Day 8 – Ulan Bataar

🚙 Ultimo giorno di viaggio: oggi rientriamo a Ulaanbaatar per riprendere il volo verso casa.

La strada è lunga ma, essendo tutta asfaltata, ci sembra quasi una passeggiata! L’unico vero ostacolo è il traffico cittadino: per entrare in città impieghiamo quasi due ore invece dei 30 minuti previsti. Questa è la normalità di Ulaanbaatar, che d’inverno diventa purtroppo la città più inquinata del mondo. Le auto si ammassano creando ingorghi infiniti e, quando finalmente ripartono, sfrecciano rischiando (e spesso causando) incidenti 🚦.

🎶 Prima di cena ci aspetta un’ultima local experience al Teatro Nazionale: uno spettacolo di musiche e danze tradizionali. Le aspettative erano basse, temendo qualcosa di troppo turistico, ma rimaniamo piacevolmente colpiti. Ogni regione del paese viene raccontata attraverso i suoi costumi, le sue danze e le sue melodie, con una breve introduzione su come il paesaggio abbia influenzato la cultura. I costumi sono meravigliosi, i ballerini bravissimi e lo spettacolo si conclude con un’orchestra completa. Colpisce come nessuno strumento sia identico ai nostri, eppure ciascuno abbia un corrispettivo: piccoli strumenti a corde che ricordano i violini, altri più grandi simili a viole, e via così 🎻.

🍸 Dopo lo spettacolo torniamo pian piano nella “modernità”: prima un aperitivo con un Negroni in un locale elegante dalle luci soffuse, poi cena in un ristorante raffinato con tovaglie, calici e piatti decorati, e infine una serata danzante in un bar con dj set e persino un camino finto alle pareti 🔥. Chiudiamo in bellezza con una bottiglia di Eden, la vodka locale che ci ha accompagnati in tante serate mongole 🥂.

💭 I saluti sono sempre un misto di emozioni: un po’ di tristezza per la fine di un’esperienza così bella, di scoperta e di rapporti umani ricchi, e allo stesso tempo la serenità di tornare a casa arricchiti, più aperti e con il desiderio di continuare a scoprire le meraviglie del nostro pianeta e dell’umanità che ci circonda. 

Un grazie enorme alle persone incontrate in questo viaggio e che l’hanno reso unico: Stefano, Roberto, Fabio, Andrea, Nicola, Francesca, Teresa, Silvia, Simona, Giorgia, Elisa, Sara.

Un grazie speciale ad Andreea, la nostra coordinatrice WeRoad, che con pazienza, energia e sorrisi ha saputo accogliere i nostri bisogni, le nostre diversità, i nostri momenti euforici e le nostre fatiche e farci arrivare in fondo anche alle giornate più faticose con il sorriso.

E il grazie più grande va alla mia amica Chiara 💕: con coraggio, entusiasmo ed un pizzico di incoscienza, una sera di luglio, si è lanciata con me in questa avventura, donando sorrisi, dolcezza ed energia a tutti. Senza di lei, questo viaggio non sarebbe stato lo stesso.

Ciao Mongolia 🇲🇳💙, sei stata una magnifica scoperta: i tuoi paesaggi e i tuoi sorrisi resteranno impressi nel mio cuore. Chissà, magari un giorno ci rivedremo…

La Whites

Day 7 – Famiglie Nomadi & Karakorum

Oggi è giornata di attività “local” 🐂.

Alle 7 usciamo dalle nostre ger, ancora calde grazie alla stufa, per andare a mungere gli yak della famiglia. Le donne della famiglia fanno uscire i piccoli dal recinto: corrono subito verso la mamma per succhiare la loro colazione 🍼. Dopo qualche minuto vengono riportati indietro e le mamme vengono munte. Proviamo anche noi… ma scopriamo presto che sembra molto più facile a guardare che a fare!

Per un’altra esperienza local ci cimentiamo persino a montare uno yak 😅.

Nel frattempo il padre della famiglia sella i cavalli e parte al galoppo per controllare gli altri animali al pascolo.

A colazione assaggiamo i prodotti caseari di yak: latte appena munto, yogurt e una deliziosa cagliata fresca 🥛.

