moschea, un mausoleo e qualche altra costruzione religiosa costruiti intorno ad un fiumiciattolo, pieno di trote sacre, da cui i fedeli attingono l’acqua sacra che si portano via in piccole taniche.

Sulla collinetta subito dietro si possono vedere i resti di una fortezza di Alessandro Magno, costruita intorno al 300 A.C. per difendere Nurata dai nomadi della steppa che provenivano da nord: bisogna saperlo perché non c’è nessun cartello né si coglierebbe l’importanza storica del luogo ad occhio nudo. Dall’alto c’è però una migliore vista sul complesso della fonte e sullo sfondo si vedono i monti Nuratau, alti poco più di 2.000mt.

Nel complesso sacro siamo quasi gli unici turisti stranieri ma questo pullula di turisti locali, che, come sempre, ci guardano straniti ed incuriositi. Incontri ravvicinati del terzo tipo prima di ripartire con i bagni, gremiti di donne, alcune sulle turche, come sempre con le porte aperte, altre che si lavano i piedi come parte delle abluzioni preparatorie alla preghiera e poi riappoggiano i piedi sul pavimento sudicio e melmoso. Ho anche visto una mamma raccogliere da quel pavimento una corona di taralli caduti al bambino e ridarglieli da mangiare: un’esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno!

Ripartiamo e viaggiamo per un’oretta in mezzo ad un deserto di sabbia e arbusti su una strada lunga lunga e diritta, direzione lago di Aydarkul, un bacino artificiale creato nel 1969. Non lontano dal lago, sorgono alcuni campi di Yurte, le tradizionali tende kazake rivestite di pelle di cammello, che saranno le nostre case per stasera. Il nostro campo, Quizilocum Safari Yurt Camp, è composto da una ventina di tende bianche, poste in cerchio intorno ad un falò centrale.

Dopo pranzo, facciamo una gitarella al lago. Dall’alto sembra quasi mare, ha un colore scuro, la superficie è leggermente increspata dal vento. Trascorriamo qualche ora sulla spiaggia, leggendo e passeggiando. Qualcuno mette le gambe nell’acqua ma nessuno osa tuffarsi…troppo freddo! Il panorama è molto piacevole ma purtroppo la zona è infestata da moscerini che, appena cala un pochino il vento, ci ricoprono la faccia ed il corpo. La spiaggia è anche piena di scarabei giganti!

Rientriamo al Camp e riusciamo a goderci un bel tramonto dall’alto di una duna. La cena è tradizionale: una serie di antipasti di verdura cruda (diverse insalate di barbabietole, cavoli, pomodori, …), a seguire una zuppa, con riso, patate, carne ed infine uno stufato di patate e carne. Ormai dopo qualche giorno mi sento di poter riassumere la cucina Uzbeka così: variazioni sul tema di 5 elementi principali ovvero carne, patate, cipolle, carote, pane. Per fortuna la versatilità di questi elementi ha favorito la creatività nelle diverse regioni e quindi i piatti variano abbastanza da posto a posto, soprattutto i diversi modi di preparare il pane, di cui stiamo stilando una classifica.

Dopo cena ci aspetta un bel fuoco con un cantore Uzbeko che si accompagna con una specie di mandolino e suona musiche tradizionali. Quando finisce rimaniamo intorno al fuoco e intoniamo Vecchioni…”Ridere ridere ridere ancora…non è poi così lontana Samarcanda…” – domani coroneremo il sogno di vedere questo posto leggendario.

Day 5 – Bukhara

Bukhara è una cittadina di 2.500 anni in cui oggi vivono circa 300.000 persone.

La parola Bukhara vuol dire tempio e questo deriva dal fatto che inizialmente era un centro buddhista e zoroastrista; solo dal 9 secolo è diventata un importante centro islamico nel quale, grazie alle sue madrase (scuole coraniche) e alle sue biblioteche, si sviluppò un’intensa attività culturale che diede, tra l’altro, i natali a grandi poeti. A partire dal 14 secolo, la città fiorì grazie al commercio della via della seta, con i suoi caravanserragli in cui si vendevano prodotti di ogni tipo provenienti da ogni angolo dell’Asia e non solo.

Nel 1920, l’arrivo del socialismo, interruppe tutte queste attività, sia religiose che culturali che commerciali e fino alla sua caduta, nel 1991, Bukhara, come del resto tutto il paese, attraversò un momento di stallo.

Iniziamo la nostra visita da Piazza Lyabi Khause, che vuol dire vicino al laghetto. Ancora oggi in mezzo a questa piazza c’è un bacino d’acqua. Tutto intorno si sono conservati diversi edifici storici: in primis alcune madrase, dalla tipica struttura a 4 gallerie e 2 piani, quello inferiore per studiare e quello superiore per dormire.

Poi vediamo un’altra struttura che era un dormitorio per i sufi, i mussulmani asceti, i saggi, anche chiamati “quelli della panchina” dove i compagni del Profeta erano soliti dispensare parole di saggezza e benedizioni agli imprenditori di Medina.

Qui veniamo avvicinati da un grande gruppo di turisti Uzbeki (qui troviamo molto turismo nazionale) che, come capita molto spesso, ci chiede di fare foto con loro.

Visitiamo poi quelli che erano alcuni dei più importanti caravanserai: questi erano i luoghi dove risiedevano i commercianti in visita – caravanserai vuol dire infatti palazzo dei commercianti – ed erano organizzati per regione di provenienza: Cina, India, …Sono dei cortili con al centro uno spazio ribassato dove avveniva il commercio e una parte più rialzata dove si trovavano le stalle e dove alloggiavano i mercanti.

Quando, nel 16 secolo, Bukhara è diventata la capitale del commercio, sono stati costruiti anche numerosi trading domes, delle strutture commerciali, con una cupola centrale da cui partivano diverse gallerie. Ogni dome aveva la sua funzione: uno per il cambio, un altro per il commercio dei gioielli,… Oggi ne rimangono in piedi 4.

