Day 8 – Samarcanda

Iniziamo la nostra giornata a Samarcanda dal mausoleo di Tamerlano. Qui, oltre alla tomba dell’emiro, c’era un albergo per accogliere i dervisci (asceti islamici) e una madrasa per i figli dei militari.

Tamerlano era di estrazione abbastanza umile ma era amico di diversi potenti che ha prima sfruttato per accrescere il suo potere e poi eliminato per espandere il suo dominio fino a creare un vasto impero che andava dall’Anatolia alle rive del Gange passando per l’Egitto. Nella sua bandiera c’erano infatti tre pallini che rappresentavano i 3 continenti su cui si estendeva il suo potere.

All’interno sono sepoliti, oltre a Tamerlano, anche due suoi nipoti, di cui uno è il famoso studioso Ulugh Beg, e alcuni dei suoi figli – Tamerlano aveva 18 mogli ma sono giunte notizie solo di 4 figli, di cui alla sua morte ne era sopravvissuto solo uno. Qui si trova inoltre uno sceicco dell’Islam, riconoscibile come persona sacra dal pendaglio di crine di cavallo che pende sopra alla sua tomba. La parte bassa dell’interno del mausoleo è fatta di onice, mentre le decorazioni della parte alta sono di cartapesta dipinta.

Andiamo poi alla piazza Registan. Il nome significa sabbia rossa, in quanto si dice che qui tagliassero le dita a chi commetteva reati quali furti.

Questo divenne un luogo estremamente importante per lo sviluppo della cultura del regno in quanto, fra il 1400 e il 1600, furono costruite tre madrase, le scuole dove si studia il Corano: Ulugh Beg, Tilya-Kori e Sher-Dor. Gli studenti vivevano nelle scuole, in delle stanze che condividevano con un altro studente, dove al piano di sotto studiavano e al piano di sopra soppalcato dormivano. Lo studio di ciascuna materia richiedeva un percorso di 3 anni ma gli studenti studiavano qui per circa 10 anni approfondendo diverse materie.

La madrasa di Ulugh Beg è la più antica e risale al regno timuride (1420). Nella madrasa Tilya-Kori (che significa “dorata”), risalente al 1660, vi è anche una grande moschea, appunto dorata. Sulla facciata della madrasa Sher-Dor, del 1636, sono rappresentate delle tigri, scelta molto interessante dal momento che viola il divieto nell’Islam di raffigurare esseri viventi sugli edifici religiosi.

Visitiamo poi la moschea di Tamerlano anche chiamata moschea di Bibi-Khanym, dal nome di sua moglie, attorno alla quale è nata una leggenda. Si narra che mentre Tamerlano era in viaggio, la moglie chiese ad un grande architetto di costruire una grandiosa moschea per sorprendere il marito al ritorno dal suo viaggio. L’architetto accettò ma si invaghì di Bibi e le disse che non avrebbe finito la costruzione a meno di non ricevere da lei un bacio. Bibi accettò ma il bacio lasciò un segno che il marito notò e, preso dalla furia, fece giustiziare l’architetto ed impose che tutte le donne portassero un velo davanti al volto in modo da non far cadere in tentazione gli uomini che non fossero loro mariti.

Legenda a parte, la moschea era uno dei più ambiziosi progetti architettonici dell’epoca ma ebbe dei grossi problemi strutturali e di scelta dei materiali e dopo poco la cupola e i minareti iniziarono a sgretolarsi. A metà del 20esimo secolo era ridotta a un cumulo di rovine ma i russi, riconoscendo l’importanza storica di questo luogo, come delle madrase di piazza Registan, procedettero ad un’importante opera di restauro (forse un po’ troppo massiccia ed invasiva ma che sicuramente ci permette oggi di proiettarci bene in quello che era lo splendore e l’imponenza di questo luoghi).

Ci fermiamo per pranzo e per un giretto al Bazar. La qualità dei souvenir non è un gran che ma mangiamo un buon pane sfogliato. In realtà è tutto quello che riusciamo a mangiare perché lo street food in Uzbekistan non è per niente sviluppato (l’unica cosa che si trova a volte sono i samsa, delle specie di fagottini di pasta ripieni di carne).

L’ultima tappa di questo tour è la meravigliosa necropoli di Shah-i-Zinda, che significa “il re vivente”, dalla legenda che narra che un cugino di Maometto, dopo essere stato decapitato per la sua religione, abbia preso la sua testa e sia andato a vivere proprio qui in un pozzo profondo e che ancora viva.

C’è anche un’altra legenda che ruota intorno a questo luogo. Si dice che bisogna contare gli scalini di accesso a questo complesso. Se la conta è la stessa in ingresso ed in uscita, allora l’anima è pura, altrimenti è impura…per fortuna il mio conto era uguale sia in salita che in discesa!

