Islanda Westfjords – giorno 7

La mattina inizia con una colazione coccola nella fattoria-museo di Glaumbaer, a 8 km a nord della ring road. Questa antica fattoria, che risale al XVIII secolo, è fatta di casette con il tetto coperto di erba, piene di attrezzi ed utensili dell’epoca. Nella casa più grande si trovano tante salette da té che sembrano quelle delle bambole. Mangiamo tre specialità locali: un pane fritto con salmone, una specie di crêpes con crema e marmellata, una torta di skyr, lo yogurt locale. Questo breve tour è valso veramente la pena.

Riprendiamo la ring road verso ovest e dopo poco più di un’ora lasciamo la strada principale (15 min verso sud) per raggiungere il canyon di Kolugljúfur. Questo breve detour ci porta su un ponte da cui è possibile ammirare un canyon incredibile con tre piccole cascate subito sopra. Tira un vento tale che facciamo fatica a stare in piedi e ci teniamo ben distanti dalle pareti del canyon che ancora una volta sono prive di protezioni.

Ritorniamo sulla strada 1 e continuiamo ancora verso ovest per un’altra oretta. Raggiungiamo così l’intersezione con la strada 68 che ci porta verso i fiordi occidentali (West Fjordur).

La nostra meta è Ísafjörður e per raggiungerlo da sud bisogna superare prima 5 fiordi, alcuni salendo e scendendo da passi di montagna, altri seguendo tutta la costa lungo il fiordo. Anche se potremmo aspettarceli tutti molto simili, in realtà ciascuno ha caratteristiche peculiari che rendono il viaggio molto interessante. Purtroppo il tempo non è particolarmente bello; in cima ad un passo addirittura ci troviamo avvolti in una nebbia fittissima e dobbiamo procedere a passo d’uomo sulla strada sterrata. Per fortuna tira sempre vento molto forte per cui al fiordo successivo ritroviamo un po’ di visibilità.

Facciamo una pausa in un delizioso caffè a Sudavik che sembra essere l’unico luogo abitato nell’arco di molti chilometri. Il caffè Litlibaer è una piccola casetta arroccata subito a monte della strada 68 in cui al piano di sotto ci sono due piccole salette da tè e al piano di sopra due stanze con antichi oggetti della storia della casa. Nonostante l’ora di chiusura (17) sia passata da mezz’ora, i proprietari gentilissimi ci accolgono con un sorriso e ci rifocilliamo con una tazza di tè e un waffle con la tipica marmellata di rabarbaro. Questo frutto infatti è uno dei pochi che cresce in Islanda tutto l’anno.

Subito più a nord del caffè c’è una spiaggia dove spesso si possono avvistare le foche. Noi non le vediamo, ma forse anche loro con questo tempo non hanno voglia di stare in spiaggia!

Arriviamo ad Ísafjörður. Anche se all’inizio questo paesotto sembra abbastanza insignificante, in realtà ha una caratteristica molto particolare. Addentrandoci nel paese verso il mare, troviamo il quartiere antico fatto con case interamente coperte di lamiera colorata.

Subito dopo Ísafjörður, si trova un tunnel (Vestfjarðagöng) lungo 9 km che collega questa città a due altre città: Flateyri a sud e Suðureyri a ovest. La sua peculiarità, unica al mondo, è quella di essere composto da 3 gallerie che si congiungono in un’intersezione a T circa a metà del tragitto più lungo. Inoltre quando il tunnel si divide in due rami diventa mono corsia. Di conseguenza, ogni volta che si vedono dei fari il lontananza bisogna accostarsi in una delle piazzole laterali e far passare l’altra macchina per poi ripartire. I primi metri fanno decisamente paura, poi si prende confidenza e tutto fila liscio!

Arriviamo al Flateyri, piccolissimo paese di pescatori, dove dormiamo in una deliziosa guesthouse nel cuore del paese.

Km: 550

Notte: Flateyri

Voti:

Glaumbaer: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,3/5

Kolugljúfur: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 3,9/5

Ísafjörður: ⭐️⭐️⭐️ 3,2/5

Flateyri: ⭐️⭐️⭐️ 3,3/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Islanda settentrionale e Myvatn – giorno 6

La prima metà della giornata è dedicata alla regione vulcanica di Krafla, a 7km a nord della ring road.

In cima alla strada si trova un nerissimo cratere (anche questo si chiama Víti) dal diametro di 300 m, con al suo interno una pozza d’acqua azzurra che crea un forte contrasto: molto scenografico.