Visitiamo poi la Moschea Maghoki-Attar prima tempio dei zoroastristi, poi trasformata in moschea dove ebrei e mussulmani pregano insieme. Sulla bellissima facciata si trovano ancora alcuni simboli del zoroastrismo, come il triangolo che simboleggia la triade di buoni pensieri, buone azioni e buone parole…insomma l’impossibile!

Il più grande trading dome era quello per le donne dove tutti i commercianti e le clienti erano donne (nel resto delle strutture commerciali esse infatti non erano ammesse e anche qui potevano accedere solo tutte coperte con una rete di crine di cavallo a mascherare il viso); quando volevano provarsi degli abiti, le porte del dome venivano chiuse.

Arriviamo in una piazza con 2 Madrase che si guardano. La prima, Madrasa Ulugh Beg, risale al 15 secolo, la seconda, la Madrasa Abdoullaziz Khan, del 17esimo, è stata costruita in grande sfarzo per superare in bellezza la sua dirimpettaia, per finire però decorata solo per metà perché erano finiti i fondi! Entrambe le facciate sono decorate con mosaici dei colori caratteristici dell’Islam: bianco, blu, giallo e verde che rappresentano i colori della natura.

A Bukhara erano famosi per la produzione di lame e coltelli ma soprattutto di spade quindi visitiamo un laboratorio che li produce ancora oggi da generazioni.

Nei complessi delle madrase c’erano solitamente 3 edifici: la scuola, la moschea con il suo minareto ed un mausoleo. È proprio questa la struttura di Khalon, con il suo minareto, il più alto della città, la sua grande moschea e l’unica madrasa ancora attiva della città, in cui è conservato il mausoleo del suo committente.

Il minareto risale al 12esimo secolo. La prima funzione dei minareti era naturalmente quella di chiamare le persone alla preghiera ma questi fungevano anche da torre di avvistamento e, in terzo luogo, come faro per indicare ai viaggiatori nel deserto la strada verso Bukhara.

Ma come mai questo minareto è giunto fino a noi, a differenza di quasi tutto il resto che è stato distrutto? La legenda racconta che quando Gengis Khan è arrivato qui, ha dovuto alzare così tanto la testa per vedere la cima che gli è caduto il cappello. Per raccoglierlo si è dovuto chinare e rialzandosi si è accorto che il minareto l’aveva così fatto inchinare a lui e per rispetto non l’ha distrutto.

Andiamo poi a visitare la cittadella fortificata, costruita per la prima volta nel 4 A.C. ma crollata o distrutta molte volte, naturalmente una delle quali è quando è arrivato Gengis Khan nel 13 esimo secolo che l’ha bruciata. Dal 14 secolo è diventata residenza dei sovrani ma nel 1920 è stata bombardata distruggendone la gran parte.

Nonostante ciò, un 20% degli edifici all’interno delle mura è rimasto integro e si può visitare: una piccola moschea, la sala del trono, le stalle, la piazza in cui i questuanti potevano rivolgere richieste al sovrano – per mezzo dei suoi servitori – ed il balcone da cui il sovrano si affacciava per assistere alle esecuzioni che avvenivano nella piazza antistante le mura della cittadella. Dall’alto della cittadella c’è anche una bella vista sul complesso di Khalon.

Gli ultimi 3 monumenti che visitiamo sono nella parte nuova di Bukhara: Boloi Hobuz – la moschea più alta della città in cui l’emiro veniva a pregare il venerdì per stare in mezzo alla gente comune – il mausoleo Chashmai Ayub – in memoria del profeta che aveva fatto uscire l’acqua dalla terra – ed il mausoleo di Ismoil Samony – una bellissima piccola costruzione in pietra che era stata sotterrata nella sabbia per non essere distrutta da Gengis Khan, piena di simboli zoroastristi e con mattoni esterni dipinti con rosso e bianco d’uovo per decorarli.

Finiamo il nostro tour al grande bazar della città moderna. Facciamo scorta di frutta secca di ogni tipo per il deserto di domani.

Dopo un giretto di shopping (in cui per poco non mi portavo a casa un tappeto di 2mtX3mt che sarebbe stato di comodo imbarco in aereo!) ci godiamo un hammam in uno dei due bagni storici della città. Rispetto agli hammam che ho visitato fino ad oggi, in cui mi hanno strigliata con sapone di Aleppo e guanto di crine, questo è una delicata coccola (decisamente turistica) ma sicuramente un momento di piacevole relax alla fine di un buon numero di kilometri a piedi!

Day 4 – da Khiva a Bukhara

Stamattina riprendiamo il treno in direzione di Bukhara. Il treno è lo stesso del treno notturno con le cuccette. Il viaggio dura 7 ore. Sono in scompartimento con una signora, un nonno e un ragazzo giovane. Il ragazzo si sdraia sopra di me a dormire e non lo vediamo più fino all’arrivo. La signora mi vede palesemente deperita e mi nutre con grande insistenza per tutto il viaggio con Samsa, biscotti, cioccolatini…Il resto del tempo prega con il corano sulle gambe.

Il nonno è tenerissimo…mi sorride e prova a parlarmi in Uzbeko, gli dico che non capisco; tenta con il russo, colgo 2 parole e a quel punto non smette più di parlare pensando che io sappia il russo. Non serve neanche che la signora gli dica che sono italiana e non parlo le loro lingue…lui continua imperterrito a parlarmi. Io ad un certo punto mi metto a leggere e spero se ne faccia una ragione…!

Passiamo un paio d’ore nel vagone ristorante, anche questa volta il luogo più iconico del treno. Ci sono solo uomini; ogni tanto il treno ferma in mezzo al nulla e salgono altri uomini, probabilmente operai delle ferrovie. Sembrano stanchi, bevono té e ci osservano incuriositi.

Il panorama è lo stesso da quando siamo partiti: un’immensa distesa desertica gialla.

La cosa che continua a colpirmi è il melting pot etnico rappresentato dagli uzbeki: la loro storia all’incrocio di alcuni ceppi nomadi uzbeki e tagiki che si sono incontrati con quello russo e quello mongolo da luogo a fattezze e accostamenti che non avevo mai visto prima.