La necropoli è formata da una serie di mausolei, affiancati lungo una stradina, e da alcuni altri luoghi sacri tipo alcune moschee. Tutto è decorato con splendide maioliche, dai colori tipici, e si sviluppa verso l’alto come se andasse verso il cielo…che luogo meraviglioso!

Qui si conclude purtroppo la nostra bellissima esperienza Uzbeka…grazie a tutte le splendide persone che mi hanno accompagnato nella scoperta di questa terra, con allegria e passione da veri viaggiatori (Lorenzo, Martina, Claudia, Carlo, Lorenzo, Giorgia, Giampiero, Laura, Andres, Flavio, Giacomo)!

Ci vediamo al prossimo viaggio!

Day 7 – Samarcanda

Dopo una fresca, breve, notte nella Yurta, riprendiamo il bus in direzione di Samarcanda. Nonostante i km siano poco più di 200, il viaggio dura più di 4 ore.

Appena rinfrescati in hotel, partiamo per una prima scoperta della città. Iniziamo dalla Moschea di Hazrat-Hizr, con il mausoleo di Islam Karimov, primo presidente uzbeko. La moschea si dice sia la più bella moschea attiva di Samarcanda…sicuramente la struttura esterna è bella ma dentro non è proprio niente di che (ed è pure super puzzolente…) quindi spero ne vedremo di più belle!

La seconda tappa è l’osservatorio di Mazar Ulugh Beg, nipote di Tamerlano, grande studioso che ha governato Samarcanda e ha dedicato gran parte della sua vita allo studio e alla diffusione della scienza, principalmente nella madrasa che fece costruire e che porta il suo nome. In questo osservatorio, del 1400, rimane parte di un enorme quadrante di 40 mt di raggio che era utilizzato per la misurazioni del mezzogiorno.

Facciamo una passeggiata nell’antico quartiere ebraico, dove sorge la sinagoga ancora oggi attiva nonostante siano rimasti in città non più di qualche centinaio di ebrei. Iniziamo la nostra passeggiata dal mausoleo di Abu Mansura Maturidi, famoso teologo islamico, che vediamo solo da fuori. Il quartiere ebraico è separato dalla zona delle meravigliose madrase del Registan da un alto muro ed è un dedalo di stradine, con strane traiettorie, ricurve, solo parzialmente asfaltate, con canali di scolo a cielo aperto, i tubi del gas che passano in bella vista sopra le nostre teste. I bimbi giocano per strada; anche qui si vede il melting pot etnico di questo paese, con tagiki, uzbeki, russi che giocano insieme a cui, in questo quartiere decisamente più povero, si aggiungono gli zingari, che anche qui sembrano più isolati fra loro. In questo momento stanno rifacendo le tubature cittadine dell’acqua in questa zona quindi le persone vanno ad attingere l’acqua con dei boccioni di plastica da pozzi esterni.

Stasera facciamo una cooking class per imparare a cucinare il plov, piatto nazionale con riso pilaf, carne e carote. Veniamo accolti in una casa con un grande cortile dove è apparecchiata una tavolata per noi. La padrona di casa ci guida nella preparazione del plov, cucinato in un grande braciere nel cortile. Per prima cosa fa friggere dei grandi pezzi di carne in olio di semi e di lino (non posso ripensare alla quantità di olio che c’era perché il piatto poi se l’è bevuto tutto!); una volta ben rosolati, aggiunge le immancabili cipolle, una valanga di carote tagliate a bastoncini, cumino e pepe. Dopo un po’ aggiunge uvetta e ceci bolliti e ricopre con un altro strato di carote. Aggiunge un po’ d’acqua e lascia cuocere coperto per 30 min, poi aggiunge sopra il riso lasciato a mollo mentre cuoceva il resto e ricopre con un po’ d’acqua. Lascia cuocere coperto per un’altra mezz’ora. Mentre aspettiamo i passaggi della cottura, mangiamo gli antipasti e facciamo balletti di gruppo.

Prima di andare a dormire non possiamo farci mancare una prima visita notturna al mausoleo di Tamerlano e alla piazza del Regiastan. Già al mausoleo rimango molto affascinata dalla bellezza di questo imponente monumento.

Ma è quando arriviamo dinanzi alle madrase del Regiastan che rimango letteralmente a bocca aperta! Decidiamo di fare il biglietto ed entrare – anche se abbiamo già pianificato la visita con la guida domani – ma, essendo già tardi, riusciamo a goderci la magia di questo luogo reso ancora più suggestivo dalle luci e dal silenzio.