Appena più sotto (verso la ring road) si trova però la parte più interessante di questa zona: Leirhnjúkur. Qui si può camminare tra formazioni vulcaniche, colate di lava e piccoli crateri ancora attivi. Il luogo si formò a seguito di una fontana di lava, durata due anni all’inizio del 1700. I primi punti hanno colori sull’ocra e l’azzurro, con laghetti caldi da cui sale un denso vapore. Più avanti si trovano rocce nere e il terreno sembra apparentemente morto ma se si avvicina la mano si sente il calore salire dal centro della terra. Tutto intorno dalla terra arida salgono sbuffi di aria calda: sembra una terra in cui si è appena conclusa una battaglia e i roghi si stanno ancora spegnendo. Camminiamo per un’ora e mezza in mezzo a questi paesaggi un po’ spettrali.

La seconda tappa sono Hverir (che si trova lungo la ring road), una zona in cui si vede chiaramente l’attività geotermale del sottosuolo. Ci sono pozze di fango in cui ribolle un denso liquido nero, camini di pietra da cui soffia un vapore denso e fortissimo, mini spruzzi di acqua calda che salgono dal terreno e depositi sulfurei.

Hverfjall è il prossimo stop. Saliamo fino alla cima del cratere di questo vulcano formatosi 2700 anni fa a seguito di una devastante eruzione. A differenza dei vulcani visti finora non contiene acqua al suo interno bensì solo sabbia e rocce nere. Camminiamo lungo la sommità del cratere, su un bordo di pietrisco, arrivando al punto più alto per goderci il panorama del lago Myvatn sotto di noi (ci vogliono circa 20-25 minuti). Anche qui siamo sorpresi dalla mancanza totale di protezioni.

Tira un vento fortissimo ed inizia piovere. Raggiungiamo quindi la macchina per mangiare.

Subito dopo visitiamo la grotta di Grjótagjá, diventata famosa per la scena d’amore fra John Snow e Ygritte in Game of Thrones. Ammetto che il luogo è davvero romantico. La pozza blu a 45 gradi è nascosta in una fessura tra le rocce appena visibile dal bordo della strada e si insinua per qualche decina di metri sotto la montagna. Ai turisti non è consentito fare il bagno qui ma ieri la nostra guida ci ha confessato che i locali ci vanno spesso durante la notte a fare il bagno, naturalmente alla maniera islandese: nudi.

Ulima tappe della zona di Myvatn è Dimmiborgir, un vastissimo campo di lava. Qui si ha la possibilità fare alcuni circuiti attraverso formazioni laviche di svariate forme, archi e oblò rotondi. Noi decidiamo di fare due anelli per un totale di 3 km.

Riprendiamo la macchina e circumnavighiamo il lago da sud passando per Skutustadagígar, una zona in cui ci sono una serie piccoli crateri neri e coni di scorie.

Ritorniamo verso nord e ci dirigiamo verso Akureyri.

Lungo la strada facciamo una sosta alla cascata di Godafoss. La cascata prende il nome da un gesto dell’oratore delle leggi nell’anno Mille quando decise che il cristianesimo sarebbe diventata la religione dell’Islanda e gettò in questa cascata le statue pagane delle divinità nordiche. Vale la pena fermarsi per una breve visita a questa cascata che si trova proprio lungo la ring road.

Per arrivare ad Akureyri, ci sono due strade alternative: una attraverso un tunnel a pagamento e l’altra, 16 km più lunga, che passa lungo la costa del fiordo. Noi abbiamo scelto questa seconda alternativa che ci ha ripagate con dei bellissimi scorci sul fiordo. Arriviamo ad Akureyri all’ora dell’aperitivo. Questa è la seconda città dell’Islanda, anche se in realtà sembra più un grosso paese. Si vede però subito la differenza con i paesini che abbiamo attraversato finora. Ci fermiamo a bere una birra locale (al Ölstofa Akureyrar) e proviamo due birre artigianali prodotte qui (Einstok).

Continuiamo per un’altra ora e mezza verso ovest attraversando vallate incantate e cantando a squarciagola. Sembra davvero di essere alla fine del mondo.

È da 3 giorni che vediamo numerosissimi arcobaleni. Spuntano quasi ogni volta che da qualche parte all’orizzonte piove. Lungo questa strada ne vediamo uno incredibile e vicinissimo a cui sembra quasi di poter passare sotto! Davvero non ne ho mai visti così tanti.

Arriviamo a Varmahlíd dove lasciamo la strada 1 (ring road) e ci inoltriamo in una vallata secondaria. Qui troviamo una fattoria che affitta qualche camera. La signora che ci accoglie esce con una maglietta a maniche corte mentre noi abbiamo due pile, due giacche a vento e un cappello di lana calato sugli occhi e sentiamo freddo. Lei non solo ci dice di star bene ma vanta le meraviglie di vivere in questo posto: siamo assolutamente in mezzo al nulla, mi viene ansia solo a pensare di vivere qui!! Compriamo un paté fatto dalla signora con agnello della sua fattoria e ci prepariamo la cena.

