Jaisalmer

La colazione è sempre un’impresa! Anche se è uguale da tutte le parti, ovvero toast con marmellata fluorescente dolcissima e burro ghiacciato, il tempo per ottenerla é almeno di 20 minuti e sono necessari almeno un paio di reminder!! Per di più dato che siamo nel deserto e le mattine fredde (come quella di oggi – ci saranno 4°C) sono davvero una minoranza, la colazione è servita sul rooftop…meno male che il masala chai è bollente!!

Entriamo nel forte di Jaisalmer e andiamo a cercare il ragazzo della bakery che si era offerto di farci da guida. Dopo un po’ di contrattazione sul prezzo iniziamo il nostro giro. Ci mostra il palazzo del maharaja e della marani (moglie del maharaja) dove ancora oggi fanno cerimonie ufficiali. Ci racconta che le marani quando i loro sposi morivano in guerra accendevano un rogo nella piazza davanti al palazzo, si facevano di oppio e si buttavano dentro per devozione (e perché erano terrorizzate da cosa sarebbe successo loro dato che una donna qui deve sempre essere sotto la giurisdizione di un uomo).

Dentro alle mura del forte vivono solo le famiglie di due caste: bramini e soldati. Nella zona dei religiosi vediamo due stupendi templi gianisti tutti di pietra incisa e un tempio hindu. I vicoli sono strettissimi e ad un certo punto per evitare due moto e il canalino di scolo delle fogne faccio un “frontale” con una mucca bianca…si leva un mormorio di disapprovazione…lei ha la precedenza…mi scosto subito e la faccio passare. Qui le mucche sono sacre sopratutto quelle bianche (ovvero quelle originarie dell’india) mentre quelle marroni vengono considerate un po’ meno importanti in quanto di razza impura. Scopriamo anche (da wikipedia) che il numero di mucche in India è 5 volte quello della popolazione italiana e dato che la religione hindu vieta di ucciderle sono tutte a zonzo!!

Sbirciamo incuriosite nelle porte aperte  sperando di poter vedere l’interno di una casa; la guida se ne accorge e ci accompagna a casa di alcuni suoi conoscenti. La stanza all’ingresso serve per accogliere gli ospiti. Poi c’è un piccolissimo cortile a cielo aperto dove ci sono il bagno e la cucina in modo che fumi e odori si disperdano. Una ragazza è accovacciata sul pavimento a lavare le stoviglie. Al di là del cortile ci sono le camere da letto con materassi per terra da cui fanno capolino le donne di casa.

Continuiamo il nostro giro con il quartiere delle famiglie dei soldati e due haveli, dimore storiche, di proprietà di ricchi commercianti, di pietra intarsiata con ricchi balconi e soffitti decorati.

Chiediamo alla guida qualche dettaglio sul sistema delle caste che ci dice essere ormai superato nelle città ma ancora presente nelle campagne dove gli intoccabili si siedono ancora ai piedi degli appartenenti alle altre caste e al passaggio dei bramini o delle autorità si mettono le scarpe sul capo in segno di rispetto. Gli chiediamo anche quale sia la diffusione della lingua inglese. Ci racconta che la sua generazione (ovvero la nostra, dato che ha la nostra stessa età) lo sa solo se l’ha imparato dai turisti mentre oggi molti più bambini vanno alle scuole inglesi e le scuole indiane hanno iniziato ad insegnarlo.

Pranzetto con street food: samosa, triangolini di pasta ripieni di verdure speziate, e sweet cachori, una torta di frutta secca e milk cake.

Partiamo per il deserto. Dopo 1 oretta di viaggio arriviamo al limitare del villaggio abitato e davanti a noi c’è solo sabbia e qualche arbusto. Il cellulare perde totalmente la rete e inizia il nostro capodanno “primitivo”. Saltiamo in groppa ai nostri cammelli e saliamo sulle dune. Il mio cammello è guidato da un vecchietto vissuto nel deserto: le gambe sembrano due stecchini, la pelle è bruciata dal sole, la bocca è sdentata ma i suoi occhi sorridono. È vestito con una tunica bianca e un turbante arancione che lo illumina. Arrivate in cima alla duna scendiamo dai cammelli e iniziamo a camminare senza meta fra le dune facendo il bilancio di un bellissimo 2014 che si chiude e i buoni propositi per il 2015.