Buonanotte Samarcanda…

Day 6 – Nurata e Aydarkul

La giornata inizia con una tempesta di vento…e di conseguenza di sabbia. Anche senza tutto questo vento, la quantità di terra che c’è nell’aria è così tanta che basta appoggiare il telefono sul tavolo 10 min per ritrovarlo coperto da uno stratino di sabbia gialla. Io non ho mai avuto così tanta allergia alla polvera nella mia vita, passo le giornate a starnutire e a sfregarmi gli occhi!

Partiamo subito con un pulmino, direzione Nurata. Dopo 3 orette arriviamo in un luogo particolare: il complesso della sorgente di Chashma, che si dice sia sgorgata dove il genero del profeta Maometto piantò il suo bastone nella terra. Il complesso consiste di una moschea, un mausoleo e qualche altra costruzione religiosa costruiti intorno ad un fiumiciattolo, pieno di trote sacre, da cui i fedeli attingono l’acqua sacra che si portano via in piccole taniche.

Sulla collinetta subito dietro si possono vedere i resti di una fortezza di Alessandro Magno, costruita intorno al 300 A.C. per difendere Nurata dai nomadi della steppa che provenivano da nord: bisogna saperlo perché non c’è nessun cartello né si coglierebbe l’importanza storica del luogo ad occhio nudo. Dall’alto c’è però una migliore vista sul complesso della fonte e sullo sfondo si vedono i monti Nuratau, alti poco più di 2.000mt.

Nel complesso sacro siamo quasi gli unici turisti stranieri ma questo pullula di turisti locali, che, come sempre, ci guardano straniti ed incuriositi. Incontri ravvicinati del terzo tipo prima di ripartire con i bagni, gremiti di donne, alcune sulle turche, come sempre con le porte aperte, altre che si lavano i piedi come parte delle abluzioni preparatorie alla preghiera e poi riappoggiano i piedi sul pavimento sudicio e melmoso. Ho anche visto una mamma raccogliere da quel pavimento una corona di taralli caduti al bambino e ridarglieli da mangiare: un’esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno!

Ripartiamo e viaggiamo per un’oretta in mezzo ad un deserto di sabbia e arbusti su una strada lunga lunga e diritta, direzione lago di Aydarkul, un bacino artificiale creato nel 1969. Non lontano dal lago, sorgono alcuni campi di Yurte, le tradizionali tende kazake rivestite di pelle di cammello, che saranno le nostre case per stasera. Il nostro campo, Quizilocum Safari Yurt Camp, è composto da una ventina di tende bianche, poste in cerchio intorno ad un falò centrale.

Dopo pranzo, facciamo una gitarella al lago. Dall’alto sembra quasi mare, ha un colore scuro, la superficie è leggermente increspata dal vento. Trascorriamo qualche ora sulla spiaggia, leggendo e passeggiando. Qualcuno mette le gambe nell’acqua ma nessuno osa tuffarsi…troppo freddo! Il panorama è molto piacevole ma purtroppo la zona è infestata da moscerini che, appena cala un pochino il vento, ci ricoprono la faccia ed il corpo. La spiaggia è anche piena di scarabei giganti!

Rientriamo al Camp e riusciamo a goderci un bel tramonto dall’alto di una duna. La cena è tradizionale: una serie di antipasti di verdura cruda (diverse insalate di barbabietole, cavoli, pomodori, …), a seguire una zuppa, con riso, patate, carne ed infine uno stufato di patate e carne. Ormai dopo qualche giorno mi sento di poter riassumere la cucina Uzbeka così: variazioni sul tema di 5 elementi principali ovvero carne, patate, cipolle, carote, pane. Per fortuna la versatilità di questi elementi ha favorito la creatività nelle diverse regioni e quindi i piatti variano abbastanza da posto a posto, soprattutto i diversi modi di preparare il pane, di cui stiamo stilando una classifica.

Dopo cena ci aspetta un bel fuoco con un cantore Uzbeko che si accompagna con una specie di mandolino e suona musiche tradizionali. Quando finisce rimaniamo intorno al fuoco e intoniamo Vecchioni…”Ridere ridere ridere ancora…non è poi così lontana Samarcanda…” – domani coroneremo il sogno di vedere questo posto leggendario.

Day 5 – Bukhara

Bukhara è una cittadina di 2.500 anni in cui oggi vivono circa 300.000 persone.

La parola Bukhara vuol dire tempio e questo deriva dal fatto che inizialmente era un centro buddhista e zoroastrista; solo dal 9 secolo è diventata un importante centro islamico nel quale, grazie alle sue madrase (scuole coraniche) e alle sue biblioteche, si sviluppò un’intensa attività culturale che diede, tra l’altro, i natali a grandi poeti. A partire dal 14 secolo, la città fiorì grazie al commercio della via della seta, con i suoi caravanserragli in cui si vendevano prodotti di ogni tipo provenienti da ogni angolo dell’Asia e non solo.