Giochiamo un po’ con la bimba più piccola della famiglia e poi la mamma benedice noi e la nostra macchina con il latte di yak per augurarci un viaggio sicuro.

🚙 Con un’oretta di macchina raggiungiamo un’altra famiglia nomade, che ci accoglie per il pranzo e ci propone nuove attività locali. Impariamo a tirare con l’arco 🏹, a ballare una danza tradizionale 💃, a sfrecciare in moto nei prati… ma soprattutto andiamo a cavallo nella steppa, come veri Mongoli 🐎. Sopra di noi i nibbi volano radenti, mentre ci godiamo un pranzo eccellente nella loro ger.

🌾 Dopo una mattinata immersa nella vita nomade, ci dirigiamo verso l’ultima tappa del nostro viaggio: Karakorum. Il ritorno alla “civiltà” è quasi traumatico: dopo sei giorni di totale isolamento, i primi segni di urbanizzazione ci sembrano quasi estranei.

Karakorum ha una storia affascinante e travagliata. Fondata intorno al 1220 da Gengis Khan nella valle dell’Orkhon, in un luogo strategico e fertile, esattamente fra l’est e l’ovest del paese, come centro amministrativo e politico dell’impero, raggiunse il suo massimo splendore sotto il figlio Ögedei: era una città multiculturale e multi-religiosa, con templi buddisti, moschee e chiese cristiane.

Nel 1260 Kublai Khan trasferì però la capitale a Khanbaliq (l’odierna Pechino), e Karakorum iniziò a decadere, fino a essere rasa al suolo nel 1388 dall’esercito cinese della dinastia Ming.

Nel XVI secolo la zona rinacque con la costruzione del grande monastero buddista di Erdene Zuu, primo della Mongolia, edificato proprio con le pietre delle rovine della capitale. Nel 1872 il monastero contava 62 templi attivi e 1500 monaci residenti, ma nel 1936 fu colpito dalle purghe sovietiche: solo 18 costruzioni sopravvissero. Dal 1994 sono protette dall’UNESCO, permettendoci oggi di ammirarle 🛕.

🌙 Trascorriamo l’ultima sera nelle ormai familiari ger… anche se qui, rispetto ai giorni scorsi, il livello di comfort è quasi “lussuoso”, e quasi fastidioso rispetto all’autenticità vissuta finora.

Day 6 – Orkhon Valley

Iniziamo la giornata con la visita al tempio di Ongi… o meglio, di ciò che ne resta. Fondato nel 1660, era uno dei più grandi e influenti centri religiosi della Mongolia: comprendeva 28 templi, 4 scuole buddiste e ospitava oltre 1000 monaci.

Nel 1939 però il complesso fu completamente distrutto durante le purghe del regime comunista, e i monaci vennero giustiziati.

Solo dopo la caduta del comunismo, nel 1990, tre monaci che avevano studiato lì da giovani tornarono per iniziare la ricostruzione. Oggi si possono visitare un piccolo tempio e un museo con alcuni oggetti di culto recuperati dalle rovine.

🚐 Riprendiamo il viaggio verso nord. Oggi è il compleanno di un ragazzo del gruppo 🎉: ci fermiamo in mezzo alla steppa per un brindisi improvvisato con birra e patatine 🍻🥔.

Il pranzo lo facciamo in un villaggio, in un locale che sembra una sala da cerimonie: sedie con fiocchetti bianchi e un palco con strumenti musicali pronti all’uso.

Dopo un paio d’ore di strada, il paesaggio cambia all’improvviso: entriamo nella valle dell’Orkhon, che si apre verdissima grazie al grande fiume che la attraversa.

In fondo alla vallata si trova la cascata Orkhon, conosciuta anche come Ulaan Tsutgalan – la “confluenza rossa” – perché nasce dove il fiume Ulaan (“rosso”) si unisce all’Orkhon.

La cascata, alta 25 metri, si è formata circa 20.000 anni fa dall’azione combinata di eruzioni vulcaniche e terremoti: il fiume oggi scorre su suggestive rocce basaltiche ⛰️💦.