Km: 450

Notte: vicino a Hrifunes

Voti:

Krafla: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,4/5

Hverir: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,3/5

Hverfjall: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,1/5

Grjótagjá: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,1/5

Dimmiborgir: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4/5

Skutustadagígar: ⭐️⭐️⭐️ 3,5/5

Akureyri: ⭐️⭐️⭐️ 3/5

Godafoss: ⭐️⭐️⭐️ 3,5/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Islanda Askja – giorno 5

Per la prima volta non ci svegliamo infreddolite, nella nostra piccola capanna di legno. Purtroppo le previsioni metereologiche danno acqua a catinelle ma alle 9 un gigante fuoristrada della compagnia GeoTravel ci viene a prendere per l’escursione al vulcano Askja. (210.000 ISK per 8 persone + 4.800 ISK per persona per pranzo).

Ci ricongiungiamo con Ila ed i suoi amici: la brigata al completo parte per 14 ore di escursione. Dopo pochi km imbocchiamo una strada sterrata (F88) che attraversa il deserto del Myvatn, il deserto più grande d’Europa!

Ci fermiamo subito a sgonfiare un poco le gomme in modo da procedere meglio sulla strada dissestata.

Inizia un paesaggio lunare: terra sabbiosa nera come la pece, grandi fratture nel terreno, scure rocce vulcaniche modellate dal vento e dalla pioggia. La guida ci spiega che questa zona è desertica per la conformazione del terreno molto drenante: appena l’acqua tocca il suolo, viene completamente assorbita lasciando la superficie perfettamente asciutta.

Per chilometri non si vede altro. Improvvisamente dietro una duna appare un’oasi verde: c’è un fiume che attraversa il deserto e irriga le terre circostanti.

Durante la nostra ascesa al vulcano attraversiamo 3 guadi di cui uno è un po’ troppo profondo (e sulla via del ritorno diventa decisamente impraticabile) per dei 4×4 normali. Infatti per chi non ha una jeep adeguata consigliano un altro percorso (F905 e F910), 67km più lungo ma con guadi bassi e affrontabili con macchine normali.

Facciamo uno stop in una località che fa da base ai ranger del parco e dove ci sono una guest house e una zona di camping. Qui, in un buco scavato nel terreno e coperto da pelli di cavallo, un bandito ha trascorso un intero inverno rubando pecore e pescando pesciolini nel fiume vicino: non possiamo neanche immaginare come questo sia possibile considerando le temperature invernali in questo deserto di neve.

La seconda tappa è prevista al campo base del vulcano dove pranziamo e facciamo una passeggiata di mezz’ora dentro un bellissimo canyon che termina con una cascata.

Nonostante le lunghe ore di macchina in mezzo ad un deserto, i paesaggi in continua evoluzione e così lontani da quello a cui siamo abituati, ci tengono gli occhi incollati al finestrino.

Verso le 15 raggiungiamo finalmente il parcheggio del cratere. Usciamo dalla macchina ed inizia a nevicare/grandinare con un vento gelido. Ecco, le previsioni avevano ragione e i colori del cratere non risplenderanno…sono un po’ triste!

Camminiamo sulla neve una mezz’oretta e d’improvviso ci troviamo in cima al cratere più incredibile che abbia mai visto. Come se non bastasse, il vento scaccia le nuvole e il sole fa capolino illuminando l’acqua nel cratere e il lago subito dietro: che meraviglia!

La più grande eruzione del vulcano Askja nel 1875 ha formato un grande lago Öskjuvatn ed una pozza di acqua calda proprio nel cratere del vulcano dormiente, chiamata Víti, che in islandese vuol dire inferno.

Approfittiamo del sole, scendiamo nel cratere (attenzione è molto scivolosa!) e, con coraggio (ci sono pur sempre 8 gradi), ci mettiamo il costume – con grande disappunto della guida che vorrebbe facessimo tutti il bagno all’‘islandese cioè nudi come lui. Ci immergiamo nella pozza di acqua calda (29°). Siamo soli in tutto il lago, sembra di stare in paradiso!

L’esperienza ci fa toccare con mano l’attività vulcanica ancora presente qui: in alcuni punti del lago ci scottiamo i piedi a causa delle fuoriuscite di acqua bollente dal terreno che formano delle bollicine sulla superficie dell’acqua.

Ci rivestiamo e camminiamo lungo i bordi del cratere fino a raggiungere il grande lago formatosi dietro al vulcano. La guida si mette a scavare con le mani fra i sassolini sul bordo del lago e ci fa sentire come in alcuni punti esca acqua calda. Il resto del lago è però freddissimo (d’altronde è ghiacciato per gran parte dell’anno). La conformazione attuale di questo lago è più giovane rispetto alla sua formazione iniziale. Infatti, più di recente, un pezzo di montagna sulla sponda opposta a dove siamo noi si è staccata e, cadendo nell’acqua, ha creato uno tsunami talmente violento da modificare il perimetro del lago e inondare persino il lago Víti.