Nel 1920, l’arrivo del socialismo, interruppe tutte queste attività, sia religiose che culturali che commerciali e fino alla sua caduta, nel 1991, Bukhara, come del resto tutto il paese, attraversò un momento di stallo.

Iniziamo la nostra visita da Piazza Lyabi Khause, che vuol dire vicino al laghetto. Ancora oggi in mezzo a questa piazza c’è un bacino d’acqua. Tutto intorno si sono conservati diversi edifici storici: in primis alcune madrase, dalla tipica struttura a 4 gallerie e 2 piani, quello inferiore per studiare e quello superiore per dormire.

Poi vediamo un’altra struttura che era un dormitorio per i sufi, i mussulmani asceti, i saggi, anche chiamati “quelli della panchina” dove i compagni del Profeta erano soliti dispensare parole di saggezza e benedizioni agli imprenditori di Medina.

Qui veniamo avvicinati da un grande gruppo di turisti Uzbeki (qui troviamo molto turismo nazionale) che, come capita molto spesso, ci chiede di fare foto con loro.

Visitiamo poi quelli che erano alcuni dei più importanti caravanserai: questi erano i luoghi dove risiedevano i commercianti in visita – caravanserai vuol dire infatti palazzo dei commercianti – ed erano organizzati per regione di provenienza: Cina, India, …Sono dei cortili con al centro uno spazio ribassato dove avveniva il commercio e una parte più rialzata dove si trovavano le stalle e dove alloggiavano i mercanti.

Quando, nel 16 secolo, Bukhara è diventata la capitale del commercio, sono stati costruiti anche numerosi trading domes, delle strutture commerciali, con una cupola centrale da cui partivano diverse gallerie. Ogni dome aveva la sua funzione: uno per il cambio, un altro per il commercio dei gioielli,… Oggi ne rimangono in piedi 4.

Visitiamo poi la Moschea Maghoki-Attar prima tempio dei zoroastristi, poi trasformata in moschea dove ebrei e mussulmani pregano insieme. Sulla bellissima facciata si trovano ancora alcuni simboli del zoroastrismo, come il triangolo che simboleggia la triade di buoni pensieri, buone azioni e buone parole…insomma l’impossibile!

Il più grande trading dome era quello per le donne dove tutti i commercianti e le clienti erano donne (nel resto delle strutture commerciali esse infatti non erano ammesse e anche qui potevano accedere solo tutte coperte con una rete di crine di cavallo a mascherare il viso); quando volevano provarsi degli abiti, le porte del dome venivano chiuse.

Arriviamo in una piazza con 2 Madrase che si guardano. La prima, Madrasa Ulugh Beg, risale al 15 secolo, la seconda, la Madrasa Abdoullaziz Khan, del 17esimo, è stata costruita in grande sfarzo per superare in bellezza la sua dirimpettaia, per finire però decorata solo per metà perché erano finiti i fondi! Entrambe le facciate sono decorate con mosaici dei colori caratteristici dell’Islam: bianco, blu, giallo e verde che rappresentano i colori della natura.

A Bukhara erano famosi per la produzione di lame e coltelli ma soprattutto di spade quindi visitiamo un laboratorio che li produce ancora oggi da generazioni.

Nei complessi delle madrase c’erano solitamente 3 edifici: la scuola, la moschea con il suo minareto ed un mausoleo. È proprio questa la struttura di Khalon, con il suo minareto, il più alto della città, la sua grande moschea e l’unica madrasa ancora attiva della città, in cui è conservato il mausoleo del suo committente.

Il minareto risale al 12esimo secolo. La prima funzione dei minareti era naturalmente quella di chiamare le persone alla preghiera ma questi fungevano anche da torre di avvistamento e, in terzo luogo, come faro per indicare ai viaggiatori nel deserto la strada verso Bukhara.

Ma come mai questo minareto è giunto fino a noi, a differenza di quasi tutto il resto che è stato distrutto? La legenda racconta che quando Gengis Khan è arrivato qui, ha dovuto alzare così tanto la testa per vedere la cima che gli è caduto il cappello. Per raccoglierlo si è dovuto chinare e rialzandosi si è accorto che il minareto l’aveva così fatto inchinare a lui e per rispetto non l’ha distrutto.