Con il tramonto ci concediamo una passeggiata lungo il fiume: l’atmosfera è bucolica, tra pecore che pascolano e piccoli alberelli che punteggiano il paesaggio 🌳🐑.

Dopo tante tante ore di strada, arriviamo finalmente con il buio al nostro campo ger, dove una famiglia di allevatori di yak ci accoglie con una cena calda e genuina 🏕️. Ci fanno assaggiare i loro prodotti caseari: latte fermentato di yak e yogurt di yak, dal gusto intenso e sorprendente. 🥛🐂

Day 5 – Flaming cliffs

⏰ Mi sveglio alle 3 del mattino con il rumore della pioggia battente e del vento che scuote la tenda. La ger si impregna subito dell’odore di feltro bagnato (chi non l’ha mai sentito pensi… al cane bagnato 🐕💦).

Fatico a riaddormentarmi, ma resto ad ascoltare la natura.

Al risveglio, la sorpresa: siamo passati dai 39°C di ieri ai 14°C di oggi… meno male che la doccia l’ho fatta ieri sera!

Ripartiamo in direzione delle Flaming Cliffs, ma dopo neanche mezz’ora il nostro Soviet2, il mitico pulmino verde, si ferma con un brutto rumore metallico. L’autista scende e vediamo una barra penzolare dal semiasse anteriore 😱. Panico: siamo in mezzo al deserto!

Il team mongolo – guide e autisti – comincia subito a confabulare, a tirare fuori attrezzi e a studiare la situazione. Il team italiano invece… tira fuori il cellulare 📱 e inizia a chiedere a ChatGPT quale pezzo si sia rotto, con tanto di foto.

Dopo un attimo di incertezza in cui pensiamo che manchi il pezzo di ricambio, l’autista di Soviet1 pesca da sotto il sedile il pezzo rotto, si mette la giacca di pelle, accende una sigaretta 🚬 e, sotto la pioggia, prende in mano la riparazione. Noi, come massimo contributo, scopriamo che si tratta della barra antirollio e che viaggiamo su un UAZ Bukhanka, un pulmino sovietico tanto spartano quanto (dicono) indistruttibile.

Da dietro i finestrini osserviamo il lavoro sotto la pioggia. Quando sentiamo martellare forte 🛠️ chiediamo di nuovo a ChatGPT se sia una soluzione valida: risposta? Su questi mezzi sovietici il martello è spesso la soluzione!

Dopo meno di mezz’ora il guasto è sistemato e ripartiamo. Ma i colpi di scena non sono finiti: l’autista di Soviet1 si accorge di aver dimenticato il cellulare al campo e deve tornare indietro. Noi proseguiamo… con un po’ di ansia. Dopo un’ora lo vediamo comparire nello specchietto retrovisore, in una nuvola di polvere bianca.

Poco più tardi, nuovo imprevisto: dalla portiera di Soviet2 si stacca un pezzo 😅. Lo recuperano al volo e decidono di bloccarla al prossimo villaggio.

Il viaggio prosegue per un centinaio di chilometri immersi nella nebbia e nelle nuvole basse, tra vallate che ieri ci erano sembrate brulle e grigie e che oggi, invece, appaiono coperte da un manto giallo dorato. Le piogge hanno trasformato il paesaggio.

Sulla strada enormi pozzanghere riflettono la luce come neve ❄️, ma quando le jeep ci passano sopra sollevano schizzi di acqua rosso fuoco. Assistiamo anche a una scena surreale: l’autista di Soviet1 apre la portiera mentre guida, infila la testa sotto il pulmino per controllare un rumore sospetto… decisamente acrobatico! 🤸

Arriviamo infine con un buon ritardo in un villaggio, dove ci aspetta un ristorante tutto in legno che sembra catapultato da Stoccolma 🇸🇪.

Qui – come quasi sempre – i piatti sono stati preordinati al mattino, perché fra ordine e arrivo del cibo non passa mai meno di un’ora. A furia di esperienza, ormai funziona così.

Dopo pranzo ci dirigiamo finalmente alle Flaming Cliffs. Le avevamo già incontrate, “sulla carta”, al museo di natural history, dove sono conservati i fossili dei dinosauri rinvenuti da Chapman e le spedizioni degli anni ’20 proprio qui.