Riprendiamo la Jeep e ricominciamo a scendere dalla montagna. Sono già le 18 ed il tempo è tornato ad essere nuvoloso e freddo: sembra che la finestra di sole aspettasse solo noi!

Anche lungo il viaggio di ritorno la guida ci racconta un sacco di aneddoti interessanti su questa terra incredibile. Gli chiediamo degli ultimi episodi vulcanici avvenuti qui e ci racconta che dal 2014 al 2018 si sono succedute numerose eruzioni della durata anche di mesi che facevano fuoriuscire dal terreno colate di lava nel mezzo del deserto. È strano immaginare che possa uscire della lava da un terreno pianeggiante!

Ci racconta anche delle spedizioni invernali al vulcano: per salire con solo 2 turisti sono necessarie 3 fuoristrada in quanto molto spesso le macchine si impantanano nella neve, svicolano sul ghiaccio, si rompono…quindi ci vuole sempre un aiuto per risolvere i problemi. Inoltre per l’ascesa sono necessari almeno 2 gg, con 12/14 ore di guida al giorno. Nonostante questo ci racconta di queste spedizioni con gli occhi che brillano, dicendo quanto si diverte ogni volta!

Dopo tre ore di strada ritorniamo al paese di Reykjahlid. Concludiamo la giornata con una cena alla fattoria di Vogafjós con vista sulle stalle delle mucche mangiando formaggi fatti in loco e dell’ottimo agnello.

Km: 260 (di cui 200 su strada sterrata)

Notte: Reykjahlid

Voti:

Askja: ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ 5/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Islanda fiordi orientali – giorno 4

Dopo una lunga doccia e una colazione rigenerante e qualche immancabile goccia di pioggia, ripartiamo, direzione fiordi dell’est.

Le strade che percorriamo sono molto panoramiche: salgono e scendono passi di montagna per arrivare su fiordi molto caratteristici. Una delle cose che ci colpisce lungo la strada è l’assenza totale di guardrail su strette strade sterrate a picco sul mare! È anche vero che ogni poche centinaia di metri ci sono dei lavori in corso quindi il rischio è che fra poco tempo queste strade diventino asfaltate e perdono un po’ il loro fascino.

Dopo qualche ora di viaggio il nostro primo stop è a Seydisfjördur, paesino di casette colorate con una bellissima chiesa che si staglia contro le montagne. C’è anche una caratteristica stradina con una pavimentazione arcobaleno lungo la quale ci sono alcune botteghe di artigiani locali.

Una nave da crociera è appena entrata nel fiordo e sembra un gigante in mezzo alle piccole casette colorate.

Torniamo poi indietro fino alla ring road verso nord. Dopo qualche km raggiungiamo la strada 94 in direzione di Borgafjördur. La strada che percorriamo ci ricorda la valle incantata: enormi prati, un fiume che costeggia la strada, le montagne in fondo la valle,… Arriviamo a Borgafjördur con un meraviglioso tramonto che fa brillare le montagne dei colori dell’arcobaleno. Le uniche attrazioni del paesino sono la chiesetta e una minuscola casa rossa coperta di erba proprio lungo la strada principale del paese.

Proseguiamo per altri 5 km e arriviamo in un minuscolo porticciolo di pescatori che sembra quello del presepio. Camminando lungo una passerella di legno si arriva ad una minuscola isoletta verde in cui d’estate nidificano le pulcinella di mare. Purtroppo in questa stagione questi simpatici uccelli hanno già migrato verso luoghi più caldi.

Ritorniamo sulla strada principale e ci dirigiamo verso il lago Myvatn.

Lungo il tragitto ci fermiamo a Mödrudalur in una fattoria (Fjallakaffi) a qualche km di facile sterrato dalla strada principale. In questo paesino i tetti delle case sono tutti coperti di erba. Questa vecchia fattoria serve piatti locali a km zero con i suoi prodotti. Mangiamo dell’agnello essiccato, una zuppa di muschio e un filetto di agnello con verdurine locali. Una vera delizia!

Al nostro arrivo sul lago Myvatn, a Reykjahlid, c’è il diluvio universale. Per fortuna riusciamo a trovare un mini cottage in un camping dove passare la notte all’asciutto (Hlid camping).

Km: 580

Notte: Reykjahlid

Voti:

Seydisfjördur: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 3,8/5

Borgafjördur: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 3,8/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Islanda sud orientale – giorno 3

Se la prima notte era stata agitata da una tempesta di vento, la scorsa notte è stata tormentata da una tempesta di pioggia.

Per fortuna gli insegnamenti scout di tirare bene il sovrattetto della tenda ci hanno salvato dall’allagamento. Ci svegliamo sole, davanti al ghiacciaio, in mezzo al verde.

Dopo la nostra ormai tradizionale colazione in macchina, ci dirigiamo di nuovo verso ovest, tornando leggermente indietro, in direzione del ghiacciaio Vatnajökull, ghiacciaio più grande Europa (8.100 kmq – quanto l’Umbria), che copre circa l’8% dell’Islanda.

