Oggi è una giornata lunga: dobbiamo comprimere in un solo giorno un programma che inizialmente ne prevedeva due, per recuperare parte del tempo perso in Cile a causa della neve.
Il piano è percorrere la Ruta Nacional 68, da Salta a Cafayate e ritorno, attraversando la riserva naturale della Quebrada de las Conchas, il canyon delle conchiglie.




Il canyon deve il proprio nome ai numerosi reperti fossili di conchiglie ritrovati nei sedimenti, testimonianza di un’epoca in cui quest’area era sommersa da un antico mare. La formazione è il risultato di rocce sedimentarie, sollevate ed erose nel corso di milioni di anni dai movimenti tettonici legati al sollevamento della Cordigliera delle Ande. L’area è oggetto di studio da parte dell’Università Nazionale di Salta, che vi conduce da anni ricerche di carattere archeologico, antropologico e geologico, in particolare attraverso il Proyecto Arqueológico Cafayate. Secondo quanto ci ha raccontato la nostra guida, nella zona sarebbero stati trovati anche resti di antichi anfibi dalle abitudini carnivore.
I paesaggi ricordano davvero i grandi parchi naturali degli Stati Uniti. Percorriamo gli 80 km del canyon fermandoci nei punti panoramici più belli: la Garganta del Diablo, i Castillos, l’Anfiteatro.




Le ore in pullmino sono tante, ma lungo questo canyon non riesco a staccare gli occhi dal finestrino. Non mi stanco di guardare i colori che cambiano in continuazione, la luce che gioca nelle gole, e penso ai lenti movimenti che nel corso di milioni di anni hanno scolpito con pazienza queste formazioni di roccia così fantasiose.


Entriamo poi nella Ruta del Vino, tra Rioja, Malbec, Cabernet, e raggiungiamo la cantina Bodega Dal Borgo.
Venti ettari di terreno, un progetto di famiglia: Carla, biologa, Facundo, ingegnere agronomo, il padre Sergio, con esperienza nel settore delle costruzioni, e la madre Isabel, geologa e appassionata di montagna. Sono arrivati qui ad Animaná nel 2012, decisi ad acquistare terreno e dedicarsi alla coltivazione della vite, in una zona interessante per il vino ma altrettanto difficile per le condizioni climatiche. Siamo a 1.700 metri sopra il livello del mare, in una terra soleggiata per 310 giorni all’anno, con una forte escursione termica e moltissimo vento. Le piante vengono irrigate con intensità diversa a seconda della stagione, con soli 700 ml di acqua all’anno.
La prima produzione commerciabile è del 2017. I vitigni rossi coltivati sono Tannat, Cabernet e Malbec, mentre tra i bianchi ci sono il Torrontés, un vino molto particolare della zona, e il Sauvignon Blanc. L’etichetta porta il nome Almandino, un minerale presente ai piedi della montagna e molto caro alla famiglia, che ha dato il nome a tutti i loro vini.
La coltivazione è al 100% naturale: intorno alle vigne vengono piantate erbe aromatiche come repellente naturale contro le cocciniglie, senza uso di prodotti chimici, e sul terreno vengono lasciati rami secchi e foglie per mantenere un po’ di umidità e minerali.




Con le stagioni invertite rispetto all’Italia, la vendemmia inizia già a gennaio, mentre quella tardiva si svolge tra aprile e maggio. Tutta la lavorazione delle vigne è fatta a mano, senza l’ausilio di macchine. La produzione è di circa 40mila bottiglie all’anno, per il 40% ottenute dalla loro uva: il resto viene venduto ad altre cantine più grandi della zona.
Ci fermiamo per una breve visita a Cafayate, che ha una piazza centrale molto carina.
Proviamo ancora una volta a prendere un caffè espresso ma, nonostante la scenografia promettente con tutti i chicchi da macinare al momento, falliamo miseramente anche qui.
Rientriamo a Salta facendo ancora qualche sosta nel canyon, questa volta con la luce del tramonto.



