Day 3 – Deserto di Atacama

Sveglia alle tre del mattino. Il volo per Calama non aspetta nessuno, e con lui inizia la parte del viaggio dai ritmi più serrati, quella che mi porterà nel deserto più arido del mondo.

Calama vive di rame: è una città mineraria, e si vede subito dal tipo di traffico che incrocia la strada — camion, non turisti. Da lì si parte verso San Pedro, attraversando la Cordillera de Domeyko, che separa le due località. Saliamo fino a 3.300 metri, dove tra le rocce spuntano dei guanachi — parenti dei lama, ma più slanciati e diffidenti — poi si riscende fino ai 2.200 metri di San Pedro.

San Pedro è, letteralmente, un’oasi. Qui piove in media 20 millimetri d’acqua all’anno, quasi tutta concentrata a febbraio. E indovinate un po’: proprio ieri e l’altro ieri ha piovuto — tanto, e ha persino grandinato. Le montagne intorno, che toccano i 5.500-6.000 metri, raramente si vestono di neve. Oggi sono bianche, tutte.

La colpa — se così si può dire — è del fenomeno de El Niño, che sta scaricando piogge abbondanti sulla Bolivia e al di là delle Ande, e che in parte riesce a scavalcare anche le montagne fino a qui.

Per noi è una fortuna a metà. Da un lato il paesaggio è di una bellezza spiazzante, quasi irreale — un deserto imbiancato non capita spesso di vederlo, e per un giorno abbiamo evitato di ritrovarci con l’acqua in testa. Dall’altro, non essendo attrezzati per la neve, alcuni dei siti in programma ma soprattutto il passo che dovrebbe portarci in Argentina restano chiusi. È la seconda volta, dopo il blocco della Bolivia per la guerra civile, che la seconda parte del viaggio viene messa in discussione.

Per ora non me ne preoccupo troppo. Siamo nelle mani della Pachamama, la madre terra.

Pranziamo nel centro di San Pedro, un paesino di circa 10.000 abitanti con tutte le case costruite in terra rossa, molto curato e piacevole da girare a piedi. Poi si parte alla scoperta del Salar de Atacama: 3.000 chilometri quadrati di deserto di sale. Enorme, in ogni direzione lo sguardo si perde.

Il Salar de Atacama è il terzo salar del cosiddetto Triangolo del Litio, insieme al Salar de Uyuni — quello che speravo di vedere in Bolivia — e alle Salinas Grandes, che forse riuscirò a vedere in Argentina. Visivamente il salar sembra un’enorme crème brûlée: sopra una crosta di sale compatta, sotto salamoia.

Fino a poco tempo fa il Cile era il primo produttore mondiale di litio; oggi è terzo, dietro Australia e Cina, anche se resta il paese con le riserve più grandi al mondo. Il litio estratto qui viene trasportato in un porto a circa 4 ore di distanza e da lì spedito in Cina, con cui il Cile mantiene accordi commerciali molto stretti. L’estrazione in sé non è particolarmente inquinante, ma richiede enormi quantità d’acqua — proprio la risorsa più scarsa di questo territorio. Il livello del salar, infatti, si sta abbassando, nonostante lo scioglimento dei ghiacci.

Arriviamo alla Laguna Cejar, dove i più coraggiosi si fanno il bagno in un’acqua salatissima — la concentrazione di sale è paragonabile, se non superiore, a quella del Mar Morto — a 15 gradi. Io li guardo dalla riva, non troppo tentata dall’idea.

Poi visitiamo la Laguna Tebinquiche, luogo che secondo le guide locali era considerato spirituale, frequentato dagli sciamani. Camminarci intorno dà davvero la sensazione di essere sulla luna: intorno solo terra spaccata, consolidata in zolle minerali.

Dal 2015 lo Stato cileno ha affidato alle comunità locali la cura e la protezione dei loro territori ancestrali. Questa laguna è gestita dalla comunità di Coyo, ed è piena di batteri e organismi estremofili — capaci di sopravvivere in condizioni estreme e di generare ossigeno attraverso la fotosintesi, molto simili a quelli comparsi alle origini della vita sulla Terra.

C’è un vento talmente forte che diventa difficile camminare diritti. Costeggiamo la laguna da un’estremità all’altra e, in fondo, ci aspetta un ottimo aperitivo al tramonto.

In questa zona si contano una ventina di vulcani, di cui solo pochi ancora attivi.

Sulla via del ritorno ci fermiamo agli Ojos del Salar: due buche che ricordano dei piccoli cenotes, formatesi per sprofondamento della terra a causa dell’erosione minerale dell’acqua.

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