Ci svegliamo e partiamo subito da Pokhara (spero avremo il tempo di vederla meglio sulla via del ritorno).
Dopo 1h30 di pullmino – e tantissime buche – arriviamo a Birethanti, da dove parte il nostro trek verso l’Annapurna.
Dopo una prima oretta di strada sterrata, inizia una lunga, lunghissima, infinita scala fatta a mano con delle grandi pietre e naturalmente con tutti gli scalini di altezze diverse.
Intorno ci sono colline con terrazzamenti coltivati e covoni di paglia. Gli asini ci sorpassano trotterellando sul sentiero carichi di sacchi di riso per i villaggi a monte. Caprette, mucche, yak e cani puntellano il paesaggio e si muovono in cerca di cibo.
Saliamo scalini per quasi 1 ora…evviva la presciistica!
Arriviamo in un villaggetto – Syauli Bazar – dove ci fermiamo ad un ristorantino per pranzo. Ci danno la solita cosa da mangiare – riso, dal di lenticchie, foglie di senape bollite e curry di verdure…ma sarà la fame o l’altitudine ma è forse il più buono che abbiamo mangiato finora!
Ripartiamo e sembra che il sentiero salga più dolcemente, ma è solo un’illusione! Dopo poco riparte la scala di pietra che ci porta fino a Ghandruk, un paesino a 2000mt dove dormiremo.
In alta stagione questo posto deve essere gremito di trekkers a giudicare dal numero di guesthouse che ci sono.
Arriviamo alla nostra, è molto carino anche se, come previsto, non c’è riscaldamento ne acqua calda. La doccia ghiacciata è una prova!
Prima del tramonto facciamo un giretto del paesino, visitiamo il museo della cultura locale Gurung e la pagoda buddista, guidati dalla nostra guida.
Stasera è capodanno quindi, dopo essermi messa tutti gli strati che mi sono portata (e ho ancora freddo!), facciamo una bella cena e poi canti e balli intorno al fuoco!
Alle 7 lasciamo Kathmandu con un pullmino, direzione Pokhara, alle pendici dell’Anapurna. Da qui partirà il nostro trekking.
Il viaggio sarà lungo…molto lungo…e decidiamo di fermarci a metà per un’attività spezza-viaggio.
Dopo 4 ore di strada, arriviamo sul fiume Trishuli, dove ci fermiamo per fare rafting. Fa un freddo boia e l’idea di mettersi in costume e cerata non è delle più rosee. Superato l’impatto iniziale, la discesa è molto piacevole…il fiume è largo, circondato da colline ricoperte di vegetazione da giungla. Sopra le nostre teste ogni tanto passano piccoli ponti tibetani sospesi che collegano micro paesini alla sponda dove passa la strada principale.
Lungo il fiume ci sono degli scoli dell’acqua dove le donne si lavano e lavano i panni (senza sapone a giudicare dall’assenza di schiuma nell’acqua di scolo che si riversa nel fiume).
Dopo 2 ore di discesa e numerose rapide che ci hanno coperto d’acqua, arriviamo in un ristorante dove ci rifocilliamo con il – ormai solito – pasto tipico: riso, curry, dhal, verdure marinate e salsine piccanti!
Ripartiamo e il percorso diventa un’avventura. La strada è un unico immenso cantiere. La strada è talmente dissestata che mi sveglio dopo essermi appisolata un momento perché sembra che il pulmino ondeggia come una barca all’ancora con l’onda di traverso! In più punti ci dobbiamo fermare, spegnere il motore e aspettare che la colonna di pulmini davanti a noi sfili a senso alternato.
Ad un certo punto la strada è bloccata e siamo costretti a prendere una deviazione, chiaramente troppo stretta e con buche troppo profonde per il nostro mezzo quindi ci dobbiamo fermare e riempire di pietre i buchi per passarci sopra. Per fortuna ad ogni fermata gruppi di uomini locali accorrono per aiutarci.
Da questo punto di vista ho trovato i nepalesi estremamente disponibili e gentili, sempre pronti ad aiutarti. C’è sicuramente grande rispetto per gli stranieri ma ho l’impressione che lo stesso atteggiamento ci sia anche fra concittadini.
Arriviamo a Pokhara. La cittadina sembra carinissima e molto a misura d’uomo. Domani si inizia il trekking!
