Jodhpur

Buon inizio 2015!! 🙂

Ci svegliamo un po’ infreddolite nella nostra tenda ma felici di questa esperienza! Torniamo al campo base dove, attaccate al fuoco, sgranocchiamo il solito toast con marmellata e beviamo del tè bollente. Il sole si alza e inizia finalmente a scaldarci: capiamo perché qui lo venerano come un dio.:-)

Ci mettiamo in macchina per raggiungere Jodhpur. Il nostro driver ieri sera deve aver fatto baldoria perché non supera i 70 km/h e sbadiglia ogni 30 secondi…anche se l’unico mio desiderio sarebbe di abbandonarmi al sonno, mi metto in allerta, mano pronta ad acchiappare il volante, finestrino giù con l’aria gelida che entra, musica a tutto volume e inizio a cantare sparando anche qualche acuto per sicurezza…se si addormenta così siamo messi male!!

Arriviamo incolumi a Jodhpur, la Città Blu, dal colore con cui erano dipinte qui le case dei bramini.

Sulla collina svetta il forte che è uno dei più grandi e fastosi dell’India. Lo visitiamo con un’audio guida fatta molto bene che ci racconta anche tanti dettagli della vita di corte: le cerimonie, il ruolo delle donne, l’importanza dei colori…

Vediamo poi il luogo di cremazione dei reali, una area verde con al centro una specie di tempio aperto (quindi senza muri) riccamente decorato, dove vengono cremati tutti i componenti delle famiglie dei maharaja per poi disperderne le ceneri rigorosamente nel Gange. Quando muore un componente della famiglia, tutti i parenti rispettano 13 gg di lutto durante i quali sono vestiti con abiti bianchi e non lavorano. Il 13esimo gg indossano turbanti color rosa chiaro e disperdono le ceneri nelle acque del fiume sacro. Dopo questo rituale la vita torna a scorrere normalmente ma le vedove continuano ad indossare sari bianchi.

Ci fermiamo per il (ormai) quotidiano rito di scoperta di nuovi street food: oggi proviamo una frittella di patate e cipolle e un chilly bomb, un nome una garanzia!!

Ogni città del Rajasthan ha la sua specialità: Jaipur è famosa per le pashmine e le pietre preziose, Agra per i marmi, Jaisalmer per la pelle di cammello e l’argento, Bikaner per i bhujia, snack salati e speziati che vendono per strada, e per i dolci rasgulla, Jodhpur per le spezie. Felice come una bambina mi infilo in un negozio di spezie ed inizio ad annusare tutto…dopo 10 minuti inizio a starnutire all’impazzata!! 🙂

Dopo aver comprato tutte le spezie che sono riuscita ad infilare nel poco spazio rimasto nello zaino, andiamo a vedere la famosa torre dell’orologio, uno dei simboli della città.

Ci concediamo una cenetta a lume di candela sul tetto di una bellissima haveli, dimora storica.

Ritornando a casa ci fermiamo in un posto famoso per i khulfi, delle specie di gelati di crema molto densi, a forma di cono infilati su uno stecco e serviti con una crema di arachidi. Il posto è a dir poco agghiacciante ma il gelato è buonissimo!

Jaisalmer

La colazione è sempre un’impresa! Anche se è uguale da tutte le parti, ovvero toast con marmellata fluorescente dolcissima e burro ghiacciato, il tempo per ottenerla é almeno di 20 minuti e sono necessari almeno un paio di reminder!! Per di più dato che siamo nel deserto e le mattine fredde (come quella di oggi – ci saranno 4°C) sono davvero una minoranza, la colazione è servita sul rooftop…meno male che il masala chai è bollente!!

Entriamo nel forte di Jaisalmer e andiamo a cercare il ragazzo della bakery che si era offerto di farci da guida. Dopo un po’ di contrattazione sul prezzo iniziamo il nostro giro. Ci mostra il palazzo del maharaja e della marani (moglie del maharaja) dove ancora oggi fanno cerimonie ufficiali. Ci racconta che le marani quando i loro sposi morivano in guerra accendevano un rogo nella piazza davanti al palazzo, si facevano di oppio e si buttavano dentro per devozione (e perché erano terrorizzate da cosa sarebbe successo loro dato che una donna qui deve sempre essere sotto la giurisdizione di un uomo).