Le cliffs sono imponenti formazioni rocciose rosse 🔥 che si stagliano nel mezzo del nulla. Negli ultimi anni in questa zona piove molto più del normale, e così il deserto non appare grigio e ocra come ci aspettavamo, ma punteggiato di piccoli arbusti chiamati saxaul. Il colpo d’occhio è incredibile, quasi da parco americano.

Camminiamo lungo le creste fino al punto dove, per la prima volta nella storia, furono trovate uova di dinosauro 🦖. Poco più in là, enormi cammelli finti ricordano il passaggio della Tea Road, la grande via commerciale che attraversava la Mongolia.

Riprendiamo la marcia verso il monastero di Ongi, ma la strada è lunga, disconnessa e resa fangosa dalle piogge. Il sole tramonta regalando colori pazzeschi, rosa e arancio, che tingono le nuvole.

Ci rendiamo conto però che il monastero è ancora lontano e che l’oscurità incombe. I driver ci rassicurano che arriveremo in tempo, ma senza mappe consultabili non ci resta che fidarci.

Facciamo una sosta “bagno-natura” 🚻 poco dopo il tramonto e capiamo che il monastero, per oggi, è rimandato a domani mattina.

E quasi come per magia, proprio con le ultime luci del crepuscolo, avvistiamo in lontananza il nostro campo per la notte.

È buio, la cena è quasi pronta 🍲… la doccia, invece, potrà aspettare. Ah no, giusto: domani saremo ospiti di una famiglia locale che… la doccia non ce l’ha proprio! 🚿🙃

Day 4 – Gobi Desert

Dopo un necessario – e ormai quasi rituale – pit stop al minimarket, ripartiamo verso il deserto del Gobi, dove dormiremo stanotte.

Lungo la strada ci fermiamo presso una famiglia locale: i nostri driver ne approfittano per mangiare e noi trascorriamo mezz’ora a giocare con i bambini della famiglia.

Basta un pallone per diventare subito grandi amici. Vivono in maniera molto semplice – come tutte le famiglie nomadi che abbiamo incontrato finora – ma con grande dignità. Le ger sono pulite e i bambini, pur giocando tutto il giorno nella polvere, sono curati e accuditi, grazie alla sorella maggiore che si occupa di loro.

Dopo un po’ di tratto asfaltato, torniamo off road. Questa volta, però, il paesaggio è diverso: iniziano le montagne e la strada passa dentro una specie di gola… uno spettacolo 🤩.

Decidiamo di fermarci per un picnic in un punto meraviglioso, circondati da queste colline rocciose. In due minuti – con il loro spirito pratico – i nostri autisti parcheggiano i furgoncini formando un riparo dal vento e ci godiamo il pranzo: il classico pollo con ananas e riso.

Poco dopo aver ripreso la marcia incontriamo un pulmino di turisti fermo sul ciglio della strada: gli si è rotto il braccetto della ruota. I nostri driver (che ormai abbiamo capito essere uomini dalle mille risorse 💪) si fermano, tirano fuori mezza officina portatile e, tra martellate e grasso, riescono a sistemare tutto.

Nel frattempo noi ci godiamo un momento di chill, passeggiando sulle colline vicine (e regalando un po’ di tregua al mio collo 😅).

Salendo sulla collina più alta, all’orizzonte vediamo quelle che, a prima vista, sembrano cime innevate… e invece sono le dune del Gobi!

Entriamo finalmente nel deserto con le jeep. La guida sulla sabbia è molto più morbida rispetto alle pietraie dei giorni scorsi.

Arriviamo al nostro camp tendato, dove – miracoloso – c’è perfino un piccolo baretto all’ombra 🍻. Fuori ci sono 39°C, quindi ne approfittiamo per un’oretta di riposo con birra, patatine e qualche sana risata.

Alle 17 partiamo per l’ascesa alla Khongor Sand Dune. Da lontano non sembra troppo impegnativa, ma più ci avviciniamo più diventa… verticale 😳.