Andiamo poi a visitare la cittadella fortificata, costruita per la prima volta nel 4 A.C. ma crollata o distrutta molte volte, naturalmente una delle quali è quando è arrivato Gengis Khan nel 13 esimo secolo che l’ha bruciata. Dal 14 secolo è diventata residenza dei sovrani ma nel 1920 è stata bombardata distruggendone la gran parte.

Nonostante ciò, un 20% degli edifici all’interno delle mura è rimasto integro e si può visitare: una piccola moschea, la sala del trono, le stalle, la piazza in cui i questuanti potevano rivolgere richieste al sovrano – per mezzo dei suoi servitori – ed il balcone da cui il sovrano si affacciava per assistere alle esecuzioni che avvenivano nella piazza antistante le mura della cittadella. Dall’alto della cittadella c’è anche una bella vista sul complesso di Khalon.

Gli ultimi 3 monumenti che visitiamo sono nella parte nuova di Bukhara: Boloi Hobuz – la moschea più alta della città in cui l’emiro veniva a pregare il venerdì per stare in mezzo alla gente comune – il mausoleo Chashmai Ayub – in memoria del profeta che aveva fatto uscire l’acqua dalla terra – ed il mausoleo di Ismoil Samony – una bellissima piccola costruzione in pietra che era stata sotterrata nella sabbia per non essere distrutta da Gengis Khan, piena di simboli zoroastristi e con mattoni esterni dipinti con rosso e bianco d’uovo per decorarli.

Finiamo il nostro tour al grande bazar della città moderna. Facciamo scorta di frutta secca di ogni tipo per il deserto di domani.

Dopo un giretto di shopping (in cui per poco non mi portavo a casa un tappeto di 2mtX3mt che sarebbe stato di comodo imbarco in aereo!) ci godiamo un hammam in uno dei due bagni storici della città. Rispetto agli hammam che ho visitato fino ad oggi, in cui mi hanno strigliata con sapone di Aleppo e guanto di crine, questo è una delicata coccola (decisamente turistica) ma sicuramente un momento di piacevole relax alla fine di un buon numero di kilometri a piedi!

Day 4 – da Khiva a Bukhara

Stamattina riprendiamo il treno in direzione di Bukhara. Il treno è lo stesso del treno notturno con le cuccette. Il viaggio dura 7 ore. Sono in scompartimento con una signora, un nonno e un ragazzo giovane. Il ragazzo si sdraia sopra di me a dormire e non lo vediamo più fino all’arrivo. La signora mi vede palesemente deperita e mi nutre con grande insistenza per tutto il viaggio con Samsa, biscotti, cioccolatini…Il resto del tempo prega con il corano sulle gambe.

Il nonno è tenerissimo…mi sorride e prova a parlarmi in Uzbeko, gli dico che non capisco; tenta con il russo, colgo 2 parole e a quel punto non smette più di parlare pensando che io sappia il russo. Non serve neanche che la signora gli dica che sono italiana e non parlo le loro lingue…lui continua imperterrito a parlarmi. Io ad un certo punto mi metto a leggere e spero se ne faccia una ragione…!

Passiamo un paio d’ore nel vagone ristorante, anche questa volta il luogo più iconico del treno. Ci sono solo uomini; ogni tanto il treno ferma in mezzo al nulla e salgono altri uomini, probabilmente operai delle ferrovie. Sembrano stanchi, bevono té e ci osservano incuriositi.

Il panorama è lo stesso da quando siamo partiti: un’immensa distesa desertica gialla.

La cosa che continua a colpirmi è il melting pot etnico rappresentato dagli uzbeki: la loro storia all’incrocio di alcuni ceppi nomadi uzbeki e tagiki che si sono incontrati con quello russo e quello mongolo da luogo a fattezze e accostamenti che non avevo mai visto prima.

Arriviamo a Bukhara e già la discesa dal treno ci lascia un’impressione molto diversa. C’è da dire che la stazione del treno di Bukhara è a 30 min di macchina dal centro e, a giudicare a prima vista, in una zona molto povera. Mi colpisce che veniamo avvicinati, oltre che dalla solita mandria di taxisti abusivi che ci propongono “best price” e che ci ripetono di non usare l’app YandexGo perché “problem” (sicuramente di sottrazione del mercato per loro)…da un gruppetto di bambini, vestiti di stracci, sporchissimi, che ci circondano e ci chiedono le elemosina in maniera molto insistente…in certi paesi è la normalità ma qui non ci era mai successo e mi lascia un po’ quel amaro in bocca del turismo di massa sfruttato…“male”.

Arriviamo nel centro dentro alle mura, già a prima vista si intuisce la rilevanza storica di questo luogo!