Arriviamo a Bukhara e già la discesa dal treno ci lascia un’impressione molto diversa. C’è da dire che la stazione del treno di Bukhara è a 30 min di macchina dal centro e, a giudicare a prima vista, in una zona molto povera. Mi colpisce che veniamo avvicinati, oltre che dalla solita mandria di taxisti abusivi che ci propongono “best price” e che ci ripetono di non usare l’app YandexGo perché “problem” (sicuramente di sottrazione del mercato per loro)…da un gruppetto di bambini, vestiti di stracci, sporchissimi, che ci circondano e ci chiedono le elemosina in maniera molto insistente…in certi paesi è la normalità ma qui non ci era mai successo e mi lascia un po’ quel amaro in bocca del turismo di massa sfruttato…“male”.

Arriviamo nel centro dentro alle mura, già a prima vista si intuisce la rilevanza storica di questo luogo!

Prima di cena facciamo un giretto nei cortili interni delle madrase storiche oggi riconvertite in piccoli bazar di souvenir e botteghe di artigiani. In due madrase troviamo anche spettacoli di danza e musica tradizionali e anche qui si vede la mescolanza di culture: in uno la musica e le danze sono chiaramente di stampo russo, in un altro di stampo mediorientale.

Day 3 – Khiva

Incredibilmente dormiamo tutti come bebé cullati dal treno. Al risveglio ricomincia la negoziazione incomprensibile con il capo vagone: potremo o non potremo arrivare a Khiva?!

Un ragazzo Uzbeko che parla un po’ di inglese ci spiega che “si, il treno arriva a Khiva, ma dato che il nostro biglietto è solo fino a Urgench, il capovagone è disposto a prendersi la responsabilità di portarci fino a Khiva ed eventualmente ricollocare i passeggeri che avevano prenotato il nostro posto, ma insomma…la sua responsabilità non è gratis.”

Troviamo un escamotage: gli offriamo un po’ di sigarette che lui si fuma nello spazio fra i vagoni. In particolare si esalta per le sigarette arrotolate a mano con il tabacco sfuso, dato che scopriamo che qui lo vendono solo sul mercato nero.

Senza troppi ulteriori intoppi arriviamo a Khiva.

Depositati i bagagli in hotel e rinfrescati alla bell’e meglio partiamo per il walking tour di Khiva.

Iniziamo da una breve lezione su come si cucina il pane tradizionale uzbeko: ci insegnano come fare l’impasto, come bucherellare e decorare le pagnotte e come infornarlo, appiccicandolo dall’alto sulle pareti di un forno conico fatto di fango e paglia (operazione per niente semplice senza scottarsi!).

Pranziamo nello stesso posto: finalmente vediamo tante verdure! Involtini di melanzane, spaghetti di carote marinati, insalata di cavolfiori, zuppa di patate e fagioli (mempe), ed infine verze e peperoni ripieni di carne e riso con delle verdure di contorno…sono felice! Come da tradizione, il pasto è accompagnato da the caldo, che viene bevuto in delle coppette. Finiamo il pasto con un dolcino, una specie di biscotto ripieno di ricotta…che dopo un primo boccone che lascia tutti perplessi, ci ha convinto!

Khiva mi sembra subito un gioiellino. Divenuta patrimonio dell’unesco nel 1990, la città risale quasi tutta al 18esimo e 19esimo secolo ma è molto ben conservata e dà un’idea abbastanza precisa della vita della comunità islamica del tempo con le sue moschee, madrase (scuole coraniche) e botteghe di artigiani, tutte racchiuse in una cinta muraria alta circa 10 metri. La maggior parte di queste strutture sono state costruite dai Khan (governatori) dell’epoca.

La parte antica della città, all’interno delle mura, si chiama Ichan-Qal’a, mentre la parte moderna, in cui vivono i residenti di Khiva, rimane fuori dalle mura.

Ci incuriosisce subito il fatto che vendano ovunque colbacchi di pelo di ogni forma e fattura. La guida ci spiega che questi cappelli di pelo erano una parte fondamentale dell’abbigliamento della gente, sia in estate che in inverno e, a seconda dei modelli, indicavano il mestiere della persona.

Visitiamo poi una madrasa, scuola coranica, in cui studiavano i giovani a partire dai 12 anni.

Questa in particolare, Madrasa Mohammed Amin Khan, è stato oggi convertito in hotel. Il suo bellissimo portale, del 1850, rappresenta dei melograni, simboli di fertilità ed in questo caso della ricchezza del sapere del luogo. A fianco c’è un minareto molto ben decorato ma alto solo 20 metri su 110 perché non portato a termini (intorno a questo minareto circolano diverse leggende!).

Tutta la città è decorata con maioliche dipinte, diversamente da quanto vedremo, per esempio, a Bukhara dove invece le decorazioni erano principalmente fatte da mosaici.

Poi visitiamo il Palazzo Kuhna Ark del governatore. C’è una grande sala esterna, chiusa su 3 lati per pregare 5 volte al giorno ma garantendo il ricircolo d’aria per stare più al fresco possibile nelle torride giornate estive (già oggi a fine aprile il caldo non scherza!). Tutte le porte che portano alle stanze attigue sono basse, in modo che chiunque entrasse dovesse inchinarsi per entrare in segno di rispetto.

Qui c’è anche la zecca, dove ogni governatore faceva produrre le monete con la sua effigie e dove si stampavano banconote sia su carta che su seta quando mancava la carta.

Visitiamo poi la Madrasa Mohammed Rakhim Khan, museo dei governatori e il mausoleo Pahlavon Mahmud, il luogo più sacro di Khiva, racchiuso in un meraviglioso cortile decorato.

Saliamo poi sul minareto più alto della città, 57 mt raggiungibili con soli 118 scalini…si la proporzione è corretta: sono altissimi e totalmente verticali: c’è chi è salito a quattro zampe, chi è sceso scivolando sul sedere…ma alla fine siamo riusciti tutti a goderci la vista di Khiva dall’alto.