Iniziamo la salita, piano piano diventa sempre più ripida e finiamo con gli ultimi 300 metri a 45% di pendenza! Proviamo a camminare normalmente ma ad ogni passo in sù corrisponde un mezzo passo in giù; poi proviamo a puntare le punte dei piedi come se salissimo sul ghiaccio ma dopo poco i polpacci bruciano; finiamo per salire a 4 zampe a piedi nudi e scarpe infilate nei palmi delle mani. Dopo 1h30 di sudata fatica, arriviamo in vetta! 

Dopo 1h30 di sudata fatica arriviamo finalmente in vetta! 💥 Non possono mancare una birretta e una ripresa con il drone al tramonto!

La giornata si chiude con un brodo di carne e verdure con pane morbido da inzupparci dentro.

Day 3 – Yolyn Am Valley

Ci svegliamo nella nostra lussuosa ger e facciamo colazione local con una zuppetta biancastra con verdure e, naturalmente, carne. Per convincerci a mangiarla ci diciamo che dalla consistenza sembra piena di collagene…che dopo la notte nel deserto, sicuramente male non fa!

Continuiamo il nostro tragitto verso sud 🚙.

La prima tappa della mattina è il Gobi Museum of Nature and History, il museo di storia naturale. La parte più spettacolare? I dinosauri, senza dubbio 🦖🦕

In questa zona del deserto del Gobi – in particolare nell’area di Khermen Tsav e nelle vicine Flaming Cliffs – le spedizioni guidate da Roy Chapman Andrews negli anni ’20 portarono alla scoperta di importanti fossili, tra cui le prime uova di dinosauro mai rinvenute.

La nostra guida, un ragazzo di soli 16 anni, ci illustra con orgoglio tutti i reperti esposti e ci racconta qualche dettaglio sulle diverse specie di dinosauro… fiero come se li avesse scoperti lui!

Per pranzo ci fermiamo per un Bibimbap, una ciotola di pietra bollente ripiena di riso e verdure 🥕🍚 (primo pasto senza carne da quando sono arrivata… colazioni incluse!).

Dopo l’ennesimo giro di giostra sulla jeep in mezzo al deserto – con scosse e salti annessi (il mio collo ringrazia sempre 😅) – arriviamo alla Yolyn Am Valley.

“Yolyn Am” in mongolo significa “gola dell’avvoltoio barbuto”, perché qui vivono (e un tempo erano numerosissimi) i lammergeier, grandi avvoltoi tipici delle montagne del Gobi. In zona si vedono anche diverse aquile 🦅 e ovviamente le loro prede: i pika, piccoli roditori che sembrano un incrocio tra una marmotta e un criceto.

Fino a due anni fa questa vallata era completamente ghiacciata, ma il surriscaldamento globale ha fatto sciogliere definitivamente lo spesso strato di ghiaccio.

Camminiamo lungo il fiume alla base della gola, un po’ arrampicandoci sulle rocce, un po’ camminando nell’acqua 💧. La luce radente della fine del pomeriggio tira fuori dei colori pazzeschi dalle pareti rocciose!

Chiudiamo i nostri 270 km di sterrato in un piccolo ger camp, completamente nel nulla: ci siamo solo noi, circondati da colline steppose 🏞️ sulle quali ci arrampichiamo per goderci il tramonto in pieno silenzio.

Day 2 – White stupa

Si parte!

Dopo poche (pochissime!) ore di sonno, si parte con i nostri nuovi mezzi di trasporto: due minivan sovietici che sembrano usciti direttamente dagli anni ’80 (anche se hanno solo qualche anno di vita) e una jeep 🚙 – con uno starlink attaccato al tettuccio – nella quale prenderò residenza fissa nel tentativo di salvare le poche vertebre che mi sono rimaste attaccate al collo… o almeno questa è la speranza!

Lasciamo Ulan Bataar sotto un diluvio battente ☔… se possibile, ancora più grigia e cupa di ieri.

Dopo qualche sosta strategica per cambiare i soldi e fare rifornimento, inizia l’attraversata della steppa. Il paesaggio è super omogeneo: distese sterminate, piatte e un po’ brulle, nei toni del verde e del giallo. Quando dobbiamo fare la pipì dato che non c’è neanche un arbusto, creiamo improbabili tende protettive con parei e ombrelli.