Per la prima volta soffro il fuso…sto decisamente invecchiando! Dopo 20 min di lotta interna mi tiro giù dal letto e mi preparo a riaffrontare i rumori e la polvere della città!
Come prima cosa mi dirigo di nuovo verso Durbar square per vedere la Kumari, la dea vivente.
Per arrivarci a piedi attraverso il quartiere di Thamel, molto turistico (anche se di turisti ne girano pochi in questo momento), e poi proseguo lungo Gangalal Marg, che mi conquista con una successione di immagini autentiche della vita di questa città.
Le tre cose che mi colpiscono sono:
1. non c’è distinzione di spazi fra pedoni, biciclette, motorini e macchine. Si mescolano tutti e nessuno si ferma mai, incrociandosi come le maglie di una rete in modo (quasi) perfetto e (quasi…molto quasi) senza scontri.
2. I tempietti religiosi sorgono ovunque, anche nei posti più improbabili e ci sono statue votive anche nei canali di scolo dei marciapiedi dove corrono i topi (povere divinità…)
3. La città, e soprattutto le attività commerciali, si sviluppano in verticale. Infatti la maggior parte dei negozi/bar/attività che cercate, non sono al livello della strada bensì o all’interno o al di sopra di quello che vedete affacciato sulla strada. Ieri sera, per trovare il caffè dove volevo andare, ci sono dovuta passare davanti 3 volte fino a notare un cartello con una freccia che mi portava al piano di sopra!
Mi fermo solo per brevi istanti perché voglio arrivare in tempo al Kumari Chen – il palazzo della Kumari – per vederla affacciarsi alla finestra.
La dea vivente è una bambina, in età prepuberale, scelta nella casta Newari degli Shakya, che sono buddisti. La bambina scelta intorno ai 3 anni di vita, deve avere 32 lakshina, perfezioni fisiche, deve superare una serie di prove e deve combaciare astrologicamente prima con il re, ora con il primo ministro.
Vive reclusa nel palazzo senza mai uscire fino a quando non avrà le prime mestruazioni e perderà quindi i suoi poteri divini. A quel punto ritornerà nel mondo dei mortali (dicono, ed è facile immaginare, con grandissime fatiche!)
Entro nel primo cortile del palazzo dove altri turisti già stanno aspettando. Dopo poco ci chiedono di mettere via cellulari e macchine fotografiche (è vietato fotografarla) e la Kumari si affaccia alla finestra centrale del cortile. È vestita con un saari rosso, ha gli occhi molto truccati con il kajal e un copricapo che si appoggia su una crocchia di capelli.
Ha lo sguardo molto serio, quasi severo; non sorride mai e non guarda nessuno negli occhi. Sta affacciata un paio di minuti poi sbuffa e si allontana dalla finestra scomparendo.
Da Durbar square mi dirigo verso l’Asan Bazar, il mercato della città, da sempre uno dei miei posti preferiti da visitare in ogni città in cui vado.
Più che su amovibili bancarelle, questo mercato si sviluppa attraverso microscopiche botteghe lungo 6 strade che si uniscono a raggiera in Asan Square. Ci sono anche tanti venditori di frutta che portano in giro la merce in ceste legate alle loro biciclette.
Proseguendo arrivo al Garden of Dreams, un rigoglioso giardino, piccola oasi di tranquillità, nascosto dietro ad un alto muro che lo isola anche dal rumore e dalla polvere della città. Essendo inverno non ci sono molti fiori ma immagino che in primavera sia una meraviglia.
Poco lontano si trova il palazzo reale di Narayanhiti, reso tristemente celebre dal massacro della famiglia reale del Nepal nel 2001, ancora oggi coperto da un velo di mistero.
Dalla nascita della democrazia il palazzo è diventato un museo pubblico in cui si possono vedere le stanze usate dagli ultimi monarchi con alcuni oggetti della loro quotidianità.
Visito il museo (sembra una grande casa aristocratica anni 70) e la cosa più interessante è che gli altri visitatori sono tutti nepalesi, che guardano a bocca aperta tutte le ricchezze di quelli che fino a poco tempo fa erano i loro regnanti. Ci sono anche 3 scolaresche in visita di classe. Il professore si sofferma sui segni dei proiettili che hanno ucciso la famiglia reale, per insegnare e ricordare la storia recente.