Gli ultimi 2 monumenti che abbiamo visitato sono stati la moschea Juma – grande moschea ormai in disuso, con una capienza di 5000 persone, caratterizzata da delle colonne portanti in legno, di epoche diverse (venivano sostituite nel corso degli anni in base alle necessità), la maggior parte delle quali intagliate e ognuna diversa dall’altra – e il palazzo de re con il suo harem – dove vivevano il re, le sue 4 mogli ufficiali, tutte le sue concubine e la madre del re che era a capo di tutta la casa.

Abbiamo finito la giornata con un po’ di shopping: mi sono comprata un meraviglioso runner per la mia tavola ricamato a mano da una signora Uzbeka molto brava!

Mentre tornavo in hotel, mi sono goduta un meraviglioso tramonto che ha riscaldato tutti i colori di questa splendida città #nofilterneeded!

Abbiamo cenato in una terrazza con una splendida vista sulla piazza centrale del vecchio mercato di Khiva con tutti i monumenti illuminati…uno spettacolo!

Day 2 – Tashkent

Dopo la giornata culturale di ieri, oggi giornata sportiva e adrenalinica: andiamo a fare rafting!

Ci viene a prendere un transfer in hotel e ci porta fino a Khumsan, un paesino a 1h30 a nord di Tashkent. Siamo sul fiume Ugam che viene dal Kazakistan e sfocia poco sotto a dove siamo noi, in Uzbekistan.

A differenza di altre volte in cui ho fatto rafting, qui sono molto spartani. Niente cerate, mute, scarpette…un giubbotto di salvataggio e un caschetto sono più che sufficienti…anche se l’acqua è ghiacciata!!

Anche lo stile di discesa è bello sportivo, la guida ci urla “sir, madam, GOGOGO” in continuazione…e noi non riusciamo a non ridere!! L’acqua che ci arriva in faccia è una vera doccia fredda ma ci scaldiamo remando. Ad un certo punto ci prende un mulinello d’acqua e ci manca poco che ci ribaltiamo…ma belli pieni di acqua, e di adrenalina, ripartiamo sani e salvi!

Dopo poco meno di 1h di discesa arriviamo a destinazione, poco sopra l’estuario del fiume e ci scaldiamo al sole.

Ci consigliano un ristorante (molto) locale per pranzo…il posto è carinissimo e mangiamo su un dastarkhan, il tavolo tipico uzbeko, dove la famiglia si raduna e dove si mangia su dei cuscini con le gambe incrociate. Google traslate non riconosce neanche la lingua del menu e la proprietaria non parla una parola di inglese. Stiamo già per ordinare puntando il dito sul menu quando arriva in nostro aiuto una ragazza giovane che parla inglese e ci fa da interprete. Ordiniamo shashlik (gli spiedini di carne che sembra diventeranno la nostra ancora di salvezza) e pane a volontà…

Rientriamo a Tashkent e andiamo a vedere una delle attrazioni della città, una cosa super kitsch a metà fra un disneyland povero e l’outlet di Serravalle: Magic City!

Ci consoliamo con un caffè, cosa molto difficile da trovare in questo paese.

Per fortuna c’è un bel parco intorno e facciamo una piacevole passeggiata nel verde.

A Tashkent ci si sposta molto facilmente. I taxi o le macchine dall’app YandexGo (simil Uber) sono molto economici e molto rapidi da trovare. La metropolitana collega bene molti punti della città ed è molto bella da vedere in quanto ogni stazione è decorata in maniera unica.

Stasera ci aspetta un’esperienza locale: treno notturno da Tashkent a Khiva. La prima difficoltà sta nel fatto che il nostro biglietto è solo fino a Urgench e non riusciamo a capire se il treno arriverà fino a Khiva o meno. La comunicazione anche qui è molto complicata oltre al fatto che stiamo parlando con un dipendente statale di cui non cogliamo in maniera molto chiara le richieste di mazzette…

Decidiamo di salire e capire lungo il tragitto. Gli scompartimenti hanno 4 cuccette ciascuno, due in alto e due in basso, e il servizio include lenzuola (di cotone!), federa e asciugamano. C’è anche un vagone ristorante dove ci sediamo a chiacchierare e giocare…e in qualche minuto diventiamo l’attrazione del treno!

Devo dire che rispetto alle aspettative (ma anche a certe esperienze di treni notturni italiani)…stiamo al top!

Day 1 – Tashkent

Quest’anno meta un po’ più insolita: Uzbekistan. Ad essere onesta fino ad 1 mese avrei fatto fatica a posizionare questo paese sulla cartina geografica…e a distinguerlo da tutti gli altri “…stan” della zona (Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, …).

Per chi fa fatica come me ci sono un paio di riferimenti che dovrebbero aiutare: ex paese del URSS indipendente dalla caduta del regime nel 1991, situato in quel pezzo di terra fra il mar Caspio e la Cina, stato di Samarcanda e Bukhara città chiave dell’antica via della seta.

La scelta della meta e il fatto di partire con WeRoad, sono stati frutto di una serie di coincidenze…ma questo di solito è solo che di buon auspicio!

Il viaggio da Milano a Tashkent (la capitale) con Turkish Airways prevede uno scalo a Istanbul quindi 2 voli da 3+4h circa. Unico inconveniente è che per massimizzare i giorni l’ho fatto di notte e, considerando 3h di fuso, ho dormito si e no 3h in tutta la notte! Ma naturalmente…non si molla!

Alle 9.30 del mattino siamo già in hotel ed usciamo subito per fare colazione. L’unico posto che sembra vendere qualcosa di commestibile (per noi) per questo pasto è una panetteria koreana. Inizia la fase del “ordino cose a caso perché non ho idea di cosa ci sia scritto e manco google translate mi aiuta”!

Subito dopo partiamo per il nostro primo walking tour alla scoperta di Tashkent.