Ci fermiamo a pranzare a Freysnes dove proviamo uno dei piatti più tipici di questo paese: il salmerino (charr), una specie di trota tipica dell’Atlantico del Nord.

Alle 13 abbiamo appuntamento con la nostra guida (Local Guides, costo 27.900 ISK per persona per un tour privato) che ci porterà ad esplorare il ghiacciaio.

Dopo averci attrezzato per camminata e scalata su ghiaccio, montiamo su una gigante jeep Ford (le ruote mi arrivano alle spalle!) con cui ci avviciniamo alla base del ghiacciaio. Durante il tragitto scopriamo che queste macchine hanno un sistema ingegnoso che permette all’interno dell’abitacolo di gonfiare e sgonfiare gli pneumatici per poter avanzare meglio sulla neve. Già qui inizio con un centinaio di domande!!

Alla base del ghiacciaio infiliamo i ramponi iniziamo a zampettare sul ghiaccio. La guida è molto simpatica ed è laureata in geologia quindi ci racconta un sacco di particolari interessanti sulla conformazione del ghiacciaio, delle montagne intorno e del lago formatosi ai piedi. Fa davvero impressione vedere i diversi livelli a cui era il ghiacciaio 20 e 50 anni fa. La velocità con cui si sta sciogliendo il ghiacciaio purtroppo fa pensare che fra 7/10 anni questa lingua di ghiacciaio non esisterà più.

Un’altra particolarità rispetto ai ghiacciai che sono abituata a vedere, è che questo è molto basso: siamo a 1200 m (la cima del ghiacciaio è a 2100 m). Questo fa in modo che le montagne circostanti siano coperte di erba verdissima e che alcune parti del ghiacciaio siano coperte di muschio. Inoltre essendo questo ghiacciaio sopra ad un vulcano, molte delle sue parti sono coperte da detriti lavici.

Dopo una mezz’ora di salita arriviamo alle prime pareti di ghiaccio.

Qui proviamo per la prima volta a scalare sul ghiaccio usando i ramponi e due piccozze. Facciamo alcuni tentativi aumentando sempre di più la difficoltà (solo con una piccozza e poi solo con ramponi e mani!) ma rimanendo su ghiaccio relativamente morbido. Continuiamo poi a salire sul ghiacciaio dove il ghiaccio diventa sempre più azzurro e luminoso. La guida è molto felice di avere solo due clienti che si entusiasmano ad ogni sua proposta e ci guida attraverso un percorso insolito verso la parte più alta e spettacolare del ghiacciaio.

Dopo un’altra oretta di salita arriviamo ad un grosso crepaccio con all’interno una bellissima cascata. Dopo aver preparato le corde, la guida ci dice di calarci dentro al crepaccio e di risalire con le tecniche appena apprese. Già sull’orlo del crepaccio la vista è davvero mozzafiato, ma, anche se legate, l’idea di scendere là sotto e dover ri-uscire da sola fa veramente paura. Una volta in fondo, il rumore della cascata è assordante e il ghiaccio è di un blu intenso come forse non l’ho mai visto. Inizio a piantare le piccozze per risalire ma mi accorgo subito che il ghiaccio qui non è “morbido” come fuori bensì duro come il marmo!! Le piccozze rimbalzano indietro senza alcuna intenzione di fare presa. La paura inizia a salire ma dall’alto la guida mi sorride e capisco che non ho scelta se non di farcela. Al 10º tentativo finalmente la piccozza fa presa e con un sospiro di sollievo mi ci aggrappo e riesco almeno a superare il primo pezzo in pendenza negativa. Dopo 4/5 tiri arrivo a del ghiaccio più morbido e a quel punto sembra così facile che salgo su come uno stambecco! Che esperienza!

Continuiamo la nostra ascesa del ghiacciaio per un’altra oretta e arriviamo nella parte alta del ghiacciaio, lontano dai percorsi degli altri turisti, dove il ghiaccio cambia totalmente conformazione e invece di lunghi faraglioni forma delle torri verticali. Qui ci aspetta la sfida più difficile del percorso. La guida arriva in cima ad un torrione di ghiaccio tutto in pendenza negativa e ci dice di provare a risalirlo con le piccozze. Il ghiaccio qui è ancora diverso: duro ma molto friabile quindi appena si fa forza sulla piccozza piantata, il ghiaccio si sgretola.

Saliamo di qualche metro ma dopo diversi tentativi gettiamo la spugna. Nonostante questo, lo spettacolo del ghiaccio intorno è incredibile.

Scendiamo a valle e riprendiamo la macchina per arrivare ad Höfn dove montiamo la tenda in un campeggio in riva al mare.