A pranzo provo un altro piatto tibetano: Thukpa, una zuppa di noodles e verdure. Anche qui l’aglio si spreca, ma a parte questo molto buona e rigenerante.
Conosco quelli che per i prossimi giorni saranno i miei compagni di viaggio e come prima cosa andiamo a fare una classe di yoga con un yogi locale che ci fa praticare e poi ci guida in una corta meditazione. Sicuramente molto benefica per togliere le tensioni dell’aereo che si fanno ancora sentire (confermo ulteriore segno di invecchiamento!).
Nel tardo pomeriggio facciamo il briefing iniziale di viaggio e poi pronti per la cena tradizionale nepalese di benvenuto.
Dopo quasi 3 anni di stop forzato…si torna a viaggiare! La sveglia alle 5 non si fa neanche sentire tale è la felicità di rimettere lo zaino in spalla!
Destinazione: NEPAL! Con un comodo volo Qatar Airways con scalo a Doha, arrivo a Kathmandu in poco più di 11 ore.
La giornata inizia alle 9 del mattino, nel cuore della notte italiana (la sveglia è stata impegnativa!).
Per conoscere questo nuovo paese ho deciso di iniziare il mio viaggio affidandomi ad una guida locale, Dipendra, che mi accompagna a scoprire Patan e Kathmandu.
Saliamo sulla sua moto e ci addentriamo nel folle traffico mattutino. Dopo qualche metro, tiro fuori la mia mascherina FFP2 – che pensavo di usare per proteggermi dal covid – e la indosso per proteggermi, almeno un poco, da polvere e smog!
La prima tappa è la città reale di Patan. Fra Kathmandu e Patan, l’urbanizzazione si è estesa così tanto che non si capisce dove finisca una e dove incominci l’altra.
I punti di interesse turistico di Patan si concentrano tutti intorno all’area della piazza principale, il Durbar (che vuol dire palazzo). In questa piazza infatti si trova il vecchio palazzo reale, circondato da templi, principalmente induisti, in cui i reali andavano a pregare e ancora oggi molto venerati.
Quasi tutti i templi hanno la tipica forma della pagoda nepalese con tetto squadrato e più livelli sovrapposti. Ognuno è dedicato ad una diversa divinità o ad una diversa incarnazione delle 3 principali divinità: Brahmā (il creatore), Visnù (il preservatore) e Śiva (il distruttore).
All’interno del palazzo reale c’è una mostra molto interessante che spiega come riconoscere l’iconografia delle statue induiste e buddiste, fondamentalmente se si vuole capire qualcosa di quello che si sta guardando.
Dipendra mi racconta la storia di questo paese, un insieme di piccoli regni monarchici, uniti da un re dell’etnia Gurkha che ha conquistato uno a uno i piccoli regni e nel 1768 ha formato per la prima volta il Nepal unito.
La monarchia è rimasta al governo fino al 2007 quindi è un tema ancora molto sentito dalla popolazione.
Dopo la visita della Durbar square di Patan con tutti i suoi monumenti, Dipendra mi porta a scoprire la produzione di un oggetto molto particolare: la ciotola tibetana da meditazione. Un ragazzo mi fa la dimostrazione delle onde generate dal metallo di queste ciotole (anzi dal mix di 7 metalli usati per costruirle) quando vengono colpite, sia vuote (avvicinando la mano si sentono delle vibrazioni fortissime) sia piene d’acqua (l’acqua ribolle come se stesse per uscire tutta dalla ciotola con un semplice tocco). Mi dispiace non aver fatto un video di quanto ho visto perché ero davvero stupita. Stavo per acquistare una di queste ciotole ma i $250 di costo mi hanno fatto tentennare.
Torniamo a Kathmandu, dove Dipendra mi porta a mangiare un piatto tipico tibetano, molto comune qui, il momo. Momo sono dei ravioli cotti al vapore ripieni di carne o verdure (molto comuni quelli di bufalo che ho provato). Mi è arrivata una ciotola con 10 ravioli dentro che Dipendra ha annegato in una specie di zuppa fredda verde che era a disposizione sui tavolini, molto fresca e limonosa. Ottima combinazione!
Dopo pranzo visitiamo il Durbar di Kathmandu. Anche qui, come a Patan, c’è il palazzo reale ed intorno tantissimi templi. La particolarità del palazzo reale è che per metà è in stile tradizionale nepalese, per metà il stile coloniale inglese.