Iniziamo dal museo di Arti Applicate dove vediamo la produzione dei manufatti artigianali tradizionali come abiti e copricapo tessuti e ricamati a mano, tappeti, oggetti di legno intarsiato, strumenti musicali,…

La seconda tappa è il grandissimo bazar Chorsu, composto da alcune strutture coperte e una grandissima area circostante con bancarelle all’aperto. L’ambiente dei bazar è sempre uno dei miei preferiti in assoluto in ogni città che visito e sono felice di girovagare a lungo fra banchi ricolmi di ogni bontà!

Nella parte della carne scopriamo che Tashkent è famosa per la carne di cavallo, poi vediamo come viene cotto il pane rotondo che accompagna ogni pasto degli uzbeki, lepioshka, spiaccicato contro le pareti di un forno a legna. Dopo averlo provato caldo (delizioso), assaggiamo le loro mandorle e una crema di grano cotto che assomiglia al caramello come vista e consistenza ma molto meno dolce e dicono essere una bomba di energia e vitamine (che mi servono tutte in questo momento)!

Ci dirigiamo verso il complesso di Hazrati Imam. In questo complesso ci sono un importante mausoleo, una vecchia scuola coranica oggi adibita alla vendita dell’artigianato, un museo in cui è conservato un corano originale del 7 secolo molto venerato, una moschea di medie dimensioni e una moschea gigante in fase di costruzione. Visitiamo tutto il complesso sotto un sole che incomincia a diventare molto caldo.

Ritorniamo al bazar per un pranzetto di street food locale. Iniziamo la scoperta dei piatti tipici: shashlik – gli spiedini di carne alla griglia – somsas- delle specie di panini lievitati con un ripieno di carne – plov – riso pilaf con verdure e carne, piatto nazionale – hasip – salsicce fatte con carne, fegato e riso – manty – ravioli al vapore di solito ripieni di carne – besbarmak – straccetti di pasta e carne di cavallo, tipico di Tashkent.

Nel pomeriggio oltrepassiamo il fiume e visitiamo la parte nuova della città – che poi neanche la prima ha l’aria molto storica dato che due grossi terremoti, uno nel ‘800 e l’altro nel ‘900 hanno praticamente raso tutto al suolo.

Camminiamo ai confini del meraviglioso parco del palazzo presidenziale. A fianco a questo c’è un parco pubblico curatissimo in cui è ospitato un mausoleo per i caduti della prima guerra mondiale. Alcune tavole in metallo raccolgono i loro nomi e una fiamma sempre accesa davanti ad una statua di una madre piangente tiene vivo il ricordo.

Vediamo anche il monumento alla libertà con delle grandi cicogne che fanno il loro nido in cima a delle colonne e finiamo il nostro tour con il monumento a Tamerlano, il grande condottiero mongolo, emiro di Samarcanda che portò splendore alla regione.

Ceniamo in un ristorante tipico in cui provo il plov…ma di frutta, con mele, albicocche, uvetta,…uno strano mix quasi a metà fra un salato e un dolce ma molto piacevole!

Felice di essere di nuovo in viaggio e molto fortunata ad aver trovato un gruppo di persone meravigliose con cui condividere questa avventura!

Day 9, 10 & 11 – Bali Silent Retreat

Eccomi di ritorno dai miei 3 gg di ritiro silenzioso. Ora credo di poter spiegare un po’ meglio che cosa sia. Iniziamo dal posto: 1h30 a nord ovest di Ubud c’è un posto che si chiama Bali Silent Retreat. Il posto è isolato, in mezzo alle risaie, quelle vere, bellissime.

È composto da un lodge centrale dove si mangia, dove c’è una grande biblioteca e dove ci si può riposare e da una tettoia dove ci si ritrova per gli esercizi giornalieri di stretching, yoga e meditazione. Tutto intorno ci sono dei bungalow e delle case tradizionali in legno e paglia dove soggiornano gli ospiti, una zona dove si fa il fuoco alla sera e un labirinto. Il resto è natura. Ci sono l’orto e il giardino delle piante medicinali, una sorgente termale, un fiume e tanta tanta giungla! Dispersi nella natura ci sono tanti angolini con tavolini, seggioline, amache, panchine dove ci si può sedere per riflettere, ascoltare i rumori della natura, scrivere, leggere, guardare le stelle e si, anche piangere (c’è proprio una crying bench). Le uniche regole ferree da rispettare sono: non si può parlare e i cellulari devono rimanere all’entrata nello spazio dedicato.

La cosa per me più bella è stato sentire come la vita qui segua il ritmo della natura: ci si sveglia al sorgere del sole, si va a dormire al tramonto, si mangia solo quello che l’orto e i campi circostanti offrono, i rumori sono solo quelli degli animali, della pioggia che cade e del vento che passa fra le foglie.

Il tempo viene scandito da 2 gong: quello di metallo per la sveglia e il richiamo alle sessioni di esercizi, quello di legno per i pasti. Alle 6.30 suona il primo gong per la sveglia (per fortuna ero sempre sveglia prima perché escludo l’avrei sentito!), alle 6.45 il secondo per recarsi agli esercizi. Alle 7 inizia una sessione di 45 min di stretching/preparazione per posizioni yoga, 30 min di meditazione silenziosa (la più grande sfida) e 15 min di shavasana, rilassamento (la mia gioia!).

Dalle 8.30 alle 10 si può fare colazione, dalle 11.30 alle 15 si può pranzare, dalle 15 alle 16.30 seconda sessione di esercizi e dalle 16.30 alle 18 si può cenare. Gli esercizi non sono assolutamente obbligatori. Il resto del tempo si può passeggiare, usare tutti gli spazi nella natura per rilassarsi o meditare o dormire…l’importante è stare in silenzio.

Un giorno, la mattina dopo la colazione sono andata ad una fonte termale calda a 10 min dal retreat, un vero toccasana per la mia schiena!

Tutto il cibo è vegano, fatto in casa con i prodotti disponibili. La colazione è composta da frutta fresca e granola con latte di anacardi, pancake o muffin balinesi e pane fresco con marmellata e peanutbutter.