Dentro alle mura del forte vivono solo le famiglie di due caste: bramini e soldati. Nella zona dei religiosi vediamo due stupendi templi gianisti tutti di pietra incisa e un tempio hindu. I vicoli sono strettissimi e ad un certo punto per evitare due moto e il canalino di scolo delle fogne faccio un “frontale” con una mucca bianca…si leva un mormorio di disapprovazione…lei ha la precedenza…mi scosto subito e la faccio passare. Qui le mucche sono sacre sopratutto quelle bianche (ovvero quelle originarie dell’india) mentre quelle marroni vengono considerate un po’ meno importanti in quanto di razza impura. Scopriamo anche (da wikipedia) che il numero di mucche in India è 5 volte quello della popolazione italiana e dato che la religione hindu vieta di ucciderle sono tutte a zonzo!!

Sbirciamo incuriosite nelle porte aperte  sperando di poter vedere l’interno di una casa; la guida se ne accorge e ci accompagna a casa di alcuni suoi conoscenti. La stanza all’ingresso serve per accogliere gli ospiti. Poi c’è un piccolissimo cortile a cielo aperto dove ci sono il bagno e la cucina in modo che fumi e odori si disperdano. Una ragazza è accovacciata sul pavimento a lavare le stoviglie. Al di là del cortile ci sono le camere da letto con materassi per terra da cui fanno capolino le donne di casa.

Continuiamo il nostro giro con il quartiere delle famiglie dei soldati e due haveli, dimore storiche, di proprietà di ricchi commercianti, di pietra intarsiata con ricchi balconi e soffitti decorati.

Chiediamo alla guida qualche dettaglio sul sistema delle caste che ci dice essere ormai superato nelle città ma ancora presente nelle campagne dove gli intoccabili si siedono ancora ai piedi degli appartenenti alle altre caste e al passaggio dei bramini o delle autorità si mettono le scarpe sul capo in segno di rispetto. Gli chiediamo anche quale sia la diffusione della lingua inglese. Ci racconta che la sua generazione (ovvero la nostra, dato che ha la nostra stessa età) lo sa solo se l’ha imparato dai turisti mentre oggi molti più bambini vanno alle scuole inglesi e le scuole indiane hanno iniziato ad insegnarlo.

Pranzetto con street food: samosa, triangolini di pasta ripieni di verdure speziate, e sweet cachori, una torta di frutta secca e milk cake.

Partiamo per il deserto. Dopo 1 oretta di viaggio arriviamo al limitare del villaggio abitato e davanti a noi c’è solo sabbia e qualche arbusto. Il cellulare perde totalmente la rete e inizia il nostro capodanno “primitivo”. Saltiamo in groppa ai nostri cammelli e saliamo sulle dune. Il mio cammello è guidato da un vecchietto vissuto nel deserto: le gambe sembrano due stecchini, la pelle è bruciata dal sole, la bocca è sdentata ma i suoi occhi sorridono. È vestito con una tunica bianca e un turbante arancione che lo illumina. Arrivate in cima alla duna scendiamo dai cammelli e iniziamo a camminare senza meta fra le dune facendo il bilancio di un bellissimo 2014 che si chiude e i buoni propositi per il 2015.

Dopo più di 2 ore torniamo al campo base dove, prima di cena, accendono un grosso fuoco intorno al quale ci sediamo tutti. Due ragazze gitane si esibiscono in danze tradizionali accompagnate da un gruppo di suonatori con tamburi, nacchere e una fisarmonica rudimentale. Conosciamo una famiglia di italiani con due bambine, un po’ shockati dall’India, e due ragazzi, compagni di università a Bruxelles, di cui uno lavora a Mumbai. Ci scambiamo consigli di viaggio, impressioni, informazioni raccolte. Il nostro cenone di capodanno, sempre intorno al fuoco, consiste di curry, zuppa di legumi, patate speziate e roti, le loro piadine, preparati dagli uomini del deserto.

Il freddo è tanto, probabilmente siamo sotto 0, e iniziamo a preoccuparci per la notte che ci aspetta: all’addiaccio in cima alle dune!!! Come se non bastasse la famiglia italiana e molti altri ospiti sono stati sistemati  nelle capanne del campo base quindi ci guardiamo intorno e realizziamo che i nostri compagni di avventura sono tutti ragazzi indiani fatti di oppio (il rimedio del deserto per il freddo) che ci guardano e sghignazzano: ci facciamo forza a vicenda e speriamo in bene!! In realtà il trattamento che ci riservano è super Deluxe: ci montano una tenda isolata da tutti gli altri, ci forniscono sacchi a pelo e coperte, ci accendono un fuoco e ci danno un “body guard” che veglierà su di noi tutta la notte. Aspettiamo la mezzanotte intorno al nostro fuocherello sotto una stellata limpidissima con i ragazzi che abbiamo conosciuto (che a differenza nostra dormiranno veramente all’addiaccio), urlando il nostro countdown al vento del deserto. Non c’è che dire: sicuramente un capodanno che non dimenticheremo!! 🙂