Tanti monumenti anche qui sono ancora in ricostruzione dopo la devastazione del terremoto del 2015 che ha fatto gravissimi danni.
Torno verso l’hotel e girovago nel quartiere di Thamel, il quartiere turistico, hyppie e dei trekkers della città. Le stradine sono una successione di mini negozi che vendono articoli da montagna (zaini e abbigliamento principalmente), di grandi marche ma spesso contraffatti. Le strade sono strette e anche qui i clacson dei motorini è un suono di fondo che non si spegne mai.
Concludo la mia cena con il piatto tipico nepalese, il Dal Bath, un piatto rotondo in cui ci sono tanti ingredienti da mescolare insieme. I due principali ingredienti sono il dal (una zuppa di lenticchie speziata) e l’accompagnamento di riso o di dhindo (una specie di polenta di grano saraceno). Inoltre ci sono un curry (di carne o verdura), dei pickles, una salsa piccante e qualche altra verdura. Quando il cameriere mi ha portato il piatto mi ha detto che potevo mangiarlo con le mani. Dopo qualche boccone con la forchetta, in altri due si sono avvicinati e con molta delicatezza mi hanno detto che queste cose si DEVONO mangiare con le mani. Ho ceduto al senso della pulizia e…via di mani!
Ci svegliamo presto e un semi raggio di sole penetra dalla finestra…ci scappa un grido di gioia!! Saltiamo giù dal letto, recuperiamo i bagagli e in mezz’ora siamo su un taxi dirette alla spiaggia più vicina (Ao Nang Beach).
Ao Nang, a 25 min di macchina da Krabi Town, è il punto di partenza delle long tail boats che portano alle spiagge accessibili solo via mare e alle isolette della zona. Purtroppo quindi c’è un gran via vai di barche con i loro motori scoperti che fanno un gran rumore e un sacco di fumo nero.
Camminiamo lungo la spiaggia, ci allontaniamo dalle barche e troviamo un posticino tranquillo sotto i faraglioni di roccia caratteristici della zona. Finalmente splende il sole e tutto intorno è un’esplosione di colori.
Abbiamo ammonticchiato tutti i nostri bagagli sulla spiaggia e, dato che fa troppo caldo per stare sdraiate sulla sabbia, passiamo gran parte della mattinata nell’acqua bassa a camminare e sguazzare.
Dopo un ultimo Pad Thai e una limonata ghiacciata in riva al mare (al The Last Fisherman Bar), ancora salate e con i costumi bagnati prendiamo il taxi per andare all’aeroporto di Krabi.
Da qui prendiamo un volo per DonMueang, il secondo aeroporto di Bangkok.
Stanotte dormiremo in un hotel vicino all’aeroporto Suvarnabhumi da cui domani mattina all’alba ripartiremo per rientrare.
La mattina crogioliamo in hotel, fuori la pioggia non da tregua e non sembra esserci niente da fare al coperto.
Verso l’ora di pranzo, il peggio sembra passato e decidiamo di concederci un ristorantino carino in centro. Mangiamo benissimo alla Gecko Cabane, gestita da una coppia thailando-francese.
Dopo pranzo approfittiamo di un momento senza pioggia per fare una lunga passeggiata lungo il fiume (Pak Nam Krabi) che costeggia Krabi. Formazioni rocciose coperte di vegetazione lussureggiante, spuntano da in mezzo al fiume creando un bellissimo panorama. Peccato che l’acqua sia molto torbida a causa della pioggia.
Ricomincia il diluvio e ci rifugiamo di nuovo al centro massaggi di ieri, questa volta per un massaggio thai completo.
Ceniamo in un ristorantino tutto in legno vicino all’hotel (Prantalay Seafood) e proviamo il granchio con i noodles…in questa località di mare sembra andare per la maggiore! C’è un ragazzo thailandese che fa musica dal vivo ma ad un certo punto un anziano signore, chiaramente un turista, gli ruba la scena e ci intona Elvis con un “Can’t help falling in love” da brividi.
Ci svegliamo pronte per prendere il traghetto per Phuket. L’albergo ci conferma che il traghetto partirà e ci vende i biglietti, tranquillizzandoci che, anche se i biglietti non sono numerati, avremo posto sul traghetto.