A pranzo banco dell’ insalata con tanti tipi di verdura cruda, germogli e condimenti diversi (al mango, al tamarindo, agli anacardi,al peperoncino,…). Forse il pranzo è quello che mi ha stupito di più per la qualità degli ingredienti: i pomodori erano un tripudio di gusto, le rape crude dolcissime e sugose, la rucola veramente amara…wow!

La cena un buffet di 10/12 piatti di verdura, cucinati in modo diverso, uno più buono dell’altro accompagnati da riso bianco o rosso cotti in maniere diverse. Ogni tanto si vede qualche uovo ma non ho mai visto legumi: mi chiedo solo come facciano per le proteine…ma per 3 gg di detox da tutto il pollo e le uova mangiate nei giorni precedenti è stato meraviglioso.

La prima sera era luna nuova, quindi ci siamo ritrovati sotto la veranda e abbiamo fatto una cerimonia del fuoco al tramonto: abbiamo ripetuto dei mantra di ringraziamento e abbiamo offerto ciascuno una buona intenzione.

Un’altra sera una ragazza balinese ci ha mostrato molte delle piante medicinali che hanno qui nell’orto e ci ha spiegato come e per cosa usarle.

Non è mai facile fermarsi, stare in silenzio e soprattutto, soli con se stessi, guardarsi dentro: prima ci si sente di star perdendo tempo, poi sorgono pensieri, preoccupazioni, senso di inadeguatezza, ma se ci si riesce davvero a fermare, ad affidare tutto questo ad una forza più grande e a volersi un po’ bene…si rinasce!Questa è un’esperienza potente che auguro a tutti di fare prima o poi.

Domani si torna a Milano…

NAMASTÉ BALI ❤️

Day 8 – Temples around Ubud

Mentre aspetto la mia guida che oggi mi porterà a fare un lungo giro per i templi intorno a Ubud, ne approfitto per gironzolare nel mercato locale, quello dove i balinesi vengono a comprare cibo e fiori ogni giorno. I mercati sono sempre uno dei miei posti preferiti in ogni paese dove vado, gironzolo, osservo, chiedo spiegazioni (spesso nessuno mi sa rispondere ma io ci provo lo stesso!). Anche questa volta rimango affascinata da questo mondo.

Appena salita in macchina si scatena il diluvio universale…ma 3 min fa c’era il sole!! Boh…Inizio a chiacchierare con la guida e a fare un sacco di domande per cercare di capire il significato di tante cose che ho visto ma a cui molto probabilmente non ho dato il giusto peso simbolico. La prima cosa che gli chiedo è il significato esatto dei Penjor, quei bellissimi bastoni votivi di bamboo che si vedono per strada. Mi spiega che rappresentano le montagne per invocare le divinità dei Monti e che ci sono solo in questo periodo dell’anno, perché sono legati alla festa di Galungan (che avviene ogni 210 giorni), la celebrazione della vittoria del bene sul male quando gli spiriti degli avi tornano sulla terra. La festività si conclude con Kuningan quando gli spiriti tornano in cielo ed è un periodo ricchissimo di celebrazioni e gioia. I Penjor vengo costruiti da ciascuna famiglia, esposti davanti alla propria casa a Galungan, nel cestino sottostante vengono poste offerte e poi vengono rimossi 1mese e 7 giorni dopo. Durante questa festa le famiglie si riuniscono, si uccide un grosso maiale, se ne offre una parte agli dei e si mangia tutti insieme il resto per 2/3 giorni.

La prima tappa è il Goa Lawah Temple, il tempio della caverna dei pipistrelli. Vi si accede attraverso un grande portale e come ogni ingresso qui, grande o piccolo, ha ai lati due statue: sulla destra il bene, sulla sinistra il male, lo yin e lo yang che si contrappongono e tengono l’equilibrio. Per entrare in tutti i templi bisogno indossare il sarong e le donne con le mestruazioni non possono entrare.

All’ingresso c’è anche la torre con la campana, presente in ogni tempio per richiamare le persone alle cerimonie. I templi sono strutturati in 3 cortili: il primo è per rilassarsi, ritrovarsi e prepararsi; il secondo viene usato per gli incontri importanti, per firmare accordi, per sedare contrasti; il terzo è dedicato alla preghiera.

Tutti i tempietti che ci sono all’interno, hanno un numero dispari di tetti sovrapposti che va da 1 a 11 e rappresenta l’altezza dei vulcani di Bali. 11 tetti rappresentano il vulcano più alto dell’isola, Agung, di 3.000 mt.

In ogni tempio ci sono anche numerosi ombrelli: questi servono per coprire e proteggere qualsiasi cosa sacra venga mossa durante le cerimonie e sono Bianchi, gialli, rossi o neri, i quattro colori che rappresentano sacralità.

Si racconta che nella caverna, piena di pipistrelli, viva un drago che ha la coda in questo tempio e la testa nel tempio madre di Besakih. Per questo durante le cerimonie funebri, i fedeli prima vengono a pregare qui dove offrono al drago l’anima del defunto è poi vanno a Besakih a recuperarla.

Ho la fortuna di assistere ad una cerimonia funebre e la mia guida mi spiega come funziona. Affinché l’anima si possa reincarnare bisogna che il defunto sia cremato. Le famiglie ricche possono permettersi di fare la cerimonia di cremazione subito ma la gente comune no, deve aspettare che muoiano un po’ di persone della comunità per poi fare una cremazione comune. Nel frattempo costruiscono un’icona del defunto in bamboo, fanno tutte le relative cerimonie nel tempio e poi seppelliscono il corpo (nel cimitero) e questa icona nel giardino di casa. Una volta giunto il momento di fare la cremazione, riesumano il corpo e l’icona e bruciano il tutto dentro ad una forma di mucca fatta di bamboo. Le ceneri vengono poi poste in un cocco giallo con 3 capelli di ogni membro della famiglia e vengono poi sparse in mare. Dopo 3 giorni, in un’altra cerimonia, lo spirito del defunto viene raccolto e portato nel tempio familiare in mezzo alla casa.