Dopo più di 2 ore torniamo al campo base dove, prima di cena, accendono un grosso fuoco intorno al quale ci sediamo tutti. Due ragazze gitane si esibiscono in danze tradizionali accompagnate da un gruppo di suonatori con tamburi, nacchere e una fisarmonica rudimentale. Conosciamo una famiglia di italiani con due bambine, un po’ shockati dall’India, e due ragazzi, compagni di università a Bruxelles, di cui uno lavora a Mumbai. Ci scambiamo consigli di viaggio, impressioni, informazioni raccolte. Il nostro cenone di capodanno, sempre intorno al fuoco, consiste di curry, zuppa di legumi, patate speziate e roti, le loro piadine, preparati dagli uomini del deserto.

Il freddo è tanto, probabilmente siamo sotto 0, e iniziamo a preoccuparci per la notte che ci aspetta: all’addiaccio in cima alle dune!!! Come se non bastasse la famiglia italiana e molti altri ospiti sono stati sistemati  nelle capanne del campo base quindi ci guardiamo intorno e realizziamo che i nostri compagni di avventura sono tutti ragazzi indiani fatti di oppio (il rimedio del deserto per il freddo) che ci guardano e sghignazzano: ci facciamo forza a vicenda e speriamo in bene!! In realtà il trattamento che ci riservano è super Deluxe: ci montano una tenda isolata da tutti gli altri, ci forniscono sacchi a pelo e coperte, ci accendono un fuoco e ci danno un “body guard” che veglierà su di noi tutta la notte. Aspettiamo la mezzanotte intorno al nostro fuocherello sotto una stellata limpidissima con i ragazzi che abbiamo conosciuto (che a differenza nostra dormiranno veramente all’addiaccio), urlando il nostro countdown al vento del deserto. Non c’è che dire: sicuramente un capodanno che non dimenticheremo!! 🙂

Direzione Jaisalmer

La mattina inizia di nuovo “on the road”, direzione Jaisalmer.

Piano piano stiamo conquistando la fiducia del nostro timido driver Satish che è diventato più chiacchierino e desideroso di rispondere alle nostre domande e soddisfare le nostre curiosità (per quanto gli permette il suo inglese imparato per strada). La cosa più interessante/preoccupante2 è che tutte le volte che ci spiega qualcosa poi mi chiede di cercarla su google e si fa raccontare quello che trovo!

Lungo la strada, che attraversa una zona montuosa e desertica, decine di persone camminano in mezzo al nulla. Chiediamo a Satish dove stiano andando e ci spiega che stanno andando a pregare in un tempio per il quale fanno anche 50/100 km di cammino. Infatti questo è il mese della Pausha, decimo mese dell’anno (dal 22 dicembre al 20 gennaio) particolarmente sacro e propizio per nascere e morire (si ottiene la mosha) quindi la gente si alza all’alba per pregare e se può compie pellegrinaggi.

Sulle strade fuori città si suona il clacson per avvisare che si sta per sorpassare una macchina (o meglio un camion dato che sono principalmente questi i mezzi che incontriamo) e come risposta di “via libera” loro mettono la freccia dal lato in cui vogliono che li superiamo. In Italia quel segnale mi direbbe che anche il camion davanti a me ha avuto l’idea di fare un sorpasso nello stesso momento, lasciandomi la sensazione di incertezza “vado io o vai tu” che ti fa tenere il fiato sospeso fino a quando non hai finito il sorpasso! Ecco…i primi giorni, non capendo, vivevo con quella sensazione addosso, pregando che il camion non iniziasse il sorpasso proprio nello stesso momento!!

Facciamo una deviazione per il Tempio di Ramdevra, il dio a cavallo. L’accesso al tempio è coperto di banchetti che vendono offerte per il tempio e sindur, la polvere rossa con cui le donne indiane si fanno il tikka in fronte e si colorano l’attaccatura dei capelli al centro della testa una volta sposatesi. Compriamo degli incensi, dei pezzi di stoffa, delle caramelle e della frutta secca, entriamo nel tempio e ci mettiamo in coda. I fedeli urlano preghiere e fanno offerte. Noi li osserviamo e facciamo come loro.