Una volta arrivate all’imbarcadero, ci dicono invece che l’unico traghetto che partirà per i prossimi giorni è quello delle 9 per Krabi (nella direzione opposta alla nostra). Esitiamo su quale sia la migliore strategia, ma alla fine riteniamo più saggio allontanarci il prima possibile dalle isole.
In porto c’è il panico e ondate di turisti corrono da una parte all’altra cercando di capire come scappare e salendo su traghetti stracolmi. Dalle notizie sappiamo che ci sono 50mila persone che,come noi, stanno cercando rifugio dal ciclone.
Ricomprato finalmente il biglietto per Krabi, ci mettiamo in coda per salire e dopo poco il traghetto davanti ai nostri occhi molla gli ormeggi e parte. Si leva un mormorio di rabbia dalla folla, terrorizzata di rimanere a terra. Per fortuna dopo qualche minuto attraccano altri due traghetti che cominciano ad imbarcare passeggeri. Non fanno parte della stessa compagnia di quello prima, ma in qualche modo facciamo accettare il nostro biglietto (comprare un terzo biglietto no eh!).
Il mare è molto grosso e in questo traghetto entra acqua da tutte le parti. Per fortuna il viaggio dura solo due ore, tempo sufficiente di pianificare le prossime mosse. Per prima cosa prenotiamo un aereo da Krabi a Bangkok, per avere un’alternativa di rientro sulla capitale. Poi è la volta dell’hotel. Robusto, lontano dal mare e con una camera sufficientemente grande per viverci rinchiuse 2 giorni: ecco le caratteristiche che cerchiamo.
Una volta al porto di Krabi è di nuovo la corsa ai taxi, che naturalmente non erano preparati ad una tale affluenza. Veniamo spinte su un taxi con altri due turisti che, a differenza della maggior parte dei passeggeri del traghetto, rimangono a Krabi invece che spostarsi direttamente a Phuket via terra.
Lasciati i bagagli in albergo, ne approfittiamo per fare un giro nella cittadina di Krabi prima che arrivi la pioggia. Ci fermiamo a mangiare in un ristorantino musulmano (non abbiamo capito perché, ma qui ci sono un sacco di esercizi musulmani, probabilmente la comunità è molto presente).
Krabi town non sembra offrire gran che, tranne un buon numero di caffè molto carini. Ci sono gruppetti di turisti che come noi vagano alla ricerca di qualcosa da fare in attesa del maltempo. Saliamo al tempio (Wat Kaew) – unica cosa da “visitare” in città – ma dopo tutti i templi meravigliosi che abbiamo visitato, questo non ci dice veramente niente.
Finiamo per infilarci in un centro massaggi (Body Kneads) a goderci il foot massage più bello che abbia mai fatto.
Quando usciamo la pioggia ha notevolmente rinforzato. Rientriamo in albergo a guardarci un film.
Al momento di cena proviamo a mettere il naso fuori, ma la pioggia è decisamente troppa anche per le nostre super mantelle comprate a Chiang Mai. Facciamo quindi dietrofront e mangiamo nel tristissimo ristorante dell’albergo.
Il tempo non è niente di speciale ma è in peggioramento quindi decidiamo di fare ugualmente stamattina il giro delle baie più belle di queste isole.
Partiamo su una long tail boat, le barche in legno tipiche di questa zona.
Ci fermiamo prima allo shark point vicino al porto dove spesso stanno gli squali adulti. Il mare è leggermente mosso quindi l’acqua è un po’ torbida. Vediamo qualche pesce colorato ma di squali neanche l’ombra.
Ci spostiamo su Koh Phi Phi Lee.
Qui ci fermiamo prima alla Viking Cave, grotta in cui le rondini fanno i nidi che, come scoperto a Bangkok al ristorante cinese, sono considerati una vera prelibatezza. Per questo all’ingresso delle grotte c’è un guardiano che vive qui tutto l’anno e si arrampica nelle insenature della roccia grazie a dei lunghi pali di bambù per raccogliere i nidi.
La seconda tappa è la Pileh Lagoon, una baia quasi chiusa in cui l’acqua cristallina non fa un’onda. Nonostante il cielo sia ancora grigio, qui l’acqua brilla tantissimo!