Km: 200

Notte: Höfn

Voti:

Vatnajökull: ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,8/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Islanda sud orientale – giorno 2

Dopo una notte in piena bufera, ci alziamo intirizzite, smontiamo la tenda e partiamo in direzione di Brennisteinsalda. La strada (F208 sud) è davvero mozzafiato: passiamo attraverso campi di lava con buffe formazioni che sembrano funghi, prati verdissimi con fiumiciattoli, montagne con tantissimi gradazioni di rosso e marrone, davvero eccezionale.

Dopo un’ora abbondante di strada arriviamo ad un primo guado dove per fortuna un turista francese ci dà delle indicazioni per attraversarlo ma rimane un po’ scettico sulla nostra macchina a suo dire un po’ bassa e senza marce ridotte per i guadi successivi. Infatti ci distanziano dalla meta una decina di guadi sempre più profondi e complessi da attraversare. Dopo qualche riflessione, a malincuore, facciamo marcia indietro sapendo che potremo comunque raggiungere la nostra metà attraverso un’altra strada da nord (F208 nord).

Nonostante questo la strada è stata talmente bella che è valsa il viaggio. Ritorniamo sulla ring road, e proseguiamo verso est, deviando di 3 km a nord, verso il canyon Fjaðrárgljúfur diventato famoso perché Justin Bieber ci ha girato un videoclip. Questo canyon è stato chiuso al pubblico per molto tempo per gli impatti del turismo ma per nostra fortuna ha riaperto a giugno di quest’anno. Camminiamo per mezz’oretta addentrandoci nel canyon che visto dall’alto fa davvero impressione.

Cerchiamo poi un posto per pranzare ma capiamo subito che dopo le due è impossibile. Per fortuna abbiamo le nostre scorte e ci facciamo due panini che mangiamo in macchina.

Entriamo nel parco di Skaftafell. Oltrepassiamo, ma solo momentaneamente, l’immenso ghiacciaio di Vatnajökull e proseguiamo fino alla laguna glaciale di Jökulsárlón. Questa laguna di 25 kmq è diventata estremamente turistica perché immensi pezzi ghiaccio si staccano dal ghiacciaio, navigano nella laguna e si gettano in mare attraverso un fiumiciattolo, creando effetti molto scenografici. Possono metterci fino a 5 anni ad entrare nell’Atlantico. Bisogna sapere che gli iceberg possono essere più azzurri o più bianchi a seconda dell’età del ghiaccio. Infatti più il ghiaccio è antico più è complesso e più risulterà azzurro ai nostri occhi. Dobbiamo ammettere che nonostante i turisti l’impatto è davvero unico. Fa impressione anche pensare che fino agli anni ‘30 questa laguna non esisteva e il ghiacciaio arrivava fino alla ring road. Si sta ritirando 500 m all’anno, creando una laguna sempre più grande.

Camminiamo fino alla spiaggia nera, la Diamond Beach, dove gli iceberg spinti dal fiume nel mare, vengono spinti nuovamente sulla spiaggia dalle onde. In questo momento ci sono tanti iceberg nel mare ma la forza delle onde non riesce a spingerli sulla spiaggia. In compenso ci sono un sacco di foche che giocano fra gli iceberg. Ri-incrociamo Ila e ci scambiamo le prime impressioni di viaggio.

Purtroppo intorno a questo lago ghiacciato non si può più campeggiare quindi cerchiamo un altro posto dove passare la notte. Torniamo un poco indietro ad una seconda laguna, Fjallsárlón, forse un po’ meno famosa ma sperando di trovare un angolino nascosto dove montare la tenda. La laguna e il ghiacciaio davanti a cui ci troviamo sono a nostro parere ancora più spettacolari del precedente.

In lontananza sulla collina antistante la laguna vediamo delle jeep e cerchiamo un modo per raggiungerle. Imbocchiamo una stradina secondaria non segnalata e dopo 15 min di sterrato raggiungiamo proprio il punto che avevamo identificato dal basso: è perfetto. Troviamo un angolo riparato dal vento ma vista ghiacciaio dove montare la tenda. Ci godiamo quindi uno splendido aperitivo con i rombi di enormi serraccate che si staccano dal ghiacciaio e finiscono nella laguna.

Km: 250

Notte: Fjallsárlón

Voti:

Brennisteinsalda per ora solo la strada sud per arrivarci: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,1/5

Fjaðrárgljúfur: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,4/5

Jökulsárlón: ⭐️⭐️⭐️⭐️ ⭐️ 4,6/5

Fjallsárlón: ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,6/5

Islanda sud occidentale – giorno 1

Dopo una notte in un hotel a fianco all’aeroporto, inforchiamo la nostra Suzuki 4 × 4 (Vitara) e partiamo in direzione sud-est. Il programma è di fare il giro del paese sulla famosa ring road (Hringvegur) che segue il perimetro esterno dell’Islanda toccando le mete più interessanti da visitare, in senso antiorario.