Prima di cena facciamo un giretto nei cortili interni delle madrase storiche oggi riconvertite in piccoli bazar di souvenir e botteghe di artigiani. In due madrase troviamo anche spettacoli di danza e musica tradizionali e anche qui si vede la mescolanza di culture: in uno la musica e le danze sono chiaramente di stampo russo, in un altro di stampo mediorientale.

Day 3 – Khiva

Incredibilmente dormiamo tutti come bebé cullati dal treno. Al risveglio ricomincia la negoziazione incomprensibile con il capo vagone: potremo o non potremo arrivare a Khiva?!

Un ragazzo Uzbeko che parla un po’ di inglese ci spiega che “si, il treno arriva a Khiva, ma dato che il nostro biglietto è solo fino a Urgench, il capovagone è disposto a prendersi la responsabilità di portarci fino a Khiva ed eventualmente ricollocare i passeggeri che avevano prenotato il nostro posto, ma insomma…la sua responsabilità non è gratis.”

Troviamo un escamotage: gli offriamo un po’ di sigarette che lui si fuma nello spazio fra i vagoni. In particolare si esalta per le sigarette arrotolate a mano con il tabacco sfuso, dato che scopriamo che qui lo vendono solo sul mercato nero.

Senza troppi ulteriori intoppi arriviamo a Khiva.

Depositati i bagagli in hotel e rinfrescati alla bell’e meglio partiamo per il walking tour di Khiva.

Iniziamo da una breve lezione su come si cucina il pane tradizionale uzbeko: ci insegnano come fare l’impasto, come bucherellare e decorare le pagnotte e come infornarlo, appiccicandolo dall’alto sulle pareti di un forno conico fatto di fango e paglia (operazione per niente semplice senza scottarsi!).

Pranziamo nello stesso posto: finalmente vediamo tante verdure! Involtini di melanzane, spaghetti di carote marinati, insalata di cavolfiori, zuppa di patate e fagioli (mempe), ed infine verze e peperoni ripieni di carne e riso con delle verdure di contorno…sono felice! Come da tradizione, il pasto è accompagnato da the caldo, che viene bevuto in delle coppette. Finiamo il pasto con un dolcino, una specie di biscotto ripieno di ricotta…che dopo un primo boccone che lascia tutti perplessi, ci ha convinto!

Khiva mi sembra subito un gioiellino. Divenuta patrimonio dell’unesco nel 1990, la città risale quasi tutta al 18esimo e 19esimo secolo ma è molto ben conservata e dà un’idea abbastanza precisa della vita della comunità islamica del tempo con le sue moschee, madrase (scuole coraniche) e botteghe di artigiani, tutte racchiuse in una cinta muraria alta circa 10 metri. La maggior parte di queste strutture sono state costruite dai Khan (governatori) dell’epoca.

La parte antica della città, all’interno delle mura, si chiama Ichan-Qal’a, mentre la parte moderna, in cui vivono i residenti di Khiva, rimane fuori dalle mura.

Ci incuriosisce subito il fatto che vendano ovunque colbacchi di pelo di ogni forma e fattura. La guida ci spiega che questi cappelli di pelo erano una parte fondamentale dell’abbigliamento della gente, sia in estate che in inverno e, a seconda dei modelli, indicavano il mestiere della persona.

Visitiamo poi una madrasa, scuola coranica, in cui studiavano i giovani a partire dai 12 anni.

Questa in particolare, Madrasa Mohammed Amin Khan, è stato oggi convertito in hotel. Il suo bellissimo portale, del 1850, rappresenta dei melograni, simboli di fertilità ed in questo caso della ricchezza del sapere del luogo. A fianco c’è un minareto molto ben decorato ma alto solo 20 metri su 110 perché non portato a termini (intorno a questo minareto circolano diverse leggende!).

Tutta la città è decorata con maioliche dipinte, diversamente da quanto vedremo, per esempio, a Bukhara dove invece le decorazioni erano principalmente fatte da mosaici.

Poi visitiamo il Palazzo Kuhna Ark del governatore. C’è una grande sala esterna, chiusa su 3 lati per pregare 5 volte al giorno ma garantendo il ricircolo d’aria per stare più al fresco possibile nelle torride giornate estive (già oggi a fine aprile il caldo non scherza!). Tutte le porte che portano alle stanze attigue sono basse, in modo che chiunque entrasse dovesse inchinarsi per entrare in segno di rispetto.

Qui c’è anche la zecca, dove ogni governatore faceva produrre le monete con la sua effigie e dove si stampavano banconote sia su carta che su seta quando mancava la carta.

Visitiamo poi la Madrasa Mohammed Rakhim Khan, museo dei governatori e il mausoleo Pahlavon Mahmud, il luogo più sacro di Khiva, racchiuso in un meraviglioso cortile decorato.