Nella baia successiva riscendiamo in acqua con le maschere: qui dopo una breve nuotata arriviamo in una piccola insenatura rocciosa sulla sinistra della baia e a un braccio di distanza sotto di noi una dozzina di piccoli squaletti girano in tondo in cerca di piccoli pesciolini per colazione. Ad un certo punto mi ritrovo da sola con loro…e mi scorre un brivido lungo la schiena.
La tappa successiva è la famosissima Maya bay. Questa baia meravigliosa purtroppo è stata sovra sfruttata dal turismo quindi a giugno scorso il governo ha deciso di chiuderla per permettere ai coralli di ripopolarsi. Riusciamo a vederla da dietro le boe e, complice il fatto che sia completamente sgombra dalle barche turistiche, sembra davvero speciale!
L’ultima tappa è la spiaggia delle scimmie (Monkey Beach). Questa baia è popolata da simpatiche scimmiette che vivono sulla spiaggia e sulle rocce circostanti a picco sul mare. Ad un certo punto vedo una cosa muoversi nell’acqua: è una scimmia che nuota!! Non avevo idea sapessero anche nuotare, sono troppo carine…
Torniamo in hotel e trascorriamo il resto del pomeriggio in spiaggia (anche se il sole continua a non farsi vedere) a leggere. La sera dopo cena andiamo a ritirare i biglietti del traghetto per la prossima isola: Koh Ngai.
Arriva la brutta notizia: c’è un ciclone in arrivo e tutti i traghetti per le altre isole domani sono sospesi! Inizialmente sembra solo una piccola allerta ma più arrivano le informazioni più capiamo che è una cosa seria e attiviamo il piano di emergenza di rientro sulla terraferma: domani si rientra a Phuket (da dove abbiamo il volo per Bangkok) e speriamo in bene!
Il programma della giornata si prospetta alquanto noioso per il lungo trasferimento che ci separa dalle isole andamane. Gli eventi non mancano però di mettere un po’ di peperoncino (bruciante) alla nostra giornata.
Prendiamo la macchina e ci dirigiamo in aeroporto dove la riconsegneremo. All’alba del terzo giorno con guida sulla destra posso finalmente dire che sono abbastanza a mio agio nel traffico thailandese non sempre facile. Arriviamo al cancello dell’aeroporto e sbaaaaaam arriva un colpo fortissimo da dietro. Un taxi non ha visto che eravamo ferme al semaforo rosso e ci è entrato dentro in pieno! Dopo essermi assicurata che Manu stia bene, mi preoccupo un po’ di come gestiremo la situazione e come faremo a prendere in tempo il nostro volo!
Per fortuna un poliziotto testimone dell’accaduto accorre in nostro aiuto. Non sempre in questi paesi l’arrivo della polizia semplifica le cose invece sono super piacevolmente stupita da come si preoccupa di aiutarci nonostante non parli una sola parola d’inglese.
Accorre anche un ragazzo della Hertz che ci dice di non preoccuparci che si occupa lui del resto. Siamo molto sollevate e con un forte dolore alla cervicale entriamo in aeroporto.
Chiang Rai dista 2 ore di volo da Phuket. Avevamo prenotato un taxi per raggiungere il porto (1h di macchina) cosa di cui siamo state veramente contente viste le code per prendere un taxi all’uscita dell’aeroporto!!
Il traghetto parte dal Rassada Pier abbastanza puntuale e in 2h30 arriviamo a Koh (isola) Phi Phi. Il tempo è grigio ma il mare è comunque cristallino e le long tail boats che aspettano i passeggeri con le loro bandiere colorate sopra, mi mettono gia allegria!! Il nostro hotel è raggiungibile solo via mare quindi dopo una ventina di minuti – alquanto bagnati – arriviamo al Relax Beach: un nome un programma.
Le camere sono delle casette di legno carinissime appollaiate su dei tronchi di legno, mi ricordano le casette costruite sugli alberi.
Ci accoglie un meraviglioso arcobaleno che per la prima volta nella mia vita vedo completamente intero.
Mangiamo un bel dentice appena pescato arrostito sul fuoco!
Partiamo abbastanza presto con la macchina in direzione di Chiang Rai. Sono circa 3 ore di macchina, ma prima di arrivare ci fermiamo per qualche detour molto interessante.