La prima tappa è la cascata di Seljalandsfoss dove incrociamo Ila con i suoi amici. La cascata è carina anche se niente eccezionale ma ha la particolarità i poterla ammirare da dietro: molto romantico!

Camminando 10 minuti a sinistra della cascata arriviamo ad un’altra cascata, un po’ più piccola, nascosta dentro ad un canyon a cui si accede saltellando su delle pietre che emergono dal fiume.

Riprendiamo la strada e arriviamo alla seconda: la cascata di Skógafoss. Questa cascata è decisamente più impressionante (fa un salto di 62 m) e la luce del sole che fa capolino fra le nuvole ci regala un meraviglioso arcobaleno a 360° proprio alla base della cascata.

Volendo fare la foto per il blog mi sono letteralmente lavata e ho passato il resto della giornata con i jeans fradici: consiglio non fatelo perché il tempo inclemente di questo paese non perdona!

Terza tappa è il nostro primo ghiacciaio della terra dei ghiacci: il Mýrdalsjökull. Decidiamo di avvicinarlo dalla lingua glaciale chiamata Solheimakokull che è una delle più accessibili (4,2 km dalla ring road). Infatti dopo una breve camminata (800 mt – 10 min) arriviamo in vista di un lago con all’interno alcuni grossi iceberg. Dietro si stagliano montagnette verdi ed un grande ghiacciaio coperto in parte da detriti lavici in quanto questo ghiacciaio nasconde Il vulcano dormiente Katla. La prima cosa che mi colpisce è la bassissima altitudine di questo ghiacciaio, non come quello a cui siamo abituati in Italia.

Facciamo qualche passo sul ghiaccio per ammirare il lago dall’alto.

Proseguendo lungo la ring road arriviamo a Dyrhólaey, un farò a picco su un faraglione di pietra. A destra e a sinistra in questo sperone di roccia ci sono delle spiagge di sabbia nera, davvero suggestivo. I faraglioni si gettano in acqua creando degli archi e dei grandi “oblò “ di pietra con vista sull’oceano.

Facciamo una lunga passeggiata per arrivare fino ad una delle spiagge nere (Hjörleifshöfði).

La tappa successiva è la prima cottadina della ring road: Vik. Qui troviamo un supermercato (l’unico che incontreremo per centinaia di chilometri) dove ci riforniamo di ogni genere provviste per i nostri prossimi pranzi e cene. Secondo step molto importante, la benzina: qui ogni volta che si incontra un benzinaio bisogna ricordarsi di fare benzina, rischio di rimanere a secco nel bel mezzo del nulla.

È ora di cercare un luogo dove piantare la tenda stanotte. Ci inoltriamo su delle stradine di campagna in direzione del Brennisteinsalda, nostra prima tappa di domani, e troviamo una vecchia fattoria aperta ma abbandonata in cui ci avventuriamo e decidiamo di piantare la tenda nel prato antistante.

Concludiamo (o meglio pensiamo di concludere) la giornata con una bellissima cena in compagnia di Ila e dei suoi amici provando le prime specialità culinarie dell’Islanda.

Ed ecco che arriva la parte più impegnativa di tutta la giornata: montare la tenda con raffiche di 50 nodi di vento al buio: non una saggia idea da lupetto!!

Per fortuna la vista al risveglio ha più che compensato lo sforzo!

Km: 450

Notte: vicino a Hrifunes

Voti:

Seljalandsfoss: ⭐️⭐️⭐️ 3,5/5

Skógafoss: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 3,8/5

Solheimakokull: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 3,8/5

Dyrhólaey: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 4,3/5

I voti sono dati cercando di comparare i luoghi visti all’interno dello stesso viaggio.

Ao Nang

Ci svegliamo presto e un semi raggio di sole penetra dalla finestra…ci scappa un grido di gioia!! Saltiamo giù dal letto, recuperiamo i bagagli e in mezz’ora siamo su un taxi dirette alla spiaggia più vicina (Ao Nang Beach).

Ao Nang, a 25 min di macchina da Krabi Town, è il punto di partenza delle long tail boats che portano alle spiagge accessibili solo via mare e alle isolette della zona. Purtroppo quindi c’è un gran via vai di barche con i loro motori scoperti che fanno un gran rumore e un sacco di fumo nero.

Camminiamo lungo la spiaggia, ci allontaniamo dalle barche e troviamo un posticino tranquillo sotto i faraglioni di roccia caratteristici della zona. Finalmente splende il sole e tutto intorno è un’esplosione di colori.

Abbiamo ammonticchiato tutti i nostri bagagli sulla spiaggia e, dato che fa troppo caldo per stare sdraiate sulla sabbia, passiamo gran parte della mattinata nell’acqua bassa a camminare e sguazzare.

Dopo un ultimo Pad Thai e una limonata ghiacciata in riva al mare (al The Last Fisherman Bar), ancora salate e con i costumi bagnati prendiamo il taxi per andare all’aeroporto di Krabi.