Per fortuna ci pensano gli animali a dare un po’ di vita a tutto questo: cavalli 🐎, cammelli a due gobbe 🐫, montoni… disseminati ovunque.

Per pranzo ci fermiamo in un ristorante dotato di una pomposissima sala conferenze (che qui rappresenta la sala d’onore). Ci servono pollo all’ananas 🍍🍗 su una splendida tovaglia di velluto nero… elegantissimi.

Poi ripartiamo per la nostra lunghissima traversata verso il campo ger che ci ospiterà stanotte.

Lungo la strada ci fermiamo a visitare una famiglia di allevatori di cammelli. Possiedono circa 200 capi che pascolano liberi nei dintorni. Vicino alle tende tengono solo i cuccioli nati a marzo, che devono ancora essere nutriti dal latte materno. Ogni volta che la mamma si avvicina per allattare, gli allevatori aspettano che il cucciolo abbia finito… e poi mungono quel che rimane 🥛, utilizzandolo per produrre il latte fermentato (bevanda tipica, leggermente alcolica), il formaggio essiccato che mangiano come snack e un distillato simile alla vodka. Vendono anche la lana del cammello con cui si producono tessuti pregiati 🧶.

Entriamo nella loro ger e ci offrono i loro prodotti: passo il latte (tra lattosio e condizioni igieniche non me la sento 😂) ma assaggio volentieri il formaggio – buono, anche se super saporito, tipo crosta di pecorino – e il distillato, poco saporito ma piacevole. Intorno alle ger corrono liberi decine di cavalli (una meraviglia vederli così liberi e potenti) e moltissimi montoni.

Dopo infiniti – e dolorosi – 450 km arriviamo finalmente al Gobi Mhulan Tourist Camp, un campo tendato composto dalle classiche ger bianche e tonde usate dai nomadi mongoli ⛺.

Il tempo di lasciare gli zaini e risaliamo in macchina per andare a vedere il tramonto alla Tsagaan Suvraga, la famosissima White Stupa.

Una scogliera calcarea gigantesca, in mezzo al nulla, circa 420 km a sud di Ulan Bator. Le pareti, alte tra i 30 e i 60 metri, sfumano dal bianco al rosso, passando per arancione e giallo – sembra letteralmente un canyon dipinto 🎨.

Ci godiamo la golden hour con una birra gelata 🍺 e colori da cartolina.

Per cena, bbq mongolo di montone, tenerissimo e super saporito. E, per chiudere la giornata in bellezza, una cupola di stelle ⭐️ così vicina che sembra quasi di poterla sfiorare con un dito.

Day 1 – Ulan Bator

Si parte!!

Dopo un breve scalo a Francoforte, atterro finalmente a Ulan Bataar, capitale della Mongolia. Già all’aeroporto faccio conoscenza con i miei primi compagni WeRoad.

Alle 5 del mattino, con l’alba, saliamo su un taxi e ci dirigiamo verso il centro: da lontano sembra Gotham City… grattacieli grigissimi, molti ancora in costruzione, veri e propri scheletri avvolti da una nuvola di smog. Nonostante l’ora prestissima c’è già un traffico importante e perfino qualche incidente con macchine completamente spappolate – mi è subito chiaro che qui guidare (bene) non è esattamente uno sport nazionale.

Una doccia e un pisolino in un vero letto mi rimettono un minimo in sesto, soprattutto perché sono ancora reduce dal tamponamento in motorino che mi ha lasciato due dischi schiacciati e due vertebre disallineate… inutile dire che le ore in aereo sono state una tortura!

Mi sveglio affamatissima, ma mangiare si rivela più complicato del previsto: sedersi in un ristorante qualunque significa aspettare almeno un’ora anche solo per dei semplici dumplings. Dopo un paio di tentativi andati male, mollo il colpo e trovo un minimarket che alla cassa vende dei bao caldi… e vabbè, meglio di niente!

Nel primo pomeriggio ci incontriamo tutti per la prima volta e partiamo per la visita della città.