Saliamo poi sul minareto più alto della città, 57 mt raggiungibili con soli 118 scalini…si la proporzione è corretta: sono altissimi e totalmente verticali: c’è chi è salito a quattro zampe, chi è sceso scivolando sul sedere…ma alla fine siamo riusciti tutti a goderci la vista di Khiva dall’alto.

Gli ultimi 2 monumenti che abbiamo visitato sono stati la moschea Juma – grande moschea ormai in disuso, con una capienza di 5000 persone, caratterizzata da delle colonne portanti in legno, di epoche diverse (venivano sostituite nel corso degli anni in base alle necessità), la maggior parte delle quali intagliate e ognuna diversa dall’altra – e il palazzo de re con il suo harem – dove vivevano il re, le sue 4 mogli ufficiali, tutte le sue concubine e la madre del re che era a capo di tutta la casa.

Abbiamo finito la giornata con un po’ di shopping: mi sono comprata un meraviglioso runner per la mia tavola ricamato a mano da una signora Uzbeka molto brava!

Mentre tornavo in hotel, mi sono goduta un meraviglioso tramonto che ha riscaldato tutti i colori di questa splendida città #nofilterneeded!

Abbiamo cenato in una terrazza con una splendida vista sulla piazza centrale del vecchio mercato di Khiva con tutti i monumenti illuminati…uno spettacolo!

Day 2 – Tashkent

Dopo la giornata culturale di ieri, oggi giornata sportiva e adrenalinica: andiamo a fare rafting!

Ci viene a prendere un transfer in hotel e ci porta fino a Khumsan, un paesino a 1h30 a nord di Tashkent. Siamo sul fiume Ugam che viene dal Kazakistan e sfocia poco sotto a dove siamo noi, in Uzbekistan.

A differenza di altre volte in cui ho fatto rafting, qui sono molto spartani. Niente cerate, mute, scarpette…un giubbotto di salvataggio e un caschetto sono più che sufficienti…anche se l’acqua è ghiacciata!!

Anche lo stile di discesa è bello sportivo, la guida ci urla “sir, madam, GOGOGO” in continuazione…e noi non riusciamo a non ridere!! L’acqua che ci arriva in faccia è una vera doccia fredda ma ci scaldiamo remando. Ad un certo punto ci prende un mulinello d’acqua e ci manca poco che ci ribaltiamo…ma belli pieni di acqua, e di adrenalina, ripartiamo sani e salvi!

Dopo poco meno di 1h di discesa arriviamo a destinazione, poco sopra l’estuario del fiume e ci scaldiamo al sole.

Ci consigliano un ristorante (molto) locale per pranzo…il posto è carinissimo e mangiamo su un dastarkhan, il tavolo tipico uzbeko, dove la famiglia si raduna e dove si mangia su dei cuscini con le gambe incrociate. Google traslate non riconosce neanche la lingua del menu e la proprietaria non parla una parola di inglese. Stiamo già per ordinare puntando il dito sul menu quando arriva in nostro aiuto una ragazza giovane che parla inglese e ci fa da interprete. Ordiniamo shashlik (gli spiedini di carne che sembra diventeranno la nostra ancora di salvezza) e pane a volontà…

Rientriamo a Tashkent e andiamo a vedere una delle attrazioni della città, una cosa super kitsch a metà fra un disneyland povero e l’outlet di Serravalle: Magic City!

Ci consoliamo con un caffè, cosa molto difficile da trovare in questo paese.

Per fortuna c’è un bel parco intorno e facciamo una piacevole passeggiata nel verde.

A Tashkent ci si sposta molto facilmente. I taxi o le macchine dall’app YandexGo (simil Uber) sono molto economici e molto rapidi da trovare. La metropolitana collega bene molti punti della città ed è molto bella da vedere in quanto ogni stazione è decorata in maniera unica.

Stasera ci aspetta un’esperienza locale: treno notturno da Tashkent a Khiva. La prima difficoltà sta nel fatto che il nostro biglietto è solo fino a Urgench e non riusciamo a capire se il treno arriverà fino a Khiva o meno. La comunicazione anche qui è molto complicata oltre al fatto che stiamo parlando con un dipendente statale di cui non cogliamo in maniera molto chiara le richieste di mazzette…

Decidiamo di salire e capire lungo il tragitto. Gli scompartimenti hanno 4 cuccette ciascuno, due in alto e due in basso, e il servizio include lenzuola (di cotone!), federa e asciugamano. C’è anche un vagone ristorante dove ci sediamo a chiacchierare e giocare…e in qualche minuto diventiamo l’attrazione del treno!

Devo dire che rispetto alle aspettative (ma anche a certe esperienze di treni notturni italiani)…stiamo al top!