Proseguiamo la nostra strada ed arriviamo a Jaisalmer, la città d’oro per il colore giallo della sabbia con cui sono costruiti tutti i palazzi. Ci fermiamo al lago di acqua piovana che fa da riserva idrica per la città. È circondato da tempietti e palazzi riccamente intarsiati.

Il centro è molto più piccolo e meno caotico di tutti quelli che abbiamo visto fino ad ora. Jaisalmer infatti è una cittadina di sole 80.000 persone che vive principalmente di turismo 4 mesi all’anno. Vaghiamo un po’ per il mercato e ci intrufoliamo nei cortili delle case; scopriamo meravigliosi palazzi storici chiamati haveli – oggi spesso trasformati in hotel e guest house – con giardini interni, fontane, balconi decorati e scale che portano sul tetto. Saliamo in cima ad una di queste e scopriamo che quasi tutti i tetti brulicano di persone, sia quelli degli hotel che vi hanno ricavato bar e ristoranti sia quelli delle case private dove le donne stendono.

Dopo l’esperienza del lassi di ieri decidiamo che vogliamo provare altri street food tipici. Ci fermiamo quindi in cerca di un samosa che non troviamo ma al suo posto mangiamo un kachori (frittella ripiena di lenticchie e fagioli) e un’altra cosa simile di cui non solo non so il nome ma fatico anche a descrivere!  🙂

È l’ora del tramonto e il nostro driver ci porta su una collina, appena fuori città, dove ci sono i bellissimi monumenti funebri delle famiglie reali che hanno dominato Jaisalmer. Da qui ammiriamo la grande palla rossa del sole che scompare dietro l’orizzonte.

Per cena decidiamo di sperimentare una nuova cucina e scegliamo un ristorante tibetano. Il posto è piccolissimo, tutto coperto di tessuti. Il servizio è totalmente disorganizzato, all’indiana (prima ci arriva la bottiglia d’acqua senza bicchieri poi la zuppa senza posate né tovaglioli poi arrivano i bicchieri poi qualche altro piatto e quando abbiamo praticamente finito arrivano anche i tovaglioli) ma il cibo è ottimo: mangiamo vegetable & chicken momo (dumplings) e una zuppa di funghi e spinaci con della pasta fatta in casa tipo fettuccine larghe buonissima!

Passeggiando dopo cena, cercando di ripararci dal vento ghiacciato, ci fermiamo davanti ad una vetrina con delle torte. L’insegna recita “German bakery”, effettivamente le torte hanno un aspetto molto occidentale e dato che dopo 10 gg di curry e spezie qualche voglia di casa si fa sentire, ci fermiamo a prenderne una fetta. Il posto però è talmente piccolo che ha tavolini solo fuori. Il proprietario ci vede tremare e ci invita a sederci nel retro. Accettiamo volentieri e lui si mette a chiacchierare in un inglese quasi perfetto. Ci racconta che è figlio di un bramino e che ha imparato l’inglese dai turisti. Ci racconta un po della storia di Jaisalmer e si offre di farci da guida domani…probabilmente ci ha intortato ma sembra preparato e simpatico!! 🙂

Mentre torniamo verso l’albergo, all’angolo di una strada vediamo un signore che sta cuocendo, in un pentolone largo e piatto, del latte coperto di mandorle e zafferano. Il nostro driver ammette: “milk is my weaknss”…:-) Insistiamo per fermarci e offrirgliene un bicchiere. Intorno al pentolone troviamo una decina di tuc tuc driver che si scaldano tutti avvoltolati in delle coperte e ricoperti di polvere che bevono il loro bicchiere di latte (forse la loro cena?). Ci guardano con curiosità e iniziamo a scambiare qualche parola. Naturalmente non possiamo fare a meno di tenergli compagnia e proviamo anche noi questa specialità locale….l’aroma dello zafferano e il dolce delle mandorle, il calore del fuoco, il profumo della legna che brucia e gli sguardi di questi lavoratori stanchi rendono davvero speciale questo augurio di buona notte.