Direzione Jaisalmer

La mattina inizia di nuovo “on the road”, direzione Jaisalmer.

Piano piano stiamo conquistando la fiducia del nostro timido driver Satish che è diventato più chiacchierino e desideroso di rispondere alle nostre domande e soddisfare le nostre curiosità (per quanto gli permette il suo inglese imparato per strada). La cosa più interessante/preoccupante2 è che tutte le volte che ci spiega qualcosa poi mi chiede di cercarla su google e si fa raccontare quello che trovo!

Lungo la strada, che attraversa una zona montuosa e desertica, decine di persone camminano in mezzo al nulla. Chiediamo a Satish dove stiano andando e ci spiega che stanno andando a pregare in un tempio per il quale fanno anche 50/100 km di cammino. Infatti questo è il mese della Pausha, decimo mese dell’anno (dal 22 dicembre al 20 gennaio) particolarmente sacro e propizio per nascere e morire (si ottiene la mosha) quindi la gente si alza all’alba per pregare e se può compie pellegrinaggi.

Sulle strade fuori città si suona il clacson per avvisare che si sta per sorpassare una macchina (o meglio un camion dato che sono principalmente questi i mezzi che incontriamo) e come risposta di “via libera” loro mettono la freccia dal lato in cui vogliono che li superiamo. In Italia quel segnale mi direbbe che anche il camion davanti a me ha avuto l’idea di fare un sorpasso nello stesso momento, lasciandomi la sensazione di incertezza “vado io o vai tu” che ti fa tenere il fiato sospeso fino a quando non hai finito il sorpasso! Ecco…i primi giorni, non capendo, vivevo con quella sensazione addosso, pregando che il camion non iniziasse il sorpasso proprio nello stesso momento!!

Facciamo una deviazione per il Tempio di Ramdevra, il dio a cavallo. L’accesso al tempio è coperto di banchetti che vendono offerte per il tempio e sindur, la polvere rossa con cui le donne indiane si fanno il tikka in fronte e si colorano l’attaccatura dei capelli al centro della testa una volta sposatesi. Compriamo degli incensi, dei pezzi di stoffa, delle caramelle e della frutta secca, entriamo nel tempio e ci mettiamo in coda. I fedeli urlano preghiere e fanno offerte. Noi li osserviamo e facciamo come loro.

Proseguiamo la nostra strada ed arriviamo a Jaisalmer, la città d’oro per il colore giallo della sabbia con cui sono costruiti tutti i palazzi. Ci fermiamo al lago di acqua piovana che fa da riserva idrica per la città. È circondato da tempietti e palazzi riccamente intarsiati.

Il centro è molto più piccolo e meno caotico di tutti quelli che abbiamo visto fino ad ora. Jaisalmer infatti è una cittadina di sole 80.000 persone che vive principalmente di turismo 4 mesi all’anno. Vaghiamo un po’ per il mercato e ci intrufoliamo nei cortili delle case; scopriamo meravigliosi palazzi storici chiamati haveli – oggi spesso trasformati in hotel e guest house – con giardini interni, fontane, balconi decorati e scale che portano sul tetto. Saliamo in cima ad una di queste e scopriamo che quasi tutti i tetti brulicano di persone, sia quelli degli hotel che vi hanno ricavato bar e ristoranti sia quelli delle case private dove le donne stendono.

Dopo l’esperienza del lassi di ieri decidiamo che vogliamo provare altri street food tipici. Ci fermiamo quindi in cerca di un samosa che non troviamo ma al suo posto mangiamo un kachori (frittella ripiena di lenticchie e fagioli) e un’altra cosa simile di cui non solo non so il nome ma fatico anche a descrivere!  🙂

È l’ora del tramonto e il nostro driver ci porta su una collina, appena fuori città, dove ci sono i bellissimi monumenti funebri delle famiglie reali che hanno dominato Jaisalmer. Da qui ammiriamo la grande palla rossa del sole che scompare dietro l’orizzonte.

Per cena decidiamo di sperimentare una nuova cucina e scegliamo un ristorante tibetano. Il posto è piccolissimo, tutto coperto di tessuti. Il servizio è totalmente disorganizzato, all’indiana (prima ci arriva la bottiglia d’acqua senza bicchieri poi la zuppa senza posate né tovaglioli poi arrivano i bicchieri poi qualche altro piatto e quando abbiamo praticamente finito arrivano anche i tovaglioli) ma il cibo è ottimo: mangiamo vegetable & chicken momo (dumplings) e una zuppa di funghi e spinaci con della pasta fatta in casa tipo fettuccine larghe buonissima!