Da qui prendiamo un volo per Don Mueang, il secondo aeroporto di Bangkok.

Stanotte dormiremo in un hotel vicino all’aeroporto Suvarnabhumi da cui domani mattina all’alba ripartiremo per rientrare.

Krabi

La mattina crogioliamo in hotel, fuori la pioggia non da tregua e non sembra esserci niente da fare al coperto.

Verso l’ora di pranzo, il peggio sembra passato e decidiamo di concederci un ristorantino carino in centro. Mangiamo benissimo alla Gecko Cabane, gestita da una coppia thailando-francese.

Dopo pranzo approfittiamo di un momento senza pioggia per fare una lunga passeggiata lungo il fiume (Pak Nam Krabi) che costeggia Krabi. Formazioni rocciose coperte di vegetazione lussureggiante, spuntano da in mezzo al fiume creando un bellissimo panorama. Peccato che l’acqua sia molto torbida a causa della pioggia.

Ricomincia il diluvio e ci rifugiamo di nuovo al centro massaggi di ieri, questa volta per un massaggio thai completo.

Ceniamo in un ristorantino tutto in legno vicino all’hotel (Prantalay Seafood) e proviamo il granchio con i noodles…in questa località di mare sembra andare per la maggiore! C’è un ragazzo thailandese che fa musica dal vivo ma ad un certo punto un anziano signore, chiaramente un turista, gli ruba la scena e ci intona Elvis con un “Can’t help falling in love” da brividi.

Phi Phi Islands – Krabi

Ci svegliamo pronte per prendere il traghetto per Phuket. L’albergo ci conferma che il traghetto partirà e ci vende i biglietti, tranquillizzandoci che, anche se i biglietti non sono numerati, avremo posto sul traghetto.

Una volta arrivate all’imbarcadero, ci dicono invece che l’unico traghetto che partirà per i prossimi giorni è quello delle 9 per Krabi (nella direzione opposta alla nostra). Esitiamo su quale sia la migliore strategia, ma alla fine riteniamo più saggio allontanarci il prima possibile dalle isole.

In porto c’è il panico e ondate di turisti corrono da una parte all’altra cercando di capire come scappare e salendo su traghetti stracolmi. Dalle notizie sappiamo che ci sono 50mila persone che,come noi, stanno cercando rifugio dal ciclone.

Ricomprato finalmente il biglietto per Krabi, ci mettiamo in coda per salire e dopo poco il traghetto davanti ai nostri occhi molla gli ormeggi e parte. Si leva un mormorio di rabbia dalla folla, terrorizzata di rimanere a terra. Per fortuna dopo qualche minuto attraccano altri due traghetti che cominciano ad imbarcare passeggeri. Non fanno parte della stessa compagnia di quello prima, ma in qualche modo facciamo accettare il nostro biglietto (comprare un terzo biglietto no eh!).

Il mare è molto grosso e in questo traghetto entra acqua da tutte le parti. Per fortuna il viaggio dura solo due ore, tempo sufficiente di pianificare le prossime mosse. Per prima cosa prenotiamo un aereo da Krabi a Bangkok, per avere un’alternativa di rientro sulla capitale. Poi è la volta dell’hotel. Robusto, lontano dal mare e con una camera sufficientemente grande per viverci rinchiuse 2 giorni: ecco le caratteristiche che cerchiamo.

Una volta al porto di Krabi è di nuovo la corsa ai taxi, che naturalmente non erano preparati ad una tale affluenza. Veniamo spinte su un taxi con altri due turisti che, a differenza della maggior parte dei passeggeri del traghetto, rimangono a Krabi invece che spostarsi direttamente a Phuket via terra.

Lasciati i bagagli in albergo, ne approfittiamo per fare un giro nella cittadina di Krabi prima che arrivi la pioggia. Ci fermiamo a mangiare in un ristorantino musulmano (non abbiamo capito perché, ma qui ci sono un sacco di esercizi musulmani, probabilmente la comunità è molto presente).

Krabi town non sembra offrire gran che, tranne un buon numero di caffè molto carini. Ci sono gruppetti di turisti che come noi vagano alla ricerca di qualcosa da fare in attesa del maltempo. Saliamo al tempio (Wat Kaew) – unica cosa da “visitare” in città – ma dopo tutti i templi meravigliosi che abbiamo visitato, questo non ci dice veramente niente.

Finiamo per infilarci in un centro massaggi (Body Kneads) a goderci il foot massage più bello che abbia mai fatto.

Quando usciamo la pioggia ha notevolmente rinforzato. Rientriamo in albergo a guardarci un film.

Al momento di cena proviamo a mettere il naso fuori, ma la pioggia è decisamente troppa anche per le nostre super mantelle comprate a Chiang Mai. Facciamo quindi dietrofront e mangiamo nel tristissimo ristorante dell’albergo.