Day 1 – Tashkent

Quest’anno meta un po’ più insolita: Uzbekistan. Ad essere onesta fino ad 1 mese avrei fatto fatica a posizionare questo paese sulla cartina geografica…e a distinguerlo da tutti gli altri “…stan” della zona (Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, …).

Per chi fa fatica come me ci sono un paio di riferimenti che dovrebbero aiutare: ex paese del URSS indipendente dalla caduta del regime nel 1991, situato in quel pezzo di terra fra il mar Caspio e la Cina, stato di Samarcanda e Bukhara città chiave dell’antica via della seta.

La scelta della meta e il fatto di partire con WeRoad, sono stati frutto di una serie di coincidenze…ma questo di solito è solo che di buon auspicio!

Il viaggio da Milano a Tashkent (la capitale) con Turkish Airways prevede uno scalo a Istanbul quindi 2 voli da 3+4h circa. Unico inconveniente è che per massimizzare i giorni l’ho fatto di notte e, considerando 3h di fuso, ho dormito si e no 3h in tutta la notte! Ma naturalmente…non si molla!

Alle 9.30 del mattino siamo già in hotel ed usciamo subito per fare colazione. L’unico posto che sembra vendere qualcosa di commestibile (per noi) per questo pasto è una panetteria koreana. Inizia la fase del “ordino cose a caso perché non ho idea di cosa ci sia scritto e manco google translate mi aiuta”!

Subito dopo partiamo per il nostro primo walking tour alla scoperta di Tashkent.

Iniziamo dal museo di Arti Applicate dove vediamo la produzione dei manufatti artigianali tradizionali come abiti e copricapo tessuti e ricamati a mano, tappeti, oggetti di legno intarsiato, strumenti musicali,…

La seconda tappa è il grandissimo bazar Chorsu, composto da alcune strutture coperte e una grandissima area circostante con bancarelle all’aperto. L’ambiente dei bazar è sempre uno dei miei preferiti in assoluto in ogni città che visito e sono felice di girovagare a lungo fra banchi ricolmi di ogni bontà!

Nella parte della carne scopriamo che Tashkent è famosa per la carne di cavallo, poi vediamo come viene cotto il pane rotondo che accompagna ogni pasto degli uzbeki, lepioshka, spiaccicato contro le pareti di un forno a legna. Dopo averlo provato caldo (delizioso), assaggiamo le loro mandorle e una crema di grano cotto che assomiglia al caramello come vista e consistenza ma molto meno dolce e dicono essere una bomba di energia e vitamine (che mi servono tutte in questo momento)!

Ci dirigiamo verso il complesso di Hazrati Imam. In questo complesso ci sono un importante mausoleo, una vecchia scuola coranica oggi adibita alla vendita dell’artigianato, un museo in cui è conservato un corano originale del 7 secolo molto venerato, una moschea di medie dimensioni e una moschea gigante in fase di costruzione. Visitiamo tutto il complesso sotto un sole che incomincia a diventare molto caldo.

Ritorniamo al bazar per un pranzetto di street food locale. Iniziamo la scoperta dei piatti tipici: shashlik – gli spiedini di carne alla griglia – somsas- delle specie di panini lievitati con un ripieno di carne – plov – riso pilaf con verdure e carne, piatto nazionale – hasip – salsicce fatte con carne, fegato e riso – manty – ravioli al vapore di solito ripieni di carne – besbarmak – straccetti di pasta e carne di cavallo, tipico di Tashkent.

Nel pomeriggio oltrepassiamo il fiume e visitiamo la parte nuova della città – che poi neanche la prima ha l’aria molto storica dato che due grossi terremoti, uno nel ‘800 e l’altro nel ‘900 hanno praticamente raso tutto al suolo.

Camminiamo ai confini del meraviglioso parco del palazzo presidenziale. A fianco a questo c’è un parco pubblico curatissimo in cui è ospitato un mausoleo per i caduti della prima guerra mondiale. Alcune tavole in metallo raccolgono i loro nomi e una fiamma sempre accesa davanti ad una statua di una madre piangente tiene vivo il ricordo.

Vediamo anche il monumento alla libertà con delle grandi cicogne che fanno il loro nido in cima a delle colonne e finiamo il nostro tour con il monumento a Tamerlano, il grande condottiero mongolo, emiro di Samarcanda che portò splendore alla regione.

Ceniamo in un ristorante tipico in cui provo il plov…ma di frutta, con mele, albicocche, uvetta,…uno strano mix quasi a metà fra un salato e un dolce ma molto piacevole!

Felice di essere di nuovo in viaggio e molto fortunata ad aver trovato un gruppo di persone meravigliose con cui condividere questa avventura!