Il primo è il famoso White temple, un tempio recentissimo (1997), fatto da un artista thailandese, tutto in stucco bianco e vetrini che brillano sotto il sole.
Ha sicuramente tutto un altro valore rispetto ai templi visti finora ma l’impatto è davvero impressionante. Anche l’interno è molto particolare infatti gli affreschi rappresentano scene apocalittiche contemporanee (per esempio la caduta delle torri gemelle) mescolate a personaggi dei cartoni (Superman, Hello Kitty, Pokémon,…). Sicuramente è valsa la visita.
Lungo la strada attraversiamo il SinghaPark (si riconosce perché il simbolo è il leone d’oro della birra Singh riprodotto in gigante all’entrata del parco) , dove si possono scoprire i segreti della coltivazione del the (oggi purtroppo il museo era chiuso per capodanno). Il parco è molto carino e l’abbiamo attraversato tutto in macchina per goderci la vista delle piantagioni di the.
Arrivate a Chiang Rai visitiamo il tempio Wat Phra Kaew dove era conservato il Buddha di smeraldo che oggi è al Grand Palace di Bangkok.
Interessante vederne una riproduzione da vicino dato che quello vero è posto talmente in alto che ci vuole la lente d’ingrandimento. Per il resto il tempio non è particolarmente memorabile.
La terza tappa della giornata è il BlueTemple (Wat Rong Sear Tean).
Anche questo è contemporaneo, anzi non ancora completato, e la sua caratteristica è che il colore dominante di tutto il tempio è il blu, cosa assolutamente insolita se non unica. Decisamente più kitch del tempio bianco ma fa comunque una certa impressione è sono contenta di esserci fermate.
Mangiamo lì davanti in un baracchino e proviamo il Khao Soi, piatto tipico di questa regione con noodles all’uovo in parte bolliti in parte fritti e croccanti, in un brodo di curry rosso e latte di cocco: delizioso!
Come al solito nessuno parla inglese ma quando si tratta di cibo non so come ma ci facciamo sempre capire!!
Prima di rientrare in città visitiamo il Baandam museum, un villaggio museo costruito da un famoso artista thailandese, composto di 40 casette di legno nero (Baan=casa, dam=nero) tutte di dimensioni e forme diverse l’una dall’altra.
L’artista ha voluto rappresentare qui la sua visione dei precetti buddhisti in contrapposizione con le più tradizionali espressioni quali quella del White Temple. Nelle costruzioni sono conservate numerose opere dell’artista e la sua collezione di pezzi d’arte raccolti durante la sua vita. Fra questi ci sono parecchie pelli di animali (coccodrilli, serpenti, orsi,…) la cui presenza ci ha un po’ rattristato. Tralasciando questo elemento, il luogo è molto suggestivo e molto interessante.
La cosa che mi è piaciuta molto delle visite di oggi è che ci hanno dato una visione dell’effervescenza artistica contemporanea di questo paese in cui la modernità si mescola alla tradizione in modo rispettoso ma creativo al tempo stesso.
Proseguiamo verso nord dirette al giardino botanico che troviamo chiuso. In compenso esso si trova all’interno dell’università di Chiang Rai quindi facciamo un giro per il bellissimo campus.
Torniamo in centro, è l’ora dell’aperitivo. Ci dirigiamo verso il Night Bazar, il mercato serale. Oltre a bancarelle di artigianato e articoli locali, c’è una piazza piena di tavolini. Tutto intorno decine di mini stand di cibo da cui prendere da mangiare. Vorremmo provare un sacco di cose ma la cosa che ci attira di più è l’hot pot, un braciere con sopra una pentola di terracotta piena di un brodo piccante e dentro al quale bisogna cuocere verdure, uovo e carne che vengono portati crudi in un cesto. Ne proviamo uno di pollo…super buono!
Ci dirigiamo poi verso la torre dell’orologio. Questo è considerato il punto centrale della città. Questa torre dorata è stata costruita dallo stesso artista che ha costruito il White temple (lo stile è effettivamente riconoscibile). Alle 7, 8 e 9 di sera, per 5 minuti dalla torre esce una musica e delle luci colorate le fanno cambiare colore. La torre è carina, lo spettacolo molto kitch e niente di speciale.
Finiamo la giornata mangiando un padthai davanti al residence in cui alloggiamo: il più buono che abbiamo mai mangiato!! 🤩