Iniziamo dal museo di Gengis Khan dove, guidati da una guida estremamente orgogliosa delle sue origini mongole (praticamente mancava solo dicesse che anche la pizza è nata qui), ripercorriamo la storia dell’Asia centrale e della Mongolia.

A seguire visitiamo il museo nazionale e facciamo un giro intorno alla piazza centrale, anche se – sinceramente – non c’è molto da vedere.

Per cena andiamo in un ristorante tipico mongolo: parto con il classico brodo di carne e verdure e poi passo ai ravioli al vapore di montone (molto buoni ma con dentro una quantità di spicchi d’aglio quanti non ne avevo mai visti in un solo piatto…naturalmente scartati!).

Andiamo a bere una Vodka locale in una specie di food court all’aperto ma dopo poco inizia a diluviare ed il rientro a casa si trasforma in una vera e propria doccia!

Domani si parte verso sud… destinazione deserto del Gobi! 🔥🐪

Day 9 – Machu Picchu

È arrivato il giorno della meraviglia del mondo: Machu Picchu. La sveglia è come al solito alle 4.30, ci prepariamo e ci mettiamo in coda per prendere i pullman che ci portano in cima alla montagna di Machu Picchu (Machu = vecchio o grande, Picchu = montagna). 

Il sito archeologico richiede un’organizzazione pazzesca, ogni ora dalle 6 alle 17, 24 pullman portano i turisti da Aguas Calientes all’ingresso del sito a 2.400 mt di altitudine, per un totale di più di 5.000 visitatori al giorno.

Entrando, la prima cosa che si vede, è una stupenda vista di queste rovine dall’alto. Machu Picchu, era una cittadina costruita dalla civiltà Quechua nel XV secolo, in un punto strategico dal punto di vista geografico ed astronomico: a nord il monte Machu Picchu, a sud il monte Huayna Picchu, a est e a ovest due dei ghiacciai più alti del Sud America, sotto il canyon del fiume Urubamba, a metà strada fra le Ande e la foresta amazzonica.

Fuori dalle mura della città, c’erano terrazzamenti ad uso agricolo scavati sul fianco della montagna e magazzini per lo stoccaggio degli alimenti. All’interno delle mura, a cui si accede attraverso una porta costruita perfettamente a sud, invece, abitazioni ad uso privato con una sola camera, tranne quella del Inca (che vuol dire Re) che aveva anche un bagno separato, e alcuni edifici ad uso religioso. Molto interessante è il tempio del sole, costruito in modo strategico per cui le cui finestre vengono attraversate perfettamente dal sole nei giorni dei solstizi d’estate e d’inverno. 

Si suppone che la città sia stata fondata dall’imperatore inca Pachacútec, intorno all’anno 1.440 e che sia rimasta abitata fino alla conquista spagnola del 1.532. La città era utilizzata probabilmente come luogo di villeggiatura dal sovrano e la sua posizione rimase segreta a lungo. Ad un certo punto la città fu abbandonata, forse perché stavano arrivando gli spagnoli quindi la popolazione quechua fuggì verso le Ande per nascondersi e la città venne piano piano nascosta completamente dalla vegetazione. 

Rimase così abbandonata fino agli inizi del ‘900 quando fu scoperta per caso da uno storico americano. 

Passeggiamo dentro al complesso delle rovine da cui ammiriamo scorci stupendi sulle montagne. Le emozioni sono tantissime: vedere questo complesso, anche se non poi così incredibilmente antico, riesce a proiettarci in un’altra dimensione, in mezzo alla civiltà Inca; il luogo è sicuramente permeato da una forte energia della Pachamama che cerchiamo di assorbire togliendoci le scarpe e restando in contatto con la terra; vedere Machu Picchu rappresenta un sogno che si avvera per tanti di noi e l’apice di un viaggio desiderato fortemente. È incredibile come le emozioni di ciascuno di noi, sommate e condivise in gruppo riescano ad aumentare così tanto l’intensità di questo momento.