Spesso i balinesi pensano di riconoscere lo spirito dei loro avi reincarnato nelle nuove generazioni, in qualche nipote, cugino,…ma se la persona è stata cattiva, si reincarnerà in un cane, il più basso degli animali. A differenza dei cani, gatti, tartarughe e mucche sono sacri.

La seconda tappa è il Giardino di Kertha Gosa, nel palazzo reale di Klungkung. Qui ci sono due meravigliosi padiglioni con i soffitti affrescati dell’inizio del 18esimo secolo che servivano per le riunioni fra i re dei diversi regni di Bali o del re Klungkung con i suoi ministri. Ancora recentemente questi padiglioni sono stati utilizzati per incontri ufficiali. Gli affreschi parlano della tradizione induista e balinese. Nella parte bassa del tetto è rappresenta la lotta fra il bene ed il male, con scene di vita quotidiana o come giudizio finale; per esempio è spesso rappresentato il passaggio dall’inferno al paradiso attraverso un ponte su dell’acqua bollente: se l’anima riesce ad attraversare vuol dire che è stata buona e andrà in paradiso, se cade nell’acqua bollente sarà destinata alle pene dell’inferno. La parte alta dei tetti rappresentano invece la vita in paradiso. I padiglioni sono circondati da un bellissimo giardino.

Terza tappa è Bukit Jambul, un punto panoramico con vista sulle risaie ad un monte, Jambul, che sembra abbia il cappello.

Quarta tappa, tempio madre di Besakih. È il più grande luogo sacro di Bali e conta 23 templi arroccati alle pendici del vulcano Agung. Qui bisogna usare una guida locale per la visita: mi spiega la mia guida che un tempo si era creato un grande sistema di frodi a danno dei turisti perché venivano chieste tangenti per visitare i templi quindi il governo sta facendo opere di pulizia per non disincentivare i turisti. Io sono fortunata, mi capita una guida di 70 anni, montanaro che per anni ha guidato le persone nell’ascesa del vulcano Agung (7h di salita e 6h di discesa!). Capisce che cammino veloce quindi ho la fortuna che mi porta fino in cima, sul tempio più alto!

Dopo un pranzo in un posto per turisti americani a buffet che riesce a farmi venire il mal di pancia ma che ha una splendida vista sulle risaie e in cui vedo da vicinissimo un pipistrello, partiamo per l’ultimo tempio della giornata.

Il tempio di Pura Kehen, forse quello in cui ho sentito più spiritualità, è stato costruito intorno ad uno splendido albero quattrocentenario di banyan. Anche questo ha la tipica struttura a 3 cortili ed è arroccato su un monte. Nel centro del primo cortile c’è un tempietto intorno ad una pietra che si dice abbia preso fuoco da sola, motivo per cui hanno deciso di erigere qui il tempio. Anche la pietra, come tantissime statue fuori e dentro ai templi, è “vestita” con un sarong bianco, giallo o nero: questa pratica sta ad indicare che quella statua è sacra e che le persone devono “comportarsi bene” in quel luogo.

Ultima tappa della giornata: il villaggio di Penglipuran. Questo paesino è stato conservato perfettamente con la struttura delle case e del villaggio tradizionali: le case quadrate con il tempio, la casa dei capostipiti a nord, quella degli altri membri a ovest, la cucina a sud e la stanza aperta per le cerimonie ad est. Ci sono anche i 3 templi tipici del villaggio: un tempio centrale, un tempio vicino all’acqua e un tempio vicino al cimitero per venerare Brahma (creatore), Vishnu (conservatore) e Shiva (distruttore), le 3 principali divinità induiste.

Ritornando a Ubud passiamo vicino alle famose risaie di Tegalalang, ne approfitto per darci un’occhiata. Rientriamo a Ubud, io stanca ma il mio driver di più (era anche malato per cui abbiamo tenuto la mascherina tutto il giorno) ed ero preoccupata perché mi sembrava continuasse ad assopirsi quindi ho cercato di parlargli tutto il tempo. È vero che hanno dei momenti di pausa ma queste guide hanno delle giornate davvero lunghe: lui si era svegliato alle 4 del mattino, fatto 1h di motorino per andare a prendere la macchina dal suo capo, più altre 2h per raggiungermi, 9h di tour con me e infine aveva tutto il viaggio di ritorno come al mattino: le mie 10/11 ore di ufficio mi sono sembrate (quasi) una passeggiata!

Da domani starò per 3 gg in un silent retreat. Cosa cosa è? Ve lo spiegherò quando ne uscirò perché mica l’ho tanto capito…ma ho capito che il telefono dovrà diventare un ricordo! See you in a while…

Day 7 – Ubud

La giornata inizia lenta, mi godo la colazione con vista sulle risaie, poi parto a piedi dall’hotel alla scoperta di Ubud.

Scendendo a piedi dall’hotel si attraversano delle risaie e una parte di Ubud ancora senza turisti: mi piace osservare la vita di prima mattina, le signore che sistemano la casa, i bambini all’asilo che urlano e giocano, i venditori del mercatino che aprono e sistemano le bancarelle ma soprattutto quasi ogni singola persona che ho visto stava sistemando le piccole offerte votive di fiori ed incenso che si incontrano davanti a tutte le porte e a tutte le attività commerciali siano anche solo un carretto da cui si vendono frittelle.

Lungo la strada si vedono dei bei portali d’ingresso in cima a 3/4 scalini: a prima vista sembrano dei templi ma sgattaiolando dentro trovo dei meravigliosi cortili, con alcune strutture votive e altre semplicemente abitative. Mi spiegherà poi la guida che sono la case familiare tradizionali balinesi: delle strutture quadrate con a nord la casa dei nonni capostipiti, a ovest la casa degli altri membri della famiglia, a sud la cucina, a est una casa aperta dove si svolgono le cerimonie e dove vengo posti i defunti in attesa della cremazione ed in centro il tempio di famiglia per la preghiera quotidiana. Infatti al tempio si va principalmente per una cerimonia ogni 210 giorni che dura 3 giorni e in caso muoia un membro della comunità.