Passeggiando dopo cena, cercando di ripararci dal vento ghiacciato, ci fermiamo davanti ad una vetrina con delle torte. L’insegna recita “German bakery”, effettivamente le torte hanno un aspetto molto occidentale e dato che dopo 10 gg di curry e spezie qualche voglia di casa si fa sentire, ci fermiamo a prenderne una fetta. Il posto però è talmente piccolo che ha tavolini solo fuori. Il proprietario ci vede tremare e ci invita a sederci nel retro. Accettiamo volentieri e lui si mette a chiacchierare in un inglese quasi perfetto. Ci racconta che è figlio di un bramino e che ha imparato l’inglese dai turisti. Ci racconta un po della storia di Jaisalmer e si offre di farci da guida domani…probabilmente ci ha intortato ma sembra preparato e simpatico!! 🙂

Mentre torniamo verso l’albergo, all’angolo di una strada vediamo un signore che sta cuocendo, in un pentolone largo e piatto, del latte coperto di mandorle e zafferano. Il nostro driver ammette: “milk is my weaknss”…:-) Insistiamo per fermarci e offrirgliene un bicchiere. Intorno al pentolone troviamo una decina di tuc tuc driver che si scaldano tutti avvoltolati in delle coperte e ricoperti di polvere che bevono il loro bicchiere di latte (forse la loro cena?). Ci guardano con curiosità e iniziamo a scambiare qualche parola. Naturalmente non possiamo fare a meno di tenergli compagnia e proviamo anche noi questa specialità locale….l’aroma dello zafferano e il dolce delle mandorle, il calore del fuoco, il profumo della legna che brucia e gli sguardi di questi lavoratori stanchi rendono davvero speciale questo augurio di buona notte.

Natale in treno!

La mattina incomincia immersi nella nebbia ma una nebbia che in confronto quella della pianura padana è uno scherzo!! 🙂

Partiamo con il nostro tuc tuc alla scoperta di templi. Il primo tempio è il tempio hindu dell’università di Varanasi, un campus grandissimo particolarmente famoso per le materie scentifiche (dove uno ragazzo usava una specie si straccio gigantesco fatto a rete per spazzare…mah…chissa cosa sara riuscito a spazzare 🙂 ). Il secondo contiene la versione hindu-kitch dei nostri presepi meccanici: scene della vita degli dei con statuine che si muovono…inguardabili! Poi arriviamo al tempio delle scimmie: scimmiette con il sedere rosso che corrono dappertutto e fanno pole dance sui pali del tempio! 🙂 Il tempio successivo ha tutte le sembianze e i colori di una pagoda cinese dove i monaci ci concedono un selfie mentre quello dopo è abbastanza insulso ma ci regala una novità: un “sacerdote” ci segna la fronte con il tikka, il puntino rosso segno di purificazione e auspicio di buona sorte! Finiamo il nostro giro in un’oasi verde che contiene i resti di un grandissimo tempio buddista. Qui alcuni monaci stanno pregando e facendo offerte di candele e fiori…c’è una pace surreale e bellissima, sopratutto venendo dal frastuono impossibile delle strade di varanasi.

Ma fin qui…tutto normale!! I pezzi migliori arrivano nel pomeriggio: prima la visita al boss delle sete…un mago della vendita che ci ha mostrato un quintale di pezzi di seta, ci ha raccontato tutti i suoi commerci italiani, stordito con prezzi e misure e poi venduto il vendibile…con un gran sorriso e chiamandoci sorelle!!

E poi l’esperienza del treno notturno indiano. Ancor una volta l’attesa…4h30 di ritardo (ormai siamo abbonate), binari annunciati con altoparlanti gracchianti in un inglese maccheronico, gli zaini in spalla all’annuncio ufficiale di “the train will arrive shortly at platform number 2” per ritrovarsi 60 min dopo su platform number 1a chiedersi se la luce in lontananza fosse un miraggio dato dalla schiena a pezzi o fosse veramente il treno giusto  e la scoperta di avere un biglietto di terza classe…indescrivibile!!! Naturalmente siamo le uniche occidentali e quindi l’attrazione di tutta la carrozza. Gli scompartimenti da 8 infatti non hanno porte quindi è quasi come se fossimo in un vagone open space. I più coraggiosi cercano di scoprire qualcosa di noi in una lingua che assomiglia all’inglese e si completa a gesti, sbirciano ammirati i colori di candy crash che scorrono sull’ipad di Ila e ci insegnano qualche precetto indù! Un anziano si lava i denti con il dito sputando nell’interscambio dei vagoni, tutti mangiano appollaiati sulle cuccette, noi facciamo acrobazie x cambiarci in un bagno allagato e puzzolente, festeggiamo con un mini panettone portato dall’Italia….e finalmente viene l’ora di spegnere le luci…buon Natale a tutti!