Dopo un paio d’ore in questo luogo magico, incominciamo la nostra discesa verso Agua Calientes. Decidiamo di scendere a piedi lungo un sentiero che attraversa la foresta Amazzonica, piena di uccellini che cantano e tanti altri animali che si muovono fra le fronde. Il sentiero è, per la maggior parte, una scalinata in pietra con gradini larghi che aiutano a scendere come degli alpaca saltellanti. Il clima è totalmente diverso da quello che abbiamo avuto fino ad ora, molto più caldo e soprattutto umido, tanto che arriviamo in fondo dopo 45 minuti gocciolanti ma felici. 

Dopo un pranzo ad Aguas Calientes, riprendiamo il treno per Ollantaytambo. Nonostante il percorso sia lo stesso dell’andata, è talmente bello che non mi stanco di guardare fuori dal finestrino e riempirmi gli occhi di questi paesaggi incredibili. Rientriamo a Cusco in bus e ceniamo in un ristorantino molto carino a San Blas.

L’ultimo giorno è dedicato al rientro a Lima – in aereo per fortuna – e alla visita del quartiere di Barranco, il quartiere artistico della città.

Un enorme GRAZIE alle splendide persone con cui ho conquistato passo per passo e metro per metro questo viaggio: è stato il viaggio più intenso e faticoso che abbia mai fatto ma anche questi piccoli e grandi traguardi quotidiani, hanno fatto parte della bellezza del viaggio. E come dice il nostro coordi…see you soon “In the world” (cit. Adal).

Day 8 – Valle Sagrado (Valle sacra Inca)

Oggi visitiamo la valle sacra Inca con alcuni dei suoi siti archeologici.

Iniziamo da Chinchero dove vediamo i resti di un palazzo inca, dei terrazzamenti che utilizzavano per colture e una chiesa coloniale. Al di là delle rovine, la cosa che colpisce è la posizione e la vista sulle montagne innevate della cordigliera delle Ande orientale. Vediamo anche la tecnica che le donne usano ancora oggi per disidratare le patate e conservarle per anni in vista di possibili carestie. 

A fianco a questo sito archeologico vediamo il cantiere del nuovo aereoporto intercontinentale che stanno costruendo per accedere più facilmente a Machu Picchu.

La seconda tappa sono le saline di Maras: 5.000 vasche, a 3.000 metri s.l.m. che sfruttano una particolare conformazione geografica che fa sì che sgorghi acqua calda e salata (con un quantitativo di sale doppio a quello del mare che viene dallo scioglimento di formazioni di salgemma nelle rocce circostanti) direttamente da una sorgente la quale viene fatta evaporare per estrarre il sale. Quando l’estratto di sale è spesso 7/8 cm, si può raccogliere a mano. Bisogna però poi aggiungere lo iodio per commercializzarlo. Le saline erano sfruttate già in epoca Inca.

La terza tappa di questa mattina è Moray, un luogo dove sono presenti degli strani terrazzamenti circolari di diverse dimensioni. Nel passato sono state fatte molte ipotesi circa la natura di queste strutture ma oggi gli studiosi hanno capito che erano delle serre giganti naturali, utilizzate per fare degli esperimenti o delle ottimizzazioni alle colture. Infatti gli Inca hanno sfruttato degli avvallamenti naturali e vi hanno ricavato dei terrazzamenti che avevano caratteristiche di terreno e temperatura diverse fra loro. Rimango affascinata dall’ingegno e dall’equilibrio estetico di questi luoghi. 

Ultima tappa della mattinata è Ollantaytambo. In questa cittadina, che ha una piazzetta centrale molto carina, ci sono i resti di alcuni templi Inca particolarmente importanti per il culto delle divinità del sole e  della luna, arroccati su una montagna. Per arrivare in cima bisogna arrampicarsi per 200 scalini ma la vista è splendida e permette di ammirare anche i resti di alcuni magazzini dell’epoca che si trovano sulle montagne circostanti.

Ollantaytambo è anche la stazione di partenza del treno Inca Rail che ci porta a Aguas Calientes, punto di partenza per visitare Machu Picchu. Questo è un treno esclusivamente turistico che viaggia lungo il fiume Urumbamba, uno dei grossi affluenti del Rio delle Amazzoni, in una stretta vallata lungo le montagne…il paesaggio che ci godiamo dal treno è meraviglioso!