La prima tappa della giornata è il Pura Taman Kemuda Saraswati o Ubud Water Palace, un tempio con delle grandi vasche piene di pesci e fiori di loto. Come sempre, la zona propriamente del tempio non è visitabile perché è riservata alla preghiera ma dai cancelli si riesce ad intravedere qualcosa. Anche solo per accedere ai giardini è necessario indossare il vestito tradizionale della preghiera: il sarong (una specie di pareo) fermato con un selendang (una cintura che bisogna sempre portare perché qualora il sarong cadesse sarebbe una grave mancanza di rispetto per la divinità), la kebaya (la camicia a maniche lunghe) e un specie di fascia sulla testa. Quella degli uomini si chiama putang e ha un triangolo/nodo sopra la fronte che indica l’attenzione rivolta alla divinità.

Dopo ho visitato il palazzo real di Ubud, aperto a tutti gratuitamente, ancora oggi utilizzato per le cerimonie ufficiali. La struttura visitabile è molto simile a quella di un tempio. Vale un’occhiata ma non serve molto tempo per visitarlo.

Terza tappa del tour, il mercato “turistico” di Ubud che si trova proprio di fronte al palazzo. Il mercato è molto vasto ma le bancarelle sembrano vendere quasi tutti le stesse merci, facendosi una competizione spietata. Compro due vestitini da una signora ma la qualità non è proprio niente di che.

Continuo in modalità shopping e trovo un bel negozio che vende prodotti artigianali in teak: ne approfitto per fare qualche acquisto per casa nuova.

Un po’ carica ma soddisfatta mi dirigo verso la foresta delle scimmie, a 15 min a piedi dal palazzo. Prima di entrare nella foresta, mi fanno lasciare tutti i miei sacchetti al deposito perché sembra che le scimmie ne vadano matte e te li rubino molto facilmente. Dopo aver pagato il biglietto, mi addentro nella giungla. Ci sono scimmie OVUNQUE. Ci sono molti avvertimenti di cosa non fare con le scimmie e, nonostante all’appartenenza siano molto carine, capisco presto anche da sola che con loro non si scherza! Ti saltano addosso, ti provano a rubare le cose e, se si spaventano, non esitano a mordere.

Per fortuna la passeggiata per me è stata senza incidenti e molto piacevole. La foresta è fitta è molto rigogliosa. All’interno ci sono 3 tempietti e si riescono a vedere le scimmie da molto vicino in tutte le loro attività.

Vado a mangiare in un Warung (la loro trattoria) carinissimo – Warung Makan Bu Rus – anche se è tardissimo e conconosco una signora italiana molto simpatica che sta viaggiando da sola e ci scambiamo un po’ di consigli.

Corro in hotel a lasciare i miei acquisti e riparto per un breve trekking fra le risaie al tramonto. Prima esploro le risaie Kajeng, subito fuori dal mio hotel, che mi affascinano molto perché ancora molto autentiche ed evidentemente poco conosciute dai turisti; incontro diversi contadini chini al lavoro e uno stormo di aironi che si leva in volo proprio davanti a me.

Poi mi incammino sulla Campuhan Ridge Walk, che originariamente doveva essere la mia camminata fra le risaie. Questo percorso di 2km invece, oltre che essere molto più turistico, è una passeggiata nel verde delle colline e, una volta arrivati in cima, si vedono le risaie. Si può fare un percorso ad anello di qualche ora ma sta arrivando il tramonto e voglio essere di ritorno con la luce quindi ripercorro i 2km di ritorno salterellando in discesa con la bellissima luce del tramonto.

Per concludere super bene la serata, mi concedo una coccola in una bellissima SPA (Taksu Wellness Center) che si trova nel centro di Ubud ma, appena varcata la soglia, sembra di entrare e perdersi nella giungla e una buona cenetta al bancone di in uno dei Warung più famosi di Ubud (Warung Biah Biah).

Day 6 – from Canggu to Ubud

La mattina inizia provando un altro centro yoga – Radiantly Alive Canggu – dove faccio una pratica di Power Yoga. Il centro è molto bello ma il contesto è un filo meno tipico (sotto alla sala della pratica invece di un giardinetto con Buddha e ruscelletti c’è un moderno spazio di coworking). Una volta saliti però ci si ritrova in una grande sala aperta sui lati con un bellissimo tetto di bambù sotto cui cantano gli uccellini.

Lo yogi che ci guida è un giovane ragazzo australiano molto simpatico che ci mette alla prova con quasi 2h di pratica. Esco stravolta ma allo stesso tempo piena di energia!

Dopo un abbondante, guadagnato, avocado toast, torno a casa, bagnetto in piscina e preparo le valige: si va a Ubud!

Saluto il mio amico che mi ha gentilmente ospitato e che deve tornare a Singapore e chiamo un Grab (ma macchina questa volta, non motorino!). Il viaggio dura meno di 1h30, nonostante un po’ di solito traffico.

Arrivo in un parcheggio dove mi viene a prendere una persona dello staff in motorino perché l’hotel è in mezzo alle risaie e non c’è accesso per le macchine: già mi piace! Dal mio letto, vedo le risaie attraverso un grandissima vetrata. Questo posto infonde tranquillità e mi rimanda l’immagine di Bali che avevo nella mia immaginazione.

Esco subito in esplorazione di Ubud. L’hotel, nonostante sia circondato da risaie, è a 10 min a piedi dal centro. Le strade principali sono trafficate e rumorose anche qui ma ci sono tante viettine laterali molto più tranquille piene di ristorantini carini e negozietti. Faccio un lungo giro di perlustrazione e poi mi fermo in un ristorante delizioso, in un cortile interno che sembra un tempietto (In Da Compound Warung). Mangio un piatto tipico balinese che è un insieme di piattini tutti diversi, serviti in foglie di banano in cui riconosco del riso, un piccolo curry, un’insalata di germogli di soia, delle frittelle di verdura, degli spiedini di tofu e delle cose fritte fatte con gli arachidi che non riesco meglio